Locarno Festival 2018. I primi otto film che ho visto: le recensioni, i voti

Diane

Sophia Antipolis

Suburban Birds

Mi sono reso conto che non riuscirò mai, neanche se qualcuno mi dotasse di un qualche superpotere da Marvel movie, a scrivere di tutti i film che ho visti e vedrò a questo festival. Media di cinque al giorno, con picco di sei. Sicché sono addivenuto alla decisione di buttar giù qualche scheda, anche corposa, in attesa di recensire come si deve, e come vorrei, almeno i film del concorso. Prendetele come delle riflessioni instant, annotazioni su un immaginario brogliaccio (io non prendo mai appunti durante le proiezioni). Nota: i film di questa lista li ho visti, a parte Grease, in press screening, qualche oraprima delle proiezioni per il pubblico.

Martedì 31 luglio
Grease di Randal Kleiser. Serata Prefestival in Piazza Grande.
Ridato sullo schermo gigante della Piazza per i suoi primi quarant’anni (era il luglio del 1978, quando uscì avviandosi a diventare uno dei più grandi incassi del cinema di sempre). Travolta-meraviglia, il resto mah. A questo link la recensione.

Mercoledì 1° agosto
Les Beaux Esprits di Vianney Lebasque, Piazza Grande. Voto 5
Balorda idea del couch della squadra francese di basket che, ritrovatosi in vista delle Parlimpiadi senza i suoi campioni disabili (hanno abbandonato per altro sport), ingaggi alcuno ex promettente cestisti per niente disabili ma spacciandoli per tali. Film che si vorrebbe insieme inclusivo, come usa dire orrendamete oggi, e oltraggioso e politicamente scorretto. Ma si dovrebbe dire al regista Lebasque che non si può accontentare tutti, che bisogna scegliere, prendendosi qualche rischio.
Recensione già scritta: la trovate qui.

A Family Tour di Ying Liang. Concorso internazionale. Voto 7+
Una giovane regista ha dovuto lasciare la repubblica popolare cinese per rifugiarsi a Hong Kong dopo aver girato un film sulla pena di morte sgradito alle autorità. Adesso la madre è gravemente malate e per incontrarla organizza un viaggio a Taiwan di copertura dove tutti (con la regista ci sono anche marito e figlio) si potrano ritrovare. Pudico e insieme potente nel suo mescolare la storie individuali con la Storia e raccontarci le lacerazioni e le illibertà dietro alla facciata trionfante del gigante economico Cina. Speriamo vinca qualcosa.
Recensione già scritta: la trovate qui.

L’ordre des médecins (L’ordine dei medici) di David Roux. Piazza Grande. Voto 6+
Il medical drama incontra il family drama. Francia, oggi. Uno pneumologo, assai appassionato del suo lavoro ma dal carattere ispido, si ritrova in ospedale la madre malata di cancro. Nella sua prima parte non così retorico, anzi, affilato al punto giusto e assai preciso nel suo descriverci il mondo degli ospedali, di chi ci lavora e dei pazienti: peggiora visibilmente quando si concentra sulla parte familiar-privata Un film quasi documentaristico su come si muore oggi, su cosa sia la morte oggi e come la si affronta e la si percepisce. Jérémie Renier, bravissimo, è il medico, la mitologica Marthe Keller la madre.

Giovedì 2 agosto
Tarde para morir joven (Tardi per morire giovani) di Domiga Sotomayor. Concorso internazionale. Voto 5
Nel Cile del 1990, in una comunità hippizzante ai margini della città: musicisti, pittori, neoruralisti, semplici senzacasa in cerca di un rifugio. La regista muove benissimo la macchina da presa, gli attori, tutti, sono perfetti (in testa l’attrice-totem del cinema di Larrain e del cinema cileno tutto, Antonia Zeghers), a mancare clamorosamente è la narrazione. Intorno alla debolissima traccia di una ragazzina scontenta che vorrebbe lasciare la comunità e andarsene a vivere con la madre cantante di un certo successo conosciamo altre storie e altre vite, ma senza che succeda granché di interessante. Destini che girano a vuoto senza produrre senso e tensione drammaturgica. Uno di quei film di osservazione in cui l’autore pensa che il reale sia di per sé eloquente. Sappiamo che non è così. Vale anche in questo caso l’invito che si fa a tanto cinema giovane: benedetti ragazzi, non fate tutto da soli, trovatevi uno sceneggiatore bravo.

Diane di Kent Jones. Concorso internazionale. Voto 6 e mezzo
In un Concorso internazionale di molte delusioni e troppi film mediocri o francamente brutti si salva questo indie-americano Diane. Di quei film stile Sundance o SXSW Festival. benissimo scrtti, diretti, interpretati, con dentro uno sguardo acuto sul reale americano contemparaneo, ma sempre sospetto di un certo manierismo. Quello del cosiddetto Sundance movie e del suo realismo finto-immediatista, e invece fondato su sceneggiature solidissime e fin troppo chiuse, e un uso mai troppo libero e sempre prudente della mdp. Alla regisa un nome di peso. Ken Jones non solo ha co-girato con Martin Scorsese il documentario su Elia Kazan A Letter to Elia, ma anche (da solo), quello, bellissimo, sull’incontro Hitchcock/Truffaut arrivato anche in Italia via Nexo qulche anno fa. Non bastasse, Kent è pure direttore dell’importante New York Film Festival. Adesso è passato alla regia di finzione, grazie al supporto produttivo di Scorsese. Ne esce uno dei quei prodotti indipendenti di stratosferica professionalità americana, cinema del reale filtrato dal massimo del mestiere. L’attrice protagonista, Mary Kay Place, potrebbe vincere come migliore interorete femminile e il film, se imboccasse le corsie giuste, potrebbe diventare l’indie dell’anno da Golden Globe e da Oscar. Intanto, vedersi la storia di Diane, cinquanta e qualcosa, pilastro, con la sua voglia instancabile di dare una mano ad amici e non solo agli amici, della sua piccola comunità in una zona boschiva del Massachusetts. La sua disgrazia è il figlio tossico che, una volta ripulito via rehab, è perfin peggio come petulante e dogmatico arruolatore di una setta di evangelici estremi. Intorno amici e soprattutto amiche, e una cugina malata di cancro. Un film dominato dalla vecchiaia, dalla malattia, dalla morte, come altri di questo Locarno Festival (vedi L’ordre des médécins). Tristezze? Come no. Ma evidentemente certi temi, per via dell’invecchiamento inarrestabile della popolazione d’Occidente, sono nell’aria e il cinema più sensibile non può non tenerne conto. Non è quello dei Sundance movies il cinema che amo di più, ma châpeau a Kent Jones e alla sua attrice.

Jiao Qu De Niao (Suburban Birds) di Qiu Sheng. Cineasti del presente. Voto 7 e mezzo
Dalla Cina arriva il cinema migliore di questo Locarno. Il che non è una novità. Lascia comunque sbalorditi la capacità di quella cinematografia di produrre sempre nuovi talenti e di esplorare e sperimentare forme e linguaggi, all’ombra e qualche volta contro i grandi maestri alla Jia Zhangke (qui come presidente di giuria) e Wang Bing. A Locarno qualche anno fa era deflagrato a Cineasti del presente il talento Bi Gan con il suo Kaili blues, adesso nella stessa sezione ecco Qiu Sheng con Jiao Qu De Niao, che qualche robusta affinità con Bi Gan ce l’ha. L’età giovane, e l’avere come comune riferimento, almeno così a me pare, David Lynch, da cui si prendono e rilaborano gli spiazzamenti, l’anarchia visionaria, gli scarti dalla normalità, la decostruzione della linearità narrativa, le derive del sur – e sub-reale, la rappresentazione come epifania del mistero. Ma se Bi Gan ricorre alla macchina mobile per i suoi ormai leggendari, interminabili, ossessivi piani sequenza, Qiu Sheng opta per una forma più rigida e gometrica, inquadrature spesso fisse che delimitano uno spazio schermico perfettamente disegnato e costruito e messo in equilibrio nelle sue componenti, e uno sguardo terso, trasparente, non oscuro e notturno come quello di Bi Gan. In una di quelle nuove città o suburbia sterminati, fungaie senza fine di grattacieli-torri desolati e minacciosi, un gruppo di tecnici sta facendo dei rilievi dopo lo smottamento e il cedimento per cause ignote del terreno, con il pericolo che vecchi e nuovi edifici possano imbarcarsi e crollare. Un ragazzo della squadra entra nella sua vecchia scuola ora abbandonata e, come penetrando in una faglia spaziotemporale, o forse è solo memoria, solo flashback, si ritrova bambino con i compagni di scuola. In un quarrtere ancora vecchio, slabbrato, cadente, arrugginito, polveroso, in un’altra Cina, in una Cina precedente a quella dell’arrogante modernizzazione. Cortocircuiti tra il passato e il presente, geografie ibride e cangianti tra il decrepito e il moderno. Mentre si cerca di capire che cosa stia succedendo nelle viscere della città. Ne sono uscito stremato, sopraffatto, e sbuffante. Ma a qualche giorno di distanza, e dopo aver visto molti altri film mediocri, mi rendo conto di come Suburban Birds sia tre le cose davvero significative di Cineasti del presente e di tutto il festival. Film pretenzioso e altezzoso, e che rifiuta ogni complicità con lo spettatore. Ma, signori, è nato un autore.

Sophia Antipolis di Virgil Vernier. Cineasti del presente. Voto tra il 7 e l’8
Il francese Virgil Vernier aveva portato al Torino Festival nel 2014 l’assai interessante, benché non così risolto, Mercuriales, e ancora prima qui a Locarno a Cineasti del presente – era il 2012 – Orléans. In entrambi i casi ponendosi nella terra di confine, e sconfinamento, tra docu e fiction, uno dei più trafficati e perfino ingolfati dal cinema autorial-giovanile d’oggi. E in entrambi i casi concentrandosi su un panorama, un contenitore geografico e fisico forte, così prepotente nel suo esserci da dominare e influire sui personaggi. In Orléans era la città di Giovanna con le sue memorie, in Mercuriales gli headquarters della company omonima. In questo terzo film di Vernier la location è ancora più centrale, impossessandosi dello stesso titolo e diventando l’orizzonte che inprigiona e insieme determina le mosse e le menti dei molti caratteri maggiori e minori che la percorrrono. Nata negli anni Settanta come polo tecnologico e sede di multinazionali di alta gamma tra Antibes e Cannes, dunque come area seoarata e privilegiata, Sophia Antopolis non la puoi confondere per via delle sue tre vele tipo Scampia, ma non degradate e miserabiliste, più cool e arroganti, che dominano paesaggio e skyline. E intorno aree residenziali che si vorrebbero modello, ma che il film va a indagare e raccontarci come anticamere dell’inferno, come ricettacolo e incubatore di ogni peggio nequizia. Rovesciando l’utopia tecnocratica di Sophia Antipolis, Vernier ne fa alla Ballard un insediamento distopico dove vediamo intensificate e moltiplicate le follie e le distorsioni e le ombre del presente. Sophia Antipolis, il film, è il nostro oggi-domani, e al suo peggio. Il regista decostruisce, o almeno sembra farlo, ogni linearità narrativa spaccando il suo film in blocchi in apparenza celibi, autonomi, ma che si raccorderanno sorprendentemente in ua finale che, se ha il merito di connettere i tasselli e chiarire, appesantisce con fin troppi passaggi esplicativi e un personaggio alquanto banale e stereotipato di ragazza perduta. Primo blocco: ragazzine da un chirurgo estetico invocando una plastica al seno anche quando non è il caso, anche quando non se ne ha ancora l’età. Blocco secondo: uno strano guru addestra i suoi adepti a intensinficare le proprie energie interiori e a esplorare altri possibili realtà parallele. Terzo blocco: il più lungo, minaccioso, inquietante. Alcuni agenti di sicurezza privata si trasformano in una squadraccia di esaltati che si arrogano la missione di mantenere con ogni mezzo, anche con la forza e le armi, Sophia Antipolis al riparo da delinquenti, vagabondi, stranieri, diversi di ogni tipo. Il disegno del regista di riconnetterà in modo allarmante alla fine. Qua è là troppo ideologico e dimostrativo, anche greve nel suo rappresentare le derive progressive nella violenza e nella follia. Ma Sophia Antipolis resta tra le cose migliori di questo Locarno, e potrebbe fare molta strada.

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