i 12 film migliori del Locarno Festival 2018 (tra i 55 che ho visto)

Il meglio di Locarno 2018 (tenendo conto delle sue varie sezioni) tra i 55 film che ho visto. Erano in tutto quasi 300.
Avvertenze:
1) dei 55 film che ho visto, anche grazie alla Digital Library, 5 sono dei corti, ma non cortissimi: per dire, quello di Eugène Green sfiora la mezz’ora;
2) non ho visto niente della, mi dicono meravigliosa, retrospettiva dedicata a Leo McCarey. Ma ai festival bisogna decidere: o segui il passato in forma di restrospettiva o l’adesso e io, poi magari molto pentendomi, ho il vizio di scegliere il secondo;
3) ho perso purtroppo un film cui tenevo parecchio, Passione di carne di Julio Bressane, che avrebbe potuto trivare un posto in questo Best of;
4) non inludo nella mia lista film bellissimi dati a Locarno, ma che avevo già visto in precedenti festival, come il capolavoro First Reformed di Paul Schrdaer (a Venezia 2017) e Pájeros de verano di Ciro Guerra e Cristina Gallego (a Cannes 2018).

1) Como Fernando Pessoa Salvou Portugal di Eugène Green – Signs of Life

Per fortuna c’erano a Locarno anche i maestri: Hong Sangsoo e il molto cultistico quanto appartato Eugène Green, un americano a Parigi autore di un cinema non apparentabile a nessun altro, cinema di parole scolpite e levigate da classici francesi (Racine, Corneille), ossessionato dal rigor della forma e dalla simmetria, e dal mondo barocco. Stavolta Green sorride con questo Come Fernando Pessoa salvò il Portogallo, scherzo squisitissimo e sublime, divertissement colto ma di massima leggerezza e arguzia. Dove si racconta un episodio minore e pochissimo noto nella vita dello sfuggente Fernando Pessoa, lo scrittore portighese dalle infinite identità. Che nel 1927 viene incaricato, lui così versato in lettere e poesia, di inventare uno slogan per il lancio portoghese della “bevanda americana zuccherosa e gasata a base di coca” (dal presskit), nel film argutamente chiamata Coca-Louca. Ma lo slogan da lui coniato, di immediato e enorme successo popolare, verrà ritenuto osceno e pericoloso per i costumi nazionali dalle autorità del bacchettonissimo regime, e immediatamente bloccata sarà l’importazione della perniciosa bevanda. Pessoa si salverà da ogni sanzione attribuendo la responsabilità a uno dei suoi eteronimi, Alvaro Campo, émigré a Londra sospetto di omosessualità. Green opera un ricalco perfetto e filologico del mondo multiplo di Pessoa, e della sua Lisbona. E, pur riproponendo il proprio stile ieratico e perfino maestoso, riesce nel miracolo di divertirsi e divertirci parecchio. Si sentono anche un paio di irresistibili fado di cui Pessoa scrisse il testo. Applausi, sperando che questo corto-ma-non-troppo (mezz’ora) arrivi nelle sale italiane o su qualche piattaforma digitale.


2) An Elephant Sitting Still
(Da xiang xi di er zuo) di Hu Bo – Histoire(s) du cinéma: omaggio a Pierre Rissient*

È deflagrato come un caso alla scorsa Berlinale – dov’era nella sezione Forum, la più sperimentalista – questo lungometraggio d’esordio di un giovane cinese, già scrittore, di nome Hu Bo. Opus magnum per le ambizioni e la dimensione: quattro ore. Che è il motivo per cui non ero riuscito a incastrarlo nella mia schedule berlinese. Per fortuna l’ho potuto recuperare a Locarno dov’è rispuntato insperatamente nella sezione Histoire(s) du cinéma, ed eccomi qua a dire anch’io, dopo tanti altri: gran film, una delle rivelazioni del 2018. E però c’è da chiedersi quanto influisca, più o meno consciamente, sulla nostra (mia) percezione di An Elephan Sitting Still il fatto che il suo autore si sia tolto la vita, a ventinove anni soltanto, lo scorso novembre a riprese ultimate, ma a film non ancora montato (ci hanno pensato collaboratori e familiari a realizzare la versione adesso circolante per festival: prossima tappa, Toronto). Lo so che è una domanda sconveniente, ma bisognerà pure porsela, no? Insomma: se il film non si portasse dietro una storia così pesante, e non fosse circonfuso da un’aura così maudite, lo guarderemmo con gli stessi occhi, ci parrebbe altrettanto imprescindibile e necessario? Per quanto mi riguarda, ho cercato di depurare il più possibile il mio giudizio dagli ingombranti elementi extrafilmici, e devo dire che l’impressione che si tratti di vera grande opera è rimasta. Capolavoro però non saprei dire, ci penserà il tempo a stabilirlo. Certo che Hu Bo sa (sapeva) raccontare e girare mirabilmente. Lo vediamo dai lunghi ma mai esibizionistici e fini a sé stessi piani sequenza, spesso in walking-and-talking (ed è ancora più difficile), con cui segue i suoi personaggi in cunicoli e labirinti che sono insieme esistenziali, narrativi, geografici: accompagnandoci in una città della Cina più interna e nordica, desolatissima, fredda, caliginosa. Dove circola la leggenda urbana – e se invece fosse tutto vero? – che in una città vicina in uno zoo, o in un circo, un elefante se ne stia da molto tempo seduto immobile. I quattro personaggi centrali vorrebbero andarlo a vederlo, il bestione pachidermico. Che si fa dunque trasparentissima, pure troppo, metafora di un altrove possibile e di una via di fuga dalle pene quotidiane. Perché i quattro son tutti variamente infelici e incasinati, e incastrati. C’è il giovane boss della mala locale che assiste al suicidio del suo migliore amico cui ha rubato la donna, c’è lo studente che, per difendere a scuola un compagno, finisce col buttare giù dalle scale il bullo persecutore (che è il fratello del boss di cui sopra, sicché quando morirà lo studente si ritroverà addosso l’intera famiglia mafiosa ansiosa di vendicarsi). E ancora: un neopensionato che il figlio infame vorrebbe subito spedire in una casa di riposo, e il vicepreside della scuola che ha una relazione pericolosa con un’allieva. Tutti sono segnati dal fato, tutti sono o si sentono in trappola, tutti cercano una exit strategy. Insetti impazziti in una bottiglia, e il regista li osserva e ne registra le mosse ora con empatia ora con impassibile distacco. C’è un senso di disperazione e ineluttabilità che domina, una visione cupissima che si immagina sia diretta emanazione dello stesso del regista. Il quale dissemina il suo film di plurime invettive contro i mali e il marcio del mondo e la sua irridemibilità, in un ribellismo esistenziale, in una rabbia introversa assai giovanile che non può non ricordare certi estremismi e furori romantici (e anche successivi). Qualche passaggio narrativo oscuro, qualche artificiosità di troppo (perché mai quella stecca da biliardo che passa di mano in mano?). Ma il film conquista e inchioda con il suo nucleo lancinante, di autentico strazio. E che sapienza del giovanissimo Hu Bo nel mettere a punto una propria visione di cinema, un proprio linguaggio, e che rigore e pudore e moralità nel lasciare fuori campo ogni eccesso, ogni possibile climax, nel ricorrere costantemente all’ellisse, nell’alludere più che nel mostrare, e così il suicidio dell’amico, e la caduta del bullo e la sua morte sono rigorosamente espunte dallo spazio schermico, perché, sembra dirci Hu Bo, a contare più che i fatti sono le loro ricadute sulle vite e i destini dei personaggi. Di cui almeno uno meraviglioso per complessità e non convenzionalità, il giovane boss costretto dalla legge della sua famiglia criminale alla vendetta ma riluttante, ossessionato com’è dai suoi fantasmi interiori, dai suoi sensi di colpa. Non avremo più un altro film di Hu Bo, ed è difficile accettarlo dopo aver visto questo. Intanto a Locarno, nella sezione Signs of Life, è stato dato anche un suo corto, Man in the Well, L’uomo nel pozzo, di poco anteriore a An Elephant Sitting Still. Devo dire abbastanza deludente, tutt’al più catalogabile come esercizio preparatorio all’opera maggiore, dove si fatica a intravedere il grande autore in incubazione. Un post-apocalittico in b/n con due ragazzi affamati tra le rovine, forse cannibali, non così originale benché teso al punto giusto e girato con alto senso dello stile. Supervised by Bela Tarr, ci avvertono i credits. E difatti il maestro d’Ungheria era uno dei riferimenti di Hu Bo.
*Il francese Pierre Rissient, scomparso la scorsa primavera, era uno dei maggiori conoscitori ed esploratori del cinema asiatico, anche autore di un film in proprio, Cinq et la peau, girato nelle Filippine. Già il festival di Cannes, di cui era stato storico consulente, gli aveva dedicato una serata-tributo lo scorso maggio (dimenticandosi invece di Ermanno Olmi), Locarno lo ha ricordato con la proiezione del suo film e di altri due connessi alla sua attività di scouting. Tra cui An Elephant Sitting Still di Hu Bo, da lui fortemente supportato in fase di progetto e lavorazione.

3) Gangbyun Hotel (Hotel by the River) di Hong Sangsoo – Concorso internazionale
Raro trovare il sublime in un film. In Gangbuyn Hotel c’è, lo percepiamo nettamente, diffuso in ogni inqadratura. Un film nel quale il coreano Hong Sangsoo arriva alla sistemazione teorico-pratica e alla definizione del suo cinema, dove ogni precedente sperimentazione formale, ogni ricerca linguistica e drammaturgica si distende e scioglie in una costrizuzione fluida e senza più dissonanze. In una narrazione semplicemente perfetta, lieve e trasparente, come sempre in lui, ma pervasa stavolta da una superiore consapevolezza e pacatezza, come di chi sia arrivato a una visione distaccata e sapienziale delle cose e del cinema. Non so se lo zen faccia parte della cultura coreana, ma se sì, si potrebbe considerare tale questo Hong Sangsoo di Gangbyun Hotel. E se ferite, lacerazioni, sofferenze ci sono, e ci sono perché questo è il film in cui Hong Sangsoo mette di più a nudo se stesso attraverso i suoi personaggi, tutto è riscattato e ricomposto attraverso quella macchina terapeutica e quel balsamo che è il cinema. Film girato, come ci comunica lo stesso regista nei titoli di testa, in due giorni, il primo (se ricordo bene, perché non prendo mai appunti, non sono così diligente) a fine gennaio 2018, il secondo il 14 febbraio, solo due giorni prima della proiezione alla Berlinale del suo Grass. Ulteriore conferma di come Hong sia lavoratore instancabile e velocissimo, un uomo-fabbrica di cinema, di un cinema sempre assai personale, da camera, di conversazione, di pochi caratteri che interagiscono tra di loro e mossi più dal caso che dalla necessità.
Stavolta al centro c’è un uomo, Youngwhan, ormai avviato ai suoi anni ultimi, di mestiere poeta, sempre che il far poesia possa essere un mestiere. Sta soggiornando in un hotel di medio decoro e vagamente vintage in riva a un fiume, invitato dal padrone dell’albergo che è un suo lettore e estimatore. Tra i pochi clienti anche una donna di dolente e meravigliosa bellezza, e difatti la interpreta Kim Minhee, senza se e senza ma la più bella donna del mondo. Compagna e musa di Hong da qualche anno, presenza fissa nei suoi film. Anche se chi è bene informato (Marco R., mi riferisco a te) mi dice che i due si sono lasciati qualche mese fa e che questo malinconico ma non piagnone e stoico Gangbyun Hotel sia l’elaborazione di quella perdita, di quel vuoto. Eppure chi li ha visti l’altro giorno alla conferenza stampa – io purtroppo non ci sono andato – assicura che si sono presentati insieme mano nella mano. Riconciliazione o solo comune e solidale sostegno al film? In ogni caso Gangbyun Hotel resta una storia sulle storie che finiscono, sulla solitudine qualche volte scelta qualche volta no, sulla disgregazione indotta dal tempo della rete degli affetti e degli amori. Ed è sulle donne, sulle necessità del femminile, e sulle relazioni tortuose con tra donne e uomini. Youngwhan il poeta convoca all’hotel sul fiume i due figli, non particolarmente entusiasti di incontrarlo. Intanto Sanghee (il character interpretato da Kim Minhee) cerca di superare in quel posto lontano dalla città la depressione per la fine di una storia: la raggiunge un’amica, che, conoscendone la condizione, non vuole lasciarla sola. Intorno la neve, e oltre, a dominare tutte le inquadrature, il grande fiume. Il vecchio poeta è ammaliato dalla bellezza di quella coppia di amiche, lui che la bellezza l’ha sempre inseguita. I due figli invece son gente pratica di Seul, immersi nel lavoro, nella corsa al successo. Il maggiore ha appena divorziato, ma non vuole dirlo al padre. Il secondo, regista cinematografico in ascesa, è un uomo solo che fatica a relazionarsi con le donne. E il dialogo con il padre sulla centralità e necessità del feminile resta tra i momenti più alti di Gangbyun Hotel. Che si avvia verso un finale facile da intuire, ma che non è il caso di dire. Hong Sangsoo sublima qui il suo stesso cinema. Le inquadrature fisse e simmetriche. Le lenti carrellate. Il gioco degli incontri. La vita come eterno giardino di sentieri che si biforcano. E sempre ci si siede al tavolo di un caffè, di un ristorante, a parlare, a mangiare e bere soju. Mentre la vita scorre, sempre diversa e sempre uguale. Cinema di un maestro, e ormai non è più il caso di tirare in ballo per lui la logora etichetta di Eric Rohmer orientale. Hong Sangsoo fa capo solo a se stesso, elaboratore di un mondo filmico unico e riconoscibile. Questo Gangbyun Hotel dovrebbe essere premiato subito con il Pardo d’oro, nessun altro titolo del concorso può stargli alla pari. Ma Hong Sangsoo il Pardo l’ha già vinto nel 2015 con Right Now, Wrong Then. Difficile gliene diano un altro, più probabile un premio alla regia o un premio speciale della giuria. Credo invece che vincerà il cinese A Family Tour, peraltro assai bello.

4) Hai Shang Cheng Shi (The Fragile House) di Lin Zi – Signs of Life
Il film vincitore della sezione Signs of Life, istituita solo pochi Locarno fa con la mission di esplorare il cinema di confine, quello che si ibrida vilentieri, o anche malvolentieri, con la videoart, i linguaggi visivi dell’universo digitale di consumo e della rete. O che spinge il cinema che abbiamo conosciuto ai suoi limiti estremi fino a dissolverlo o transustanziarlo in un altro oggetto. The Fragile House s’è perfettamente situato in questa sezione, con il suo mescolare formati diversi, quello della camera a mano, quello degli smartphone e dei tablet. Una sorta di home movie dell’era digitale e dei selfie e dei video ossessivamente postati su YouTube e Instagram che si fa, mirabilmente, un acre ritratto di famiglia nella nuova Cina, quella che persegue i soldi e il consumo, e vuole lasciarsi alle spalle i sobri costumi del passato. E pare di rivedere, in questa Cina ansiosa di benessere e disposta a tutto per raggiungerlo, certa Italia del boom anni Sessanta. Huang CuiYing è una donna volitiva e la vera mente nell’impresa edile di famiglia, in cui ha posto i suoi sogni di riscatto sociale. Ma gli affari vanno male, non ci sono più i soldi per pagare fornitori e operai, le banche negano il credito, e i parenti, cui ha chiesto prestiti, ne esigono la restituzione. Tutto sta per infrangersi, il benessere, l’armonia della famiglia. Il giovanissimo Lin Zi filma tutto impassibilmente, cavandone un esemplare apologo, pur in una forma non convenzionalmente narrativa, sull’egemonia del denaro e il suo potere di corruzione e dissoluzione dei legami di sangue.

5) Sophia Antipolis di Virgil Vernier – Concorso Cineasti del presente
Il francese Virgil Vernier aveva portato al Torino Festival nel 2014 l’assai interessante, benché non così risolto, Mercuriales, e ancora prima qui a Locarno a Cineasti del presente – era il 2012 – Orléans. In entrambi i casi ponendosi nella terra di confine, e sconfinamento, tra docu e fiction, uno dei più trafficati e perfino ingolfati dal cinema autorial-giovanile d’oggi. E in entrambi i casi concentrandosi su un panorama, un contenitore geografico e fisico forte, così prepotente nel suo esserci da dominare e influire sui personaggi. In Orléans era la città di Giovanna con le sue memorie, in Mercuriales gli headquarters della company omonima. In questo terzo film di Vernier la location è ancora più centrale, impossessandosi dello stesso titolo e diventando l’orizzonte che inprigiona e insieme determina le mosse e le menti dei molti caratteri maggiori e minori che la percorrrono. Nata negli anni Settanta come polo tecnologico e sede di multinazionali di alta gamma tra Antibes e Cannes, dunque come area seoarata e privilegiata, Sophia Antopolis non la puoi confondere per via delle sue tre vele tipo Scampia, ma non degradate e miserabiliste, più cool e arroganti, che dominano paesaggio e skyline. E intorno aree residenziali che si vorrebbero modello, ma che il film va a indagare e raccontarci come anticamere dell’inferno, come ricettacolo e incubatore di ogni peggio nequizia. Rovesciando l’utopia tecnocratica di Sophia Antipolis, Vernier ne fa alla Ballard un insediamento distopico dove vediamo intensificate e moltiplicate le follie e le distorsioni e le ombre del presente. Sophia Antipolis, il film, è il nostro oggi-domani, e al suo peggio. Il regista decostruisce, o almeno sembra farlo, ogni linearità narrativa spaccando il suo film in blocchi in apparenza celibi, autonomi, ma che si raccorderanno sorprendentemente in ua finale che, se ha il merito di connettere i tasselli e chiarire, appesantisce con fin troppi passaggi esplicativi e un personaggio alquanto banale e stereotipato di ragazza perduta. Primo blocco: ragazzine da un chirurgo estetico invocando una plastica al seno anche quando non è il caso, anche quando non se ne ha ancora l’età. Blocco secondo: uno strano guru addestra i suoi adepti a intensinficare le proprie energie interiori e a esplorare altri possibili realtà parallele. Terzo blocco: il più lungo, minaccioso, inquietante. Alcuni agenti di sicurezza privata si trasformano in una squadraccia di esaltati che si arrogano la missione di mantenere con ogni mezzo, anche con la forza e le armi, Sophia Antipolis al riparo da delinquenti, vagabondi, stranieri, diversi di ogni tipo. Il disegno del regista di riconnetterà in modo allarmante alla fine. Qua è là troppo ideologico e dimostrativo, anche greve nel suo rappresentare le derive progressive nella violenza e nella follia. Ma Sophia Antipolis resta tra le cose migliori di questo Locarno, e potrebbe fare molta strada.

6) Coincoin et Les Z’Hinumains
(ep. 1 e 2) di Bruno Dumont – Piazza Grande
Serie d’autore, di un autore enorme che oggi si colloca di sicuro, in una classifica dei mrglio registi al mondo, ai piani più alti. Presentata in anteprima a Locarno 71 come omaggio al regista premiato con il Pardo d’onore, ed è il premio tra i molto del festival che preferisco. Chi ama Bruno Dumont e la sua umanità insieme disumana e mostruosa (“l’umanità non deve dimenticare la propria animalità”, ha detto – cito a memoria – nella conversazione allo Spazio Cinema con Carlo Chatrian) non si perda questo sequel di P’tit Quinquin, chi lo odia, e sono tanti anche a questo Locarno, lasci stare e passi ad altre e più tranquilizzanti e convenzionali serialità. Delle quattro puntate ho visto le prime due messe in programma alle 23,30 di un giovedì sera quasi notte, ma non ce l’ho fatta a vedermi le altre due proiettate sadicamente sempre alle 23,30 la sera seguente. Ma credo bastino per farsi un’idea di questa ennesima pazza eppure irresistibile opera di Dumont. Che riprende i personaggi di P’tit Quinquin, la coppia scemo e più scemo composta dai più strambi e surreali ispettore di polizia e assistente che si siano mai visti. E lo stralunato ragazzo contadino Quinquin, qui con qualche anno di più, ma sempre adorabile con quel naso storto e la bocca che mai ha visto un dentista. Siamo a Dumont-landia, quel Nord-ovest francese prossimo a Calais, ampi orizzonti, grandi cieli e lunghe spiagge che abbiamo visto in tanti suoi film, e prossimo anche a quella che era la jungla dei rifugiati (oggi smantellata), citata e ricostruita qui in due accampamenti di magrebini, mediorientali, sub-sahariani, pakistani, afghani. Le investigazioni del folle duo protagonista sono sempre insensate, condotte con quei modi da freaks di Todd Browning (e da baracconi ottocenteschi) e ispirati allo slapstick. Stavolta Dumont la butta sul fantascientifico genere baccelloni di La cosa dall’altro mondo. Cade dal cielo un magma, un blog maelodorante che sembra sterco di vacca ma è molto peggio, una cosa aliena che si impossessa dei corpi e li duplica. Molte allusioni alla cosiddetta attualità, dai migranti alla xenofobia dilagante (e purtroppo anche alla pedofilia nella Chiesa. Tu quoque Dumont? Anche tu sei caduto nel luogo comune di mostrarci dei preti attratti dai ragazzini? possibile che oggi al cinema non ci sia più un prete che non sia pedofilo?). Ma questo Coincoin è Dumont purissimo, con momenti assai divertenti e invenzioni meravigliose e ritorni alla comicità primaria delle comiche mute.

7) A Family Tour
di Ying Liang – Concorso internazionale
Un family drama sommesso e pudico, ma dal tratto netto e incisivo, di storie individuali che sanno farsi grande storia e raccontarci del grande paese Cina. Quante sono le Cine? Tre, come da partizione geopolitica. Quel gigante che è la rep. popolare di Pechino, Hong Kong, che alla repubblica popolare appartiene ma godendo di uno statuto speciale che ne preserva (ma fino a quando?) qualche peculiarità e differenza e Taiwan, la terra dei réfugés nazionalisti di Chiang Kai-shek, sconfitto nella guerra intestina con il comunista Mao. Una tripartizione che in questo film entra nello scacchiere narrativo, lo influenza, lo produce, determina le mosse dei personaggi e traccia i loro destini. A Family Tour è davvero mirabile per come mantiene in equilibrio elementi tanto disomogenei e di scala differente, scrivendo la storia di una regista di cinema che è insieme altre storie personali e collettive. Per tre quarti – a dirlo è il regista Ying Liang – il film intreccia elementi autobiografici, dunque siamo autorizzati a includerlo nel campo di quella che oggi vien chiamata autifiction. Ma A Family Tour gronda onestà e sincerità, e un’intima necessità di dire, raccontare, mostrare, che ha poco per fortuna a che spartire con vezzi e modaiolismi narrativi (e critici).
La regista Yang Shu è dovuta riparare dalla Cina Popolare a Hong Kong dopo aver girato un film che poco, anzi niente, è piaciuto alle autorità, un documentario sulla madre di un ragazzo condannato a morte per aver ucciso alcuni poliziotti (ogni riferimento ad analogo film girato da Ying Liang non è puramente casuale, film che si chiama When the Night Falls presentato a Locarno qualche edizione fa). Adesso, dopo cinque anni, ha un marito, un figlio, e progetta di girare un altro film per niente allineato sulla cosiddetta rivoluzione degli ombrelli nella Hong Kong di qualche stagione fa. La madre, rimasta nella Repubblica Popolare, soffre di una grave malattia e deve essere operata a breve. Per poterla incontrare Yang Shu, che non può rientrare nella repubblica popolare, andrà con marito e figlio a Taiwan con la copertura di un festival di cinema che ha in programma il suo film, la madre invece si infilerà in un tour in bus organizzato attraverso l’isola. Nelle cui tappe la famiglia si riunirà senza darlo troppo a vedere. Piano macchinoso, e per spiegarlo, e spiegare la condizione di ogni singolo componente della famiglia, il pezzo di Cina da cui proviene e il rispettivo background, il film ci impiega un bel po’, appesantendo i dialoghi e anche lo scorrere della narrazioneo. Ma, al netto di questo sovraccarico didascalico, peraltro necessario, A Family Tour funziona molto bene, facendoci penetrare a poco a poco nella complessità di un intrico familiare fortemente segnato dagli eventi esterni, un microcosmo di affetti più volte lacerato e più volte faticosamente ricomposto. Il nonno, sostenitore della rivoluzione maoista poi caduto in disgrazia (e la figlia bambina costretta a redigere per lui le abiure, i pentimenti, le autocritiche). Yang Shu, regista dissidente. Il marito, più volte vittima di censure nel suo lavoro di organizzatore di festival cinematografici. E la geografia complicata delle tre Cine (anche se una voce e una faccia da uno schermo tv ci ricordano come per Pechino la Cina sia una e indivisibile, a giustificare le mire annessionistiche su Taiwan. Quanto a Hong Kong: già fatto) che si fa geografia precaria di esistenze in fuga e in esilio, divise tra più identità imposte e appartenenze. A Family Tour è film dislocato e molteplice, sguardo dal di dentro sulla Cina come democrazia mai realizzata e insieme riflessione assai intima su quanto le scelte di resistenza umana pesino sugli affetti. Su come chi ti sta vicino possa subire le conseguenze del tuo coraggio. Ying Liang dipana il suo racconto in una pulizia formale e una pacatezza di toni che sono anche una dichiarazione di moralità, non solo cinematografica. Se c’è un limite in questo bel film è il proclamare così apertamente il proprio impegno, la propria esemplarità. Il suo mai deviare dalla propria missione di denuncia, il suo essere così rigoroso e imbustato. Ma son difetti che si devono perdonare, soprattutto quando A Family Tour riesce a comunicarci la precarietà delle sue vite sospese. Uno dei film migliori del concorso internazionale, purtroppo uscito senza premi. E pensare che a presiedere la guria c’era il cinese Jia Zhangke.

8) Fausto
di Andrea Bussmann – Concorso Cineasti del presente
Da qualche parte della costa messicana di Oaxaca. Storie di fantasmi, di case stregate, mitologie, leggende di mare e di terra. Naufragi, predoni, tesori, maledizioni, sortilegi. Un documentario fantastico, che esplora stavolta non il reale ma quello che sta celato e alimenta i sogni e gli incubi. E il sedimento lasciato da mille racconti. Il pressbook segnala di Fausto il lato-denuncia della colonizzazione del Messico, io francamente non me ne sono accorto, avendolo percepito, il film, più come uno stato di allucinazione in forma di cinema. Tra le cose migliori di Cineasti del presente. Di una regista canadese. Meritava parecchio di più della menzione speciale che ha avuto. Immagino sia molto piaciuto al giurato Ben Rivers, autore di un cinema non lontano da questo.

9) Suburban Birds (Jiao qu de niao)
di Qiu Heng – Concorso Cineasti del presente
Dalla Cina è arrivato il cinema migliore di questo Locarno. Il che non è una novità. Lascia comunque sbalorditi la capacità di quella cinematografia di produrre sempre nuovi talenti e di esplorare e sperimentare forme e linguaggi, all’ombra e qualche volta contro i grandi maestri alla Jia Zhangke (qui come presidente di giuria) e Wang Bing. A Locarno qualche anno fa era deflagrato a Cineasti del presente il talento Bi Gan con il suo Kaili blues, adesso nella stessa sezione ecco Qiu Sheng con Jiao Qu De Niao, che qualche robusta affinità con Bi Gan ce l’ha. L’età giovane, e l’avere come comune riferimento, almeno così a me pare, David Lynch, da cui si prendono e rielaborano gli spiazzamenti, l’anarchia visionaria, gli scarti dalla normalità, la decostruzione della linearità narrativa, le derive del sur – e sub-reale, la rappresentazione come epifania del mistero. Ma se Bi Gan ricorre alla macchina mobile per i suoi già leggendari, interminabili, ossessivi piani sequenza, Qiu Sheng sceglie una forma più rigida e gometrica, inquadrature spesso fisse che delimitano uno spazio schermico perfettamente disegnato e costruito e messo in equilibrio nelle sue componenti, e uno sguardo terso, trasparente, non oscuro e notturno come quello di Bi Gan. In una di quelle nuove città o suburbia sterminati, fungaie interminabili di grattacieli-torri desolati e minacciosi, un gruppo di tecnici sta facendo dei rilievi dopo lo smottamento e il cedimento per cause ignote del terreno, con il pericolo che vecchi e nuovi edifici possano imbarcarsi e crollare. Un ragazzo della squadra entra nella sua vecchia scuola ora abbandonata e, come penetrando in una faglia spaziotemporale, o forse è solo memoria, solo flashback, si ritrova bambino con i compagni di scuola. In un quartiere ancora vecchio, slabbrato, cadente, arrugginito, polveroso, in un’altra Cina, in una Cina precedente a quella dell’arrogante modernizzazione. Cortocircuiti tra il passato e il presente, geografie ibride e cangianti tra il decrepito e il moderno. Mentre si cerca di capire che cosa stia succedendo nelle viscere della città. Ne sono uscito stremato, sopraffatto, e sbuffante. Ma a qualche giorno di distanza, e dopo aver visto molti altri film mediocri, mi rendo conto di come Suburban Birds sia tre le cose davvero significative di Cineasti del presente e di tutto il festival. Film pretenzioso e altezzoso, che rifiuta ogni complicità con lo sspettatore, come no. Ma, signori, è nato un autore.

10) Hatzila (The Dive)
di Yona Rozenkier – Concorso Cineasti del presente
Passato pressoché inosservato, e completamente ignorato dalla giuria, questo film israeliano resta tra le cose migliori non solo della sua sezione, Cineasti del presente, ma dell’intero Locarno 71. Ritratto di una famiglia sbilenca e mattoide con derive nel grottesco che è, anche, un referto precisissimo di certe tensioni e pulsioni profonde dell’Israele di oggi, delle sue paure, del suo senso di precarietà di paese eternamente in guerra, eternamente in allarme. Film di personaggi anche deragliati, di cui mima il disordine attraverso una messinscena volutamente imperfetta, sporca, sconnessa. Tre fratelli si ritrovano nel kibbutz in cui sono cresciuti ora in piena decadenza (e già il fatto di mostrarci dal di dentro la crisi di un’istituzione fondativa della stessa identità israeliana come il kibbutz rende importante The Dive). Il macho militarista, il soldato che ha appena lasciato l’esercito, il timido che in guerra deve andare (lassù al Nord, ai confini con il Libano, si combatte). Una madre che parla italiano. E il funerale del padre organizzato per l’indomani e una bizzarra disposizione testamentaria lasciata dal defunto: i figli devono seppellire la sua mano (conservata in frigorifero) in un grotta sottomartina. Naturalmente saranno rinfacci e rimbrotti tra i tre fratelli, e rabbie verso quel padre impossibile che anche dopo morto li tiene in pugno e detta condizioni, mentre cadono missili sul kibbutz (lanciati da Gaza? o dal Sud del Libano?, perché non ci viene detto dove ci si trovi) e gli allarmi si susseguono. Sarà resa dei conti in famiglia, come in tanti racconti, letterari e cinematografici, di famiglie yiddish, e yiddish-newyorkesi, Woody Allen per dire. Con almeno un gran personaggio, quello del tormentato fratello di mezzo, il soldato-eroe, la perfetta macchina bellica per uccidere che forse si è dimesso da Tsahal, o forse ne è stato allontanato per eccessi di violenza. Ed è anche il prediletto di quella bellissima mamma che con lui, e solo con lui, parla italiano, lingua intima, degli affetti, che esclude tutti gli altri.

11) Rūgštus Miškas (Acid Forest)
di Rugile Barzdziukaite – Fuori concorso
Il titolo (quello inglese, non quello impossibile benché assai suggestivo in lituano), e anche le sinossi, lasciavano intendere il solito docu di denuncia ambientalista, foresta scheletrita e distrutta da piogge acide e altri misfatti industrialisti. Sicché avevo saltato la visione. Ma, dopo averlo recuperato in Digital Library, mi son dovuto ricredere. Macché, questo film ai confini della video installazione e videoart (del resto la sua autrice credo si definisca più artista che cineasta: sarà tra i rappresentanti della Lituania alla Biennala di Venezia del 2019) fortunatamente ha poco a che spartire con la lagna e retorica verde-ecologista. Sì, ci mostra una foresta in Lituania un tempo paradiso in terra, oggi moribonda. Ma il cattivo stavolta non è l’uomo, ma è la natura, o almeno una sua parte, una colonia di cormorani neri che, grazie al divieto di cacciarli, si è impetuosamente moltiplicata finendo con l’uccidere con le propre deiezioni ultraacide gli alberi. Qualcosa di simile a quanto è successo da noi con i cinghiali protetti. Naturalmente mica è un classico docu con spieghe tipo Discovery Channel, macché, qui signori siamo nella videoart, sicché inquadrature fisse di tronchi ormai disseccati che si stagliano su cieli plumbei, lividi nella luce del nord, mentre i sinistri uccellacci imperversano che neanche in Hitchcock. Da un punto di osservazione creato a suo tempo per i turisti, arrivano le voci degli strani visitatori di oggi, attratti da quell’ambiente appestato, voyeur di quel disastro ambientale. E sono i loro commenti appena udibili a dirci dei diabolici cormorani e dei loro misfatti (stando al pressbook, il film adotterebbe il punto di vista loro, dei volatili, sugli umani, a ribaltare quello che è sempre stato lo sguardo nostro, ovviamente predatorio e colonizzatore e inferiorizzante, sulla natura: ma queste son quisquilie e stupidate ideologiche che per fortuna non riescono a rovinare il film). Il bello di Acid Forest, il lato straordinario e di sicuro neanche previsto o voluto dalla regista, è come dal nugolo dei commenti, dal continuo brusio e vocìo dei visitatori, emergano le più strane idee e visioni e convinzioni. Fino a formare una narrazione bizzarra e allucinata: i cormorani violenti e distruttori vengono dal Sud, dal Mediterraneo, dal Nord Africa, no anzi dal Sud Africa. Vengono qui a uccidere le nostre foreste. E allora tutto di colpo ci appare chiaro: quell’affabulazione incessante sui cormorani assassini in cui si mischiano dati statistici, dati pseudoscientifici, pregiudizi altro non è che la rielaborazione e la proiezione di tutte le paure dell’Europa di oggi verso i migranti, gli uomini neri e pericolosi venuti da lontano. I cormorani sono loro, e la foresta siamo noi. (E però qualcuno ragionevolmente ricorda come le deiezioni di quegli uccellacci in Giappone siano considerate ottimo concime per certe particolari colture).

12) Chris the Swiss di Anja Kofmel – Panorama Suisse
Arrivato a Locarno (nella sezione dedicata al cinema svizzero) dalla Semaine de la Critique di Cannes, dov’era stato presentato in prima mondiale. E dove non ero riuscito a vederlo (benché Max Borg me l’avesse caldamente consigliato). Recuperato qui a Locarno 71, e trattasi davvero di film notevole, per quanto racconta e per come lo fa. Mescolando una storia privata – quello di una ragazzina ammaliata da un cugino dallo spirito avventuroso – con, ancora una volta, la Storia, in questo caso le fratture della post-Jugoslavia, la guerra tra Serbia e Croazia autoproclamatsi indipendente da Belgrado. Ricorrendo a diversi formati visuali, il footage, le interviste (i talking heads), materiali d’archivio pubblici e privati, e utilizzando l’animazione là dove la mera documentazione non può arrivare. Un’animazione in bianco e nero assai evocativa e drammaturgicamente incisiva, che fa di questo Chris the Swiss un prodotto assai affine nel suo ibridismo a un altro docu con animazione di quest’anno, il bellissimo Samouni Road di Stefano Savona. E che storia, quella che la oggi trentenne e qualcosa Anja Kofmel va a ricostruire, e che coraggio nell’iluminare gli aspetti più oscuri e perfino ignobili. 1992. Anja è bambina quando il molto amato cugino ventiseienne Chris, tipo indomito con già molte essperienze quale reporter in aree complicate del mondo (e pure un equivoco arruolamente in una squadra armata sud africana), parte per la Croazia in guerra con la Serbia di Milosevic. Si combatte soprattutto in Slavonia, a Vukovar, a Osek, e sono distruzioni, macerie, massacri, e anche pulizie etniche di villaggi di frontiera. Chris raggiunge Zagabria e da lì il fronte, fino a una svolta imprevista, quando da giornalista si fa combattente arruolandosi in una milizia di foreign fighters pro-Croazia sospetta di simpatie di destra estrema. Un’internazionale di fanatici pronti a tutto in nome dell’Occidente e della Cristianità. Chris verrà trovato morto, strangolato, al fronte. Chi l’ha ammazzato? E perché? Anja Kofmel costruisce il suo racconto come una classica detection, cerando di dipanare a poco a poco, attraverso ricerche sul campo e testimonianze di chi Chris l’aveva conosciuto bene, il maledetto imbroglio. Si resta agghiacciati dalla rivelazione finale, sempre che quella sia la verità e non ce ne sia un’altra anche peggiore e più turpe. Un viaggio nel cuore di tenebra (anche nostro, di tutti). Che molto ci dice dei Balcani, ma anche dell’attrazione esercitata su tanti giovani uomini dell’Europa pacifica e satolla dalla guera, vista come prova suprema e rito estremo. Talmente stratificato, questo film, da permettersi di citare nella sua parte animata gli incubi di Io ti salverò di Hitchcock disegnati da Salvador Dalí (il tema grafico ossessivo delle righe, che là erano i segni lasciati dagli sci sulla neve, qui quelli della sciarpa di Chris). L’ho visto con un pubblico numerosissimo, e alla fine sono stati, giustamente, molti applausi.

Questa voce è stata pubblicata in anteprime, cinema, Container, Dai festival, festival, film e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a i 12 film migliori del Locarno Festival 2018 (tra i 55 che ho visto)

  1. Pingback: Milano, da stasera FILMMAKER. Con Wiseman, Guadagnino, Claire Simon e molti altri talenti | Nuovo Cinema Locatelli

  2. Pingback: I MIGLIORI FILM del 2018. Secondo me | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi