Venezia Festival 2018. Recensione: CAPRI-REVOLUTION, un film di Mario Martone. Occasione sprecata, purtroppo

Capri-Revolution, un film di Mario Martone. Sceneggiatura di Mario Martone e Ippolita Di Maio. Con Marianna Fontana, Reinout Scholten van Aschat, Antonio Folletto, Gianluca Di Gennaro, Eduardo Scarpetta, Jenna Thiam, Ludovico Girardello, Lola Klamroth, Maximilian Dirr, Donatella Finocchiaro. Venezia 75 Concorso.
Capri 1914. Una pastorella si infila in una strana comune di protohippy capitanata da un guru bello, biondo e americano che sembra Jesus Christ Superstar. Il quale con i suoi adepti pratica il nudismo, il vegetarianesimo, lo spiritualismo orientaliste e molti altri -ismi. Una comune neopagana a confronto-scontro con la cultura patriarcal-mediterranea dell’isola. Poteva uscirne un fim clamoroso, invece Marone smussa ogni asperità e trasforma il tutto in una esemplare, fin troppo, parabola sull’emancipazione femminil-proletaria. Voto 5

Me l’aspettavo come uno dei film più interessanti del concorso e invece, come qualche volta (spesso) capita, aspettative tradite. Capri-Revolution è film bislacco, sghembo – e fin lì benissimo -, ma purtroppo sacrsamente riuscito, con certe cadute alquanto imbarazzanti e che sorprendono in un autore tanto sperimentato (penso alle sequenze del guru che vuole ricavare elettricità dai limoni, cosa purtroppo presa sul serio e non solo come proto-performance artistica; o alla ragazza che, uscita dall’ospedale, va da lui, sempre il guru, chiedendogli, cito a memoria, “portami al tempio, curami come sai fare tu”. Ma si può?). Eppure che storia meravigliosa era potenzialmente, quella di Capri-Revolution, e dunque che occasione sprecata. Ottima l’intuizione di ricostruire almeno una qualche esperienza dei tanti artisti e sperimentatori estsitenziali e rivoluzionari di ogni tipo calati a Capri a inizio Novecento dal Nord e Est  Europa, compresi quelli più strettamente politici (Lenin!). E di cortocuitarla con l’ambiente locale, sideralmente lontano e contrario se non ostile a quella sensibilità. Invece Martone ci cava un film esemplare e correttissimo che si trasforma, ahinoi, nel solito racconto di formazione e emancipazione femminile dalle catene patriarcali. Con una pastorella caprese che, a contatto con il sopracitato guru vegetariano/utopista/ecologista/nudista/spiritualista orientale e seguace di infiniti altri -ismi, dopo l’inevitabile shock scopre se stessa in quanto donna non più soggetta ai padroni maschi di casa (i fratelli, carognissimi). E invece come sarebbe stato bello mettere in scena il clamoroso cultural clash che di sicuro dovette esserci in quella pur tollerante e smagata isola tra i mattoidi venuti dal Nord e i locali con il loro universo di valori mediterranei, patriarcato in testa. Anche per via di quelle sporcaccionerie di nudismi al sole e abbracci multipli e semiorgiastici per catturare chissà quale energia cosmica. Macché, tutto invece è preso sul serio e celebrato comeo occasione per la ragazza conculcata e oppressa di librarsi in volo. Quanto ci viene mostrato si ispira – stando al pressbook – con molte libertà all’artista germanofono Karl William Diefenbach che a Capri a inizio Novecento fondò la sua comune, prima di ogni hippismo, e prefigurando anche certe utopie e sensibilità oggi di massa. Nel film (ambientato nella Capri del 1914: la vigilia della grande guerra si porta molto in qusto Venezia, vedi anche Sunset di Laszlo Nemes) Diefenbch diventa un givonatto biondo, bello e dalle lunghe ciocche di nome Seybu uguale uguale a Jesus Christ Superstar. Lui è buono, dolce, rispetta la natura e gli animali, crede nell’arte come via privilegiata alla conoscenza di sé e del mondo, pratica insieme agli adepticerti  strani riti tra il sabba e la danza di Isadora Duncan. Tutti nudi, ovvio, perché il corpo è il magnete per catturare chissà quali energie vitali. Stupidate kitsch, ecco, anche simpatiche (Seybu è un tipo simpatico, mentre l’anima nera della comune è un tedesco perfidissimo e manipolatore di belle ragazze adoranti, e si pensa subito pr analogia alla ragazze di Charles Manson, ovvio). Martone impagina con la perizia che gli conosciamo, riesce perfino a salvarsi nella parti che rischiano il ridicolo, come i riti danzanti sbiottati (giustamente, ha chianato la coreografa Raffaella Giordano – l’abbiamo vista come attrice l’anno scorso in L’intrusa – a disegnare credibilmente i movimenti danzati, e il risultato si vede). I problemi cominciano quando il film prende sul serio lo stupidario di quei pur amabili mattocchi nudisti. Diciamo che si conferisce a quelle esperienze del primo Novecento una sorta di patente progressista in quanto anticipatrice di ecologismo, liberazione sessuale ecc. Mentre qualche studioso ha creduto di rintracciare tra certe esperienze neopagane del tempo e il successivo nazismo una sotterranea quanto inquietante continuità. Insomma, una maggiore distanza nel maneggiare simili ambigui materiale sarebbe stata auspicabile, mentre qui nei confronti del Jesus Christ Superstar e discepoli siamo, se non alla beatificazione, certo all’indulgenza. Per non parlare dell’inverosimiglianza della pastorella che si infila nella comune, viene ostracizzata dalla famiglia e dal paesello, e in pochisismo tempo però da analfabeta diventa lettrice di libri di un certo peso imparando perfino l’inglese. Che poi le pastorellerie campane non erano così riuscite a Martone già nel suo video-installazione per il padiglione Italia all’Expo di Milano, e non era il caso di riprovarci. Invece rieccoci con le capre sugl’impervi pascoli e i villaggi-presepe. Che le cose non si mettessero cinematograficamente benissimo lo si era intuito da subito, allorquando il figlio spiega al medico (socialista interventista, come il Mussolini di allora: ma il film sorvola) che il padre si è ammalato quando ha lasciato Capri e la pastorizia per andare a lavorare in fabbrica a Bagnoli. Traduzione: l’industralismo è il diavolo, chi ci casca dentro è perduto. Siamo all’ideologia cattiva della decrescita, purtroppo. Scusate, ma sarebbe stato più salubre per il povero padre restarsene con le capre nelle grotte? Marianna Fortuna, lanciata da Indivisibili, afferra al volo l’occasione e ci dà dentro senza risparmiarsi. Potrebbe vincere il premio Mastroianni, ma dovrà vedersela con l’attrice di The Nightingale, superfavorita. Cattivi, mica vorrete che il film più brutto del concorso però diretto da una donna esca da Venezia senza un premio.

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