Recensione: ‘Don’t Worry’, un film di Gus Van Sant. Sublimi Joaquin Phoenix e Jonah Hill, il resto no

Don’t Worry (titolo originale: Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot – Non preoccuparti, a piedi non andrà lontano), un film di Gus Van Sant. Con Joaquin Phoenix, Jonah Hill, Rooney Mara, Jack Black, Mark Webber. Al cinema dal 29 agosto distribuito da Adler Entertainment.Film che alla scorsa Berlinale ha ricevuto uno degli applausi più lunghi da parte del pubblico, ma uscito dal festival senza premi. Abiezione alcolica e redenzione del disegnatore satirico John Callahan. Meravigliosamente girato da Gus Van Sant, con un formidabile Joaquin Phoenix e un altrettanto formidabile Jonah Hill (Oscar a tutti e due, please). Dialoghi witty che tengono a distanza di sicurezza per un bel po’ la retorica e la melassa. Poi il film precipita nella predica edificante. Peccato. Voto 5+

Gus Van Sant torna a essere il regista che sa essere, ovvero uno che ha inventato parecchio del cinema del terzo millennio, un faro per molti film-maker venuti dopo. Mi chiedo solo perché il suo magistero l’abbia messo stavolta al servizio di una storia edificante fino all’agiografia nonostante i toni alternativi, di quell’alternativismo californiano che ci accompagna almeno dagli anni Sessanta. Biopic di John Callahan, cartoonista satirico (si potrà dire? io i suoi schizzi li trovo grossolani e non così divertenti), prima ancora alcolista compulsivo. Ed è stato l’alcol la causa di un incidente d’auto che lo ha lasciato in vita con gravissime disabilità. Gus Van Sant si concentra sulla sua riabilitazione anzi redenzione attraverso gli AA, alcolisti anonimi. Con il rito delle riunioni che sappiamo e abbiano fante volte al cinema. Intendiamoci, Gus Van Sant e gli altri sono tutti troppo bravi e troppo gente di mondo (dello spettacolo) per farsi intrappolare dalla retorica, loro una storia così scivolosamente larmoyante la neutralizzano e la distanziano per mezzo dell’ironia e di dialoghi strepitosi e witty. E poi c’è un formidabile Joaquin Phoenix che fa l’impossibile (con un altrettanto bravo e irriconoscibile Jonah Hill biondo quale guru-sponsor del gruppo di AA, Rooney Mara, Jack Black). E poi c’è quella California tra Settanta e Ottanta dove si conduce ogni possibile sperimentazione esistenziale in una sorta di bohème diffusa e capillare. Per un po’ ho sospeso il mio giudizio, lasciandomi ammaliare da un Gus Van Sant che gira con una fluidità e una leggerezza da imperatore della mdp, e che si autocita ironicamente con quegli skaters ragazzini che soccorrono Callahan. O riprendendo il suo protagonista di spalle mentre impazza per marciapiedi e strade sulla sua sedia a rotelle, secondo quel cinema delle nuche del quale lui è l’inventore (vedi Elephant) e oggi applicato da molto cinema giovane festivaliero. Eppure, nonostante l’apparato professionale messo in campo, questo film suona inesorabilmente falso e artificioso. Quando negli ultimi quaranta minuti il redento fa il giro del perdono, chidedendo scusa anche a chi gli ha fatto del male, allora cascano le braccia e capisci che non c’è rimedio, il film è quella roba lì nonostante che prima abbia cercato di farci credere il contrario. davvero, basta con questi pastoni californiani in cui si miscelano automotivazione, un Lao Tzu mai letto davvero, sapienzialismi pescati da ogni dove e mal digeriti. La regia di GVS è magnifica, ma che senso ha applicare tanta sapienza alla confezione di un santino new age e controcultural-californiano? Di questo film resta l’ennesima strepitosa performance di Joaquin Phoenix (sarà la volta buona per quell’Oscar che avrebbro già dovuto dargli per The Master e Her?), e resta un Jonah Hill semplicemente sublime e irriconosciile, biondo e smagrito e spirituale, consumato dalla malattia, guru di quel gruppo di alcolisti in cerca di riabilitazione, talmente bravo e, nell’ultima parte talmente commovente, da farci per qualche momento digerire anche il pastione new age di cui sopra. Partecipazioni speciali di Beth Ditto e Udo Kier (entrambi sono pazienti in rehab).

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