Recensione: LUCKY, un film di John Carroll Lynch. Il clamoroso addio di Harry Dean Stanton

969336Lucky di John Carroll Lynch. Con Harry Dean Stanton, David Lynch, Tom Skerritt. A Milano al cinema dal 25 agosto, nel resto d’Italia dal 29 (per saperne di più sulla programmazione, cliccare alla pagina di Wanted Cinema).
961914L’ultimo film del mitologico Harry Dean Stanton, scomparso giusto un anno fa: un attore che è stato un’icona dell’America e del cinema. Impressionante l’adesione con cui ha interpretato questo Lucky, fino quasi a far coincidere se stesso con il personaggio. Che ha 91 anni e vive (solo) in un villaggio perso nel Texas. È brusco, è un irriducibile misantropo, ma tutti lo amano. Applausi e commozione, quando è stato presentato al Locarno Festival l’agosto 2017. Partecipazione speciale di David Lynch (che aveva chiamato Harry per il suo Twin Peaks 3).  Voto tra il 6 e il 7

Ripropongo la recensione scritta l’anno scorso al Locarno Film Festival dopo la presentazione in concorso di ‘Lucky’. Harry Dean Stanton sarebbe morto un mese dopo, il 15 settembre.
A oggi, il più lungo, convinto applauso dei press screening. Tutti entusiasti (parlo degli accreditati stampa) e alla fine perfino commossi. In testa a tutte le classifiche (ma, anticipo, non alla mia: Lucky è bello, a modo suo un film perfetto, ma non è quel capolavoro di cui si va straparlando, ed è di quei prodotti troppo piacioni per piacermi davvero). Un film che, nella sua essenza, è una celebrazione sacrosanta ma fin troppo devota, in ginocchio, di Harry Dean Stanton, attore-icona che ha attraversato molte generazioni cinematografiche e molti film. E che compare in queste settimane, neo-91enne (compleanno lo scorso 24 luglio) anche nel nuovo Twin Peaks. Faccia che solo lui, che non puoi confonderla con nessun’altra, scavata, lignea, già totemica trenta e più anni fa ai tempi di Paris, Texas, figuriamoci adesso. Faccia profondo-americana come quella di Clint Eastwood, su cui credi di leggere molte storie sue e collettive, e invece, credo, temo, impenetrabile. Da idolo remoto. Ecco, a costruirgli addosso questo Lucky ha pensato John Carroll Lynch – attore di quelli che in un’altra era e in un altro cinema si chiamavano caratteristi, qui al suo primo lavoro da regista (ottima riuscita ). E che con quel nome ingombrante ha innescato a Locarno equivoci a non finire, inducendo molta gente a pensare che fosse il figlio di Lynch. O almeno parente. Equivoco alimentato dal fatto che in Lucky fa la sua apparizione, ed è un cameo assai ghiotto, David Lynch lui même. Aggiungeteci che Harry Dean Stanton è attore lynchiano e il misunderstanding di massa è servito. Invece macché, John Carroll non è né figlio, né cugino, né nipote di David. Zero legami di sangue. Solo omonimia (pensare che in conf. stampa ieri gli è stata fatta la domanda che non si sarebbe mai dovuta fare: “cosa si prova a lavorare con tanto padre?”). Celebrazione dell’iconico Harry Dean Stanton, si diceva, pigiando parecchio il pedale sulla confusione tra vita e rappresentazione, tra persona e personaggio. Quanto del vero HDS c’è nel Lucky che vediamo nel film? Il regista ci marcia, e lo spettatore sta al gioco. Vive da solo, Lucky, ai margini di un villaggetto texano nel niente del deserto che potrebbe proprio essere il Paris wendersiano, cactus e rocce, e quei due-tre bar o saloon dove si ritrovano tutti. Nel suo frigorifero solo latte. E però le sigarette non se le fa mancare mai ai suoi più che novant’anni (e qui la sovrapposizione tra personaggio e persona è totale: Chatrian in conf. stampa a Milano ricordava come Stanton non riuscisse a trovare un volo per l’Europa in cuin lo lasciassero fumare). Lucky sembra in gran forma, i fondamentali (pressione ecc.) sono a posto. Ma un giorno vien colpito da vertigini, cade, rischia di farsi molto male. Lui comincia a guardarsi in un altro modo, lo stesso la piccola comunita che lo circonda e che lo ama, accettando anche il suo brusco carattere e le sue paturnie di irriducibile misantropo. È da quel momento che nel film si comincia a evocare, direttamente o per allusione, la morte. Ci pensa, da non credente, Lucky, ci pensa chi crede. Niente drammi e melodrammi. Il film non perde mai, anche nel suo filosofeggiare alto o spicciolo sull’oltrevita, un tono di lieve follia, di commedia di catteri e d’ambiente però sottilmente deragliata. Sceneggiatura meravigliosamente scritta, mai un attimo di noia. Piccole invenzioni continue. E David Lynch lascia un segno forte quale padrone disperato di una testuggine centenaria (no, non tartaruga. Con chi la chiama così lui si arrabbia di brutto) scappata di casa e finita chissà dove. Nome: President Roosevelt. Consimili surrealismi, aggiunti alla presenza di Harry Dean Stanton, fanno sembrare in certi momenti il film uno spinoff di Twin Peaks 3. Vertice assoluto: quando Lucky intona a una festa di compleanno ispanica Volver Volver, con tanto di accompagnamento mariachi. Tutti si fermano ad ascoltarlo, e in platea ci si commuove (ebbene sì, fino alle lacrime). (Volver Volver è un pezzo messicano di Maldonado, non il Volver di Carlos Gardel come io pensavo: a farmi notare l’errore è stato Massimo Lastrucci, che ringrazio). Film perfetto, girato e interpretato in stato di grazia. Troppo perfetto, dico io. Il suo limite sta nel giocare facile. Chi volete che resista a HDS?

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