Venezia Festival 2018. Recensione: SUNSET, un film di László Nemes. Eccolo il capolavoro di questa Mostra, il film da Leone

Sunset (Napszállta – Tramonto), un film di László Nemes. Con Juli Jakab, Vlad Ivanov. Venezia 75 Concorso.
Non se l’aspettava nessuno che il film più divisivo sarebbe arrivato dall’ungherese László Nemes, il regista dell’unanimemente bene accolto Il figlio di Saul. Che stavolta ha spaccato invece pubblico e stampa (io mi colloco tra gli entusiasti). La fine dell’impero asburgico vista da Budapest. Dove arriva – è il 1913 – una ragazza di nome Irisz che si ritroverà invischiata in una serie di eventi misteriosi. Mentre il reale sembra trasformarsi in sogno e allucinazione. A stupire non è solo la suggestione del racconto, ma lo stile di inaudito rigore e potenza adottato da Nemes. E che sia Leone. Voto 9
Film enorme. Capolavoro vero, altroché. Anche, il film più divisivo del concorso (si pensava che sarebbe stato Suspiria e invece è toccato a questo a spaccare in due la stampa, meno il pubblico che ha pressoché compattamente non gradito. Purtroppo). A distanza di giorni dalla sua proiezione – una rivelazione, un’epifania – Sunset continua a innescare discorsi, confronti, passioni, indignazioni. Non ce lo si aspettava. Non ci si aspettava tanta divisività dall’ungherese László Nemes, anni 41, dopo il suo fondamentale Il figlio di Saul, punto di svolta e pure di non ritorno nel cinema dell’Olocausto, che aveva messo d’accordo tutti e vinto un Oscar. Un autore che sembrava votato al consenso unanime e che invece con questa opera seconda si colloca tra i radicali della macchina da presa. Ci si chiedeva cosa avrebbe mai fatto, cos’avrebbe mai potuto fare di più grande del Figlio di Saul, già lo si immaginava di quei registi di un solo film, inchiodati a un unico, irripetibile successo (tra gli infiniti esempi dico solo il Marcel Camus di Orfeo Negro). E invece eccoci qui a sperare che la giuria gli dia per Sunset il Leone che si merita. Anche perché, ulteriore miracolo, è riuscito a rivitalizzare e riscrivere il genere più stantio e a rischio manierismo che ci sia, il period movie, innervandolo di nuove energie e di una visione fosca del mondo, della storia, del cinema. Impresa riuscita a pochissimi altri, penso all’Andra Arnold di Cime tempestose, magnifico esperimento sul romanzo ottocentesco e sul cinema in costume dato anni fa a Venezia, ignorato da stampa e pubblico, non premiato.
Siamo in Tramonto nella Budapest del 1913, manca solo un anno al colpo di pistola di Sarajevo e alla guerra che avrebbe coinvolto tutta l’Europa e dissolto l’impero austroungarico. Pura Finis Austriae, però vista stavolta non da Vienna, ma dall’altra capitale, la sotterranea rivale Budapest. Irisz Leiter arriva da Trieste con la speranza di trovare lavoro come modista nel migliore negozio-atelier di cappelli in città. Che era stato dei suoi genitori, morti durante un incendio, e che ancora porta il loro nome, Leiter. Faticherà a convincere il nuovo proprietario, l’ambiguo Oszkár Brill, ad assumerla, e soprattutto a piegare la resistenza e l’ostilità di sua moglie. Ma ce la farà. Sarà l’inizio di una catena di eventi e di misteri che la inghiottiranno in un labirinto in cui rischierà di restare intrappolata. Strani e minacciosi messaggeri le fanno sapere che ha un fratello di nome Kalman di cui ha sempre ignorato l’esistenza, e che vive a Budapest. Nascosto, irraggiungibile, sfuggente, benché Irisz  si metta ossessivamente a cercarlo. Si aspetta la visita in città, e alla cappelleria Leiter, di un membro della casa imperiale, e intanto fatti inquietanti si succedono. Un gruppo di ribelli (anarchici? nazionalisti magiari? rivoluzionari protocomunisti?) semina il terrore, irrompendo e uccidendo a una festa notturna. E sembra che a guidarli sia Kalman. Irisz lo incontra, o almeno a lei pare di incontrarlo, per poi subito riperderne le tracce. Perché Kalman è un’ombra, un fantasma, una presenza incombente quanto evanescente, che si sottrae lasciando credere di concedersi. Mentre anche il negozio-atelier si rivela essere la copertura di loschi segreti. Tutto oscuramente si connette in un maledetto imbroglio che si fa ovviamente specchio e simbolo del collasso di un mondo, di una civiltà. Laszlo Nemes traccia un ritratto dell’Impero alla vigilia della catastrofe, già minato all’interno dalle sue stesse contraddizioni, dai vizi inconfessabili delle sue élite, e dalle rivolte. E lo fa costruendo ua trama in cui il reale sfuma nel sogno e nell’incubo, in cui non riusciamo più a distinguere il vero e il tangibile dall’allucinazione. Un racconto che la sua protagonista percorre come in stato sonnambolico, o come una nevrotica freudiana satura di ossessioni e fantasmi mentali. Tutto esiste solo come proiezione di Irisz, o forse no, forse Irisz è una sorta di medium che percepisce il mistero nascosto dietro l’apparenza. Sunset si nutre della sua ambiguità, è la sua protagonista sospesa tra lucidità e delirio, è la Storia prima del suo stesso accadere, come profeticamente intuita. Un teatro delle ombre dove si si sedimentano suggestioni letterarie e non. Se il sogno è la chiave per penetrare in Sunset, allora non si può non pensare a Freud e alla sua Teoria dei sogni, ai Sonnambuli di Hermann Broch, ovviamente al Doppio sogno di Schnitzler (e Kubrick). E come si fa a non citare Stefan Zweig e i suoi racconti, come quel Lettera da una sconosciuta da cui Max Ophüls trasse un film meraviglioso, forse uno dei riferimenti visuali di Nemes. Le azioni dei ribelli non solo prefigurano Sarajevo, ma ricalcano l’attentato a Sissi, l’imperatrice amatissima, uccisa da un anarchico a Ginevra. Infiniti sentieri si incrociano in questo Tramonto e contribuiscono a farne lo straordinario risultato che è. Risultato raggiunto anche con un uso della macchina da presa e una consapevolezza stilistica inauditi. La tecnica e il peculiare linguaggio filmico messi a punto in Il figlio di Saul, e che sembrava impossibile esportare in un altro film, in un’altra storia, vengono qui riapplicati e ulteriormente potenziati. Macchina da presa incollata a Irisz, alla sua faccia, al suo corpo, mentre intorno a lei spesso tutto è fuori fuoco, alluso ma non definito, fantasmatico, e anche quando le inquadrature si fanno più classiche (per dire: quelle al negozio-atelier) e meno ossessivamente centrate sulla protagonista, Nemes riesce a restituirci il senso di una realtà sospesa. Due ore e un quarto di un cinema radicale come pochi altri oggi, certo spossante, ma in grado di catturare e restituire il mistero, il non visto e il non visibile, il non detto e il non dicibile, in una sfida che lo spettatore deve raccogliere perché grande sarà la sua ricompensa. Certo, la tentazione di abbandonare il campo, di rinunciare alla visione, affiora, perché l’intrappolamento di Irisz nella Macchina dei misteri è anche il nostro intrappolamento. Ed è frustrante che ogni volta che la verità sembra avvicinarsi Nemes ce la tolga e la nasconda. Vero anche che qualche volta lo sviluppo narrativo viene forzato per adattarlo alla ferrea gabbia stilistica decisa dal regista, conferendo al film un che di artificioso, ma sono limiti che non ne sminuiscono la potenza. Esperienza immersiva al massimo grado: Irisz, semplicemnte, siamo noi, fatti salire volenti o meno sulla giostra degli enigmi. Mentre Nemes rovescia clamorosamente davanti ai nostri occhi il mito dell’Austria Felix che ha imperversato negli ultimi decenni. Kalman (ma esiste davvero o vive solo nella mente alterata di Irisz?) mi ha ricordato il protagonista sempre celato del migliore romanzo di Eric Ambler, Le maschere di Dimitrios, anche lui fantasmatica e demoniaca figura balcanico-danubiana. Come peraltro il Kaiser Söze di I soliti sospetti, che ad Ambler deve parecchio. Ma è solo uno dei molti sentieri sui quali riesce a trascinarci questo film. E speriamo sia Leone, nonostante i molti haters, soprattutto italiani.

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