Locarno Festival 2018. Recensione: ‘An Elephant Sitting Still’ di Hu Bo. Il film-rivelazione dell’anno?

An Elephant Sitting Still (Da xiang xi di er zuo) di Hu Bo. Sezione Histoire(s) du cinéma: omaggio a Pierre Rissient*. Con Zhang Yu, Peng Yuchang, Wang Uving, Li Congxi, Dong Xiang Rong.
Alla Berlinale se ne parlava come di una scoperta sensazionale: peccato non fossi riuscito a incastrarlo tra un film e l’altro per via della sua durata fuori misura, quattro ore. Per fortuna An Elephant Sitting Still è rispuntato a Locarno, confermandosi cosa mirabile e imprescindible. Quattro personaggi variamente disperati in una desolata, caliginosa città della Cina più interna. Un film già leggendario, opera prima e purtroppo ultima del suo regista. Che si è ucciso lo scorso novembre a soli 29 anni. Voto 8 e mezzo
È deflagrato come un caso alla scorsa Berlinale – dov’era nella sezione Forum, la più sperimentalista – questo lungometraggio d’esordio di un giovane cinese, già scrittore, di nome Hu Bo. Opus magnum per le ambizioni e la dimensione: quattro ore. Che è il motivo per cui non ero riuscito a incastrarlo nella mia schedule berlinese. Per fortuna l’ho potuto recuperare a Locarno dov’è rispuntato insperatamente nella sezione Histoire(s) du cinéma, ed eccomi qua a dire anch’io, dopo tanti altri: gran film, una delle rivelazioni del 2018. E però c’è da chiedersi quanto influisca, più o meno consciamente, sulla nostra (mia) percezione di An Elephan Sitting Still il fatto che il suo autore si sia tolto la vita, a ventinove anni soltanto, lo scorso novembre a riprese ultimate, ma a film non ancora montato (ci hanno pensato collaboratori e familiari a realizzare la versione adesso circolante per festival: prossima tappa, Toronto). Lo so che è una domanda sconveniente, ma bisognerà pure porsela, no? Insomma: se il film non si portasse dietro una storia così pesante, e non fosse circonfuso da un’aura così maudite, lo guarderemmo con gli stessi occhi, ci parrebbe altrettanto imprescindibile e necessario? Per quanto mi riguarda, ho cercato di depurare il più possibile il mio giudizio dagli ingombranti elementi extrafilmici, e devo dire che l’impressione che si tratti di vera grande opera è rimasta. Capolavoro però non saprei dire, ci penserà il tempo a stabilirlo. Certo che Hu Bo sa (sapeva) raccontare e girare mirabilmente. Lo vediamo dai lunghi ma mai esibizionistici e fini a sé stessi piani sequenza, spesso in walking-and-talking (ed è ancora più difficile), con cui segue i suoi personaggi in cunicoli e labirinti che sono insieme esistenziali, narrativi, geografici: accompagnandoci in una città della Cina più interna e nordica, desolatissima, fredda, caliginosa. Dove circola la leggenda urbana – e se invece fosse tutto vero? – che in una città vicina in uno zoo, o in un circo, un elefante se ne stia da molto tempo seduto immobile. I quattro personaggi centrali vorrebbero andarlo a vederlo, il bestione pachidermico. Che si fa dunque trasparentissima, pure troppo, metafora di un altrove possibile e di una via di fuga dalle pene quotidiane. Perché i quattro son tutti variamente infelici e incasinati, e incastrati. C’è il giovane boss della mala locale che assiste al suicidio del suo migliore amico cui ha rubato la donna, c’è lo studente che, per difendere a scuola un compagno, finisce col buttare giù dalle scale il bullo persecutore (che è il fratello del boss di cui sopra, sicché quando morirà lo studente si ritroverà addosso l’intera famiglia mafiosa ansiosa di vendicarsi). E ancora: un neopensionato che il figlio infame vorrebbe subito spedire in una casa di riposo, e il vicepreside della scuola che ha una relazione pericolosa con un’allieva. Tutti sono segnati dal fato, tutti sono o si sentono in trappola, tutti cercano una exit strategy. Insetti impazziti in una bottiglia, e il regista li osserva e ne registra le mosse ora con empatia ora con impassibile distacco. C’è un senso di disperazione e ineluttabilità che domina, una visione cupissima che si immagina sia diretta emanazione dello stesso del regista. Il quale dissemina il suo film di plurime invettive contro i mali e il marcio del mondo e la sua irridemibilità, in un ribellismo esistenziale, in una rabbia introversa assai giovanile che non può non ricordare certi estremismi e furori romantici (e anche successivi). Qualche passaggio narrativo oscuro, qualche artificiosità di troppo (perché mai quella stecca da biliardo che passa di mano in mano?). Ma il film conquista e inchioda con il suo nucleo lancinante, di autentico strazio. E che sapienza del giovanissimo Hu Bo nel mettere a punto una propria visione di cinema, un proprio linguaggio, e che rigore e pudore e moralità nel lasciare fuori campo ogni eccesso, ogni possibile climax, nel ricorrere costantemente all’ellisse, nell’alludere più che nel mostrare, e così il suicidio dell’amico, e la caduta del bullo e la sua morte sono rigorosamente espunte dallo spazio schermico, perché, sembra dirci Hu Bo, a contare più che i fatti sono le loro ricadute sulle vite e i destini dei personaggi. Di cui almeno uno meraviglioso per complessità e non convenzionalità, il giovane boss costretto dalla legge della sua famiglia criminale alla vendetta ma riluttante, ossessionato com’è dai suoi fantasmi interiori, dai suoi sensi di colpa. Non avremo più un altro film di Hu Bo, ed è difficile accettarlo dopo aver visto questo. Intanto a Locarno, nella sezione Signs of Life, è stato dato anche un suo corto, Man in the Well, L’uomo nel pozzo, di poco anteriore a An Elephant Sitting Still. Devo dire abbastanza deludente, tutt’al più catalogabile come esercizio preparatorio all’opera maggiore, dove si fatica a intravedere il grande autore in incubazione. Un post-apocalittico in b/n con due ragazzi affamati tra le rovine, forse cannibali, non così originale benché teso al punto giusto e girato con alto senso dello stile. Supervised by Bela Tarr, ci avvertono i credits. E difatti il maestro d’Ungheria era uno dei riferimenti di Hu Bo.
*Il francese Pierre Rissient, scomparso la scorsa primavera, era uno dei maggiori conoscitori ed esploratori del cinema asiatico, anche autore di un film in proprio, Cinq et la peau, girato nelle Filippine. Già il festival di Cannes, di cui era stato storico consulente, gli aveva dedicato una serata-tributo lo scorso maggio (dimenticandosi invece di Ermanno Olmi), Locarno lo ha ricordato con la proiezione del suo film e di altri due connessi alla sua attività di scouting. Tra cui An Elephant Sitting Still di Hu Bo, da lui fortemente supportato in fase di progetto e lavorazione.

il corto di Hu Bo ‘Man in the Well’

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