Locarno Festival 2018. Recensione: A FAMILY TOUR, un film di Ying Liang. Vite precarie nelle tre Cine

A Family Tour, un film di Ying Liang. Con Gong Ze, Nai An, Pete Teo, Tham Xin Yue. Concorso internazionale.
Un po’ rigido e imbustato. Ma A Family Tour, in un Locarno Festival a oggi non così esaltante (ma c’è ancora una settimana per alzare la media), è tra le poche cose belle e importanti viste finora. Una famiglia cinese divisa tra Hong Kong e rep. popolare organizza un viaggio a Taiwan per riunirsi senza dare nell’occhio. Una geografia politica complicata che si fa geografia familiare di vite sospese, precarie. Di un regista che in questo film mette qualcosa di sé. Voto 7 e mezzo
Uno dei pochissimi film davvero belli e importanti visti fino a questo momento (ore 12.00 di sabato 4 agosto) a Locarno 71 nelle sue varie sezioni. Bilancio non esaltante, anche se siamo solo al quarto giorno e c’è ancora una settimana per sperare che la media migliori. Dunque, A Family Tour. Un family drama sommesso e pudico, ma dal tratto netto e incisivo, di storie individuali che sanno farsi grande storia e raccontarci del grande paese Cina. Quante sono le Cine? Tre, come da partizione geopolitica. Quel gigante che è la rep. popolare di Pechino, poi Hong Kong, che alla repubblica popolare appartiene ma godendo di uno statuto speciale che ne preserva (ma fino a quando?) qualche peculiarità e differenza e Taiwan, la terra dei réfugés nazionalisti di Chiang Kai-shek, sconfitto nella guerra intestina con il comunista Mao. Una tripartizione che in questo film entra nello scacchiere narrativo, lo influenza, lo produce, determina le mosse dei personaggi e traccia i loro destini. A Family Tour è davvero mirabile per come mantiene in equilibrio elementi tanto disomogenei e di scala differente, scrivendo la storia di una regista di cinema che è insieme altre storie personali e collettive. Per tre quarti – a dirlo è il regista Ying Liang – il film intreccia elementi autobiografici, dunque siamo autorizzati a includerlo nel campo di quella che oggi vien chiamata autifiction. Ma A Family Tour gronda onestà e sincerità, e un’intima necessità di dire, raccontare, mostrare, che ha poco per fortuna a che spartire con vezzi e modaiolismi narrativi (e critici).
La regista Yang Shu è dovuta riparare dalla Cina Popolare a Hong Kong dopo aver girato un film che poco, anzi niente, è piaciuto alle autorità, un documentario sulla madre di un ragazzo condannato a morte per aver ucciso alcuni poliziotti (ogni riferimento ad analogo film girato da Ying Liang non è puramente casuale, film che si chiama When the Night Falls e presentato qui a Locarno quache edizione fa). Adesso, dopo cinque anni, ha un marito, un figlio, e progetta di girare un altro film per niente allineato sulla cosiddetta rivoluzione degli ombrelli nella Hong Kong di qualche stagione fa. La madre, rimasta nella Repubblica Popolare, soffre di una grave malattia e deve essere operata a breve. Per poterla incontrare Yang Shu, che non può rientrare nella repubblica popolare, andrà con marito e figlio a Taiwan con la copertura di un festival di cinema che ha in programma il suo film, la madre invece si infilerà in un tour in bus organizzato attraverso l’isola. E nelle tappe del tour la famiglia si riunirà senza darlo troppo a vedere. Piano macchinoso, e per spiegarlo, e spiegare la condizione di ogni singolo componente della famiglia, il pezzo di Cina da cui proviene e il rispettivo background, il film ci impiega un bel po’, appesantendo i dialoghi e anche lo scorrere della narrazioneo. Ma, al netto di questo sovraccarico didascalico, peraltro necessario, A Family Tour funziona molto bene, facendoci penetrare a poco a poco nella complessità di un intrico familiare fortemente segnato dagli eventi esterni, un microcosmo di affetti più volte lacerato e più volte faticosamente ricomposto. Il nonno, sostenitore della rivoluzione maoista poi caduto in disgrazia (e la figlia bambina costretta a redigere per lui le abiure, i pentimenti, le autocritiche). Yang Shu, regista dissidente. Il marito, più volte vittima di censure nel suo lavoro di organizzatore di festival cinematografici. E la geografia complicata delle tre Cine (anche se una voce e una faccia da uno schermo tv ci ricordano come per Pechino la Cina sia una e indivisibile, a giustificare le mire annessionistiche su Taiwan. Quanto a Hong Kong: già fatto) che si fa geografia precaria di esistenze in fuga e in esilio, divise tra più identità e appartenenze. A Family Tour è film dislocato e molteplice, sguardo dal di dentro sulla Cina come democrazia mai realizzata e insieme riflessione assai intima su quanto le scelte di resistenza umana pesino sugli affetti. Su come chi ti sta vicino possa subire le conseguenze del tuo coraggio. Ying Liang dipana il suo racconto in una pulizia formale e una pacatezza di toni che sono anche una dichiarazione di moralità, non solo cinematografica. Se c’è un limite in questo bel film è il proclamare così apertamente il proprio impegno, la propria esemplarità. Il suo mai deviare dalla propria missione di denuncia, il suo essere così rigoroso e imbustato. Ma son difetti che si devono perdonare, soprattutto quando A Family Tour riesce a comunicarci la precarietà delle sue vite sospese. E stiamo a vedere se la giuria presieduta dal maggior regista cinese in circolazione oggi, Jia Zhangke, gli darà un premio.

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