Venezia Festival 2018. Recensione: OZEN (Il fiume), un film del kazako Emir Baigazin. Premio per la migliore regia a Orizzonti. Signori, abbiamo un autore

Ozen (The River – Il fiume), un film di Emitr Baigazin. Con Zhalgas Klanov, Eric Tazabekov, Zhasulan Userbayev, Ruslan Userbayev, Bagdaulet Sagindikov, Sultanali Zhaksybek, Kuandyk Kystykbayev, Aida Iliyaskyzy. Proiettato domenica 23 settembre e lunedì 24 a Milano nella rassegna Le vie del cinema.
Anche dal Kazakistan può venire un grande cineasta. La prova si chiama Emir Baigazin, anni 34, già al suo terzo film, uno meglio dell’altro. Con questo Ozen conclude quella che lui chiama La Trilogia di Aslan sul mondo per niente innocente dei ragazzini. Cinque fratelli maschi, e un padre padrone che li costringe a vivere in una fattoria calcinata dal sole in un qualche deserto kazako. Poi arriva dalla città un loro coetaneo, e niente sarà più come prima. Quasi uno studio antropologico in forma di cinema. Stile altissimo anzi stratosferico, e rigore bressoniano. Uno dei film rivelazione di Venezia, gustamente premiato per la migliore regia a Orizzonti. Voto tra il 7 e l’8
Me li immagino già i detrattori dei film da festival o con un qualche pensiero dentro (purtroppo di gente così ce n’è anche tra i critici che si presumono fini), darsi di gomito e sghignazzare beceri di fronte a questa produzione kazaka replicando la più infame e plebea e ebbene sì populistica sequenza del cinema italiano di sempre, quel “ma è una c****a pazzesca” lanciato dall’inguardabile Fantozzi-Villaggio. Eppure, signori, questo Ozen è un bellissimo film, perché anche dal Kazakistan che ci crediate o meno può arrivare dell’ottimo cinema. Come da altri paesi un tempo terzi e quarti e assai derelitti che invece oggi ti sanno cavar fuori l’autore promettente, se non già maximo e consacrato, mentre noi troppo spesso ci adagiamo pigramente sulle glorie passate. Emir Baigazin, per esempio. Anni 34, nato nella provincia di Alga nell’immenso e centroasiatico Kazakistan, dunque neanche nella capitale, allevato come regista dal Berlinale Talent Campus, impostosi subito nel concorso della Berlinale 2013 con il suo primo lungometraggio, Harmony Lessons che lasciò tutti basiti per l’alto senso dello stile e il rigore bressoniano, e per come Baigazin non distoglieva lo sguardo dalla crudeltà del mondo dei ragazzini (altro che innocenza). Protagonista uno scolaro di nome Aslan ferocemente bullizzato, in una storia destinata a sfociare nel sangue. Si portò a casa un premio importante, Baigazin. Di cui si vide poi alla Berlinale 2016, ma nella sezione Panorama, l’opera seconda The Wounded Angel, dove andava sempre indagando l’universo dei quasi adolescenti e le loro minime o già grandi infamie. Con ancora un Aslan tra i protagonisti a fare da reagente e evidenziatore delle colpe nascoste, del marciume del gruppo. Perfino meglio, più maturo, più strutturato drammaturgicamente, del primo, e anche più implacabile nel farsi referto del male al lavoro. Sicché, per chi aveva visto quei due film, era grande l’attesa quest’anno a Venezia dove in Orizzonti era stato messo in programma il suo terzo lungo, con un altro Aslan adolescente a fare da perno della narrazione, a concludere quello che Baigazin chiama The Aslan Trilogy (e però non è lo stesso personaggio a muoversi da un film all’altro, cambiano anche gli interpreti difatti, non è l’Antoine Doinel truffautiano, se mai Aslan è una figura-simbolo, il ragazzino che tutti i ragazzini esemplarmente riassume nella sua vita e nel suo destino). Stavolta Aslan, questo Aslan, è il maggiore di cinque fratelli tutti maschi, compresa una copia di incazzosi gemelli, costretti da un padre fanatico a vivere con lui e la madre in una fattoria miserabile nella calura e nella polvere di un qualche semideserto kazako. Padre feroce e padrone che li ha segregati dal mondo per, son parole sue, proteggerli dal marciume, dalle mollezze, dalla corruzione del vivere civile. Con la moglie consenziente e complice nella folle scelta. Una famiglia che riproduce su scala micro la costruzione e le gerarchie della società patriarcale, il padre onnipotente a comandare, la moglie devota e sottomessa ad applicarne la legge, i figli a ubbidire e lavorare. A pascolare le bestie, a fabbricare sotto il sole mattoni dal fango. Con il grande, Aslan, delegato dal patriarca a governare quella ciurma ragazzina, a farsi strumento della sua spietatezza. Aslan l’erede, ha già imparato benché riluttante qualche tecnica del potere, alternando pugno di ferro e comprensione per farsi seguire dal branco. Tutto affondato in un tempo fuori dalla storia, in una contemporaneità assai approssimativa e larga, senza nessun riferimento che ci aiuti nella datazione, e nemmeno nella localizzazione. Una cornice astratta per fare di quanto si vede un’esemplare parabola sull’umano. Lo stile di Baigazin si fa ancora più severo e intransigente rispetto ai due precedenti film, più radicale, fissandosi ossessivamente in tableaux vivants dai minimi, impercettibili movimenti, spesso disperdendo i personaggi in campi lunghi fino all’immensità ad accentuarne il ruolo di pedine di una partita che li sovrasta, o di vittime-carnefici in un arcaico cerimoniale. In un altrove che è nessun luogo e tutti i luoghi. Un luogo separato che a me ha curiosamente ricordato un remoto film dei fratelli Taviani, Sotto il segno dello scorpione, e certi esperimenti antropologici condotti in libri (e film) come Il signore della mosche, o certo teatro come L’isola degli schiavi di Marivaux. Con Baigazin, l’uomo con la macchina da presa, a riprendere da entomologo i suoi umani-insetti, a osservarne reazioni e controreazioni, le dinamiche interne, le spinte centrifughe alla dissoluzione, i germi dell’anarchia sotto il trionfo apparente dell’ordine. I due gemelli odiano il padre, progettano di ucciderlo. Con Aslan a situarsi ambiguamente a metà tra gli aspiranti ribelli e il maschio padrone da rovesciare edipicamente. Ma a sconnettere le giunzioni di questo mondo a parte e far saltare gli equilibri sarà l’arrivo imprevisto di un esterno, un cugino lontano e mai conosciuto di nome Kanat approdato lì dalla città, un ragazzino acconciato come un idoletto punk, o dei manga, o di un videogioco. Non ci metterà molto, con il suo tablet specchio del mondo là fuori su cui scorrono immagini ipnotizzanti, a conquistare i cinque fratelli, a scatenare la loro rivalità interna e i loro desideri. Mentre oltre la collina di sabbia e fango un fiume dalle acque troppo rapide diventa il richiamo, l’evasione, e poi il luogo dell’ordalia, del momento in cui la verità verrà finalmente rischiarata e rivelata. In una gita al fiume con immersione collettiva succederà qualcosa a Kanat e niente sarà più come prima. Non si può dire di più, ovvio. Se non che con il procedere del racconto appaiono sempre più evidenti le intenzioni di parabola del regista. Per dirci cosa? Che l’innocenza non esiste, è un’illusione, una costruzione culturale per autoingannarci? Io ci ho visto la fallacia di ogni tentativo di scappare dalla storia, perché poi la storia si vendica secondo la legge freudiana del ritorno del rimosso. Ma, scambiando qualche parere dopo la proiezione, mi sono reso conto che altri ci hanno letto l’esatto opposto, l’elogio della fuga dalla storia e dalla carica corruttrice della modernità. Rispetto ai due film precedenti Baigazin non si limita a mostrare, molto più ambiziosamente conduce uno studio con gli strumenti del cinema etnografico e del racconto mitico sull’umano, le sue pulsioni primarie e i basici istinti. Ambizione fin troppo evidente che rischia di irrigidire Ozen nella sua stessa dimostratività. Ma la messinscena è di tale rigore e rarefazione, di una bellezza così stordente che a Ozen finiamo con l’arrenderci senza riserve. Dopo questo e i due film precedenti sarà il caso di guardare a Emir Baigazin come a un piccolo maestro che potrebbe diventare grande assai velocemente. Intanto dopo il premio a Venezia-Orizzonti per la migliore regia The River è emerso anche a Toronto, dove si è preso la la menzione d’onore dalla Giuria internazionale del Platform Prize composta da Bela Tarr, Lee Chang-dong e Mira Nair. Solo l’inizio di una lunga marcia attraverso i festival e la stagione dei premi.

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