Recensione: A VOCE ALTA, un docufilm di Stéphane De Freitas e Ladj Ly. Un talent, però di arte oratoria

OFF_AVoixHaute_03_My Box Productions 2017A voce alta – La forza della parola (À Voix Haute) di Stéphane De Freitas e Ladj Ly. Con Leïla Alaouf, Eddy Moniot, Elhadj Touré, Souleïla Mahiddin, Bertrand Périer, Alexandra Henry, Loubaki Loussalat, Pierre Derycke. Distribuzione Wanted Cinema. Al cinema da giovedì 20 settembre (sul sito Wanted l’elenco delle sale).
Ma nelle università italiane ci sono le gare di eloquenza? Non mi pare. Sono un’istituzione invece in quelle di Francia, come ci mostra questo documentario. Il meccanismo è lo stesso di un qualsiasi talent, solo che qui non si canticchi o ballicchia ma ci si esibisce in performance di oratoria. E i migliori vanno avanti, fino allo scontro finale. Non male, peccato solo che A voce alta ecceda in melensaggini multiculturaliste. E però quant’è bello l’omaggio alla lingua francese da parte anche dei figli più arrabbiati di Francia, i ragazzi delle banlieue, delle cité. (Per strana coincidenza, esce l’11 ottobre un altro film sui tornei di eloquenza francesi, stavolta non docu: Quasi nemici). Voto 6
OFF_AVoixHaute_02_My Box Productions 2017Documentario furbissimo sulla tenzone di oratoria che ogni anno si tiene alla parigina università di Saint Denis. Torneo – con tanto di corso preparatorio, prove, test, turni eliminatori, semifinale e finalissima – dal bel nome latino Eloquentia aperto a 93 studenti (non è spiegato il perché debbano essere proprio 93, non uno di più non uno di meno, e se il film lo spiega mi è sfuggito). Via quindi con ragazze e ragazzi, spaccato esemplare, fin troppo, di quella Francia di oggi che continuiamo a chiamare pigramente, con un cliché lessicale, multietnica. In una sfida che celebra in primis il trionfo della lingua francese, la sua capacità egemonica, il suo inossidabile fascino e richiamo su moltitudini pluricontinentali, difatti a maneggiarla e padroneggiarla, a usarla come arma per la vittoria in Eloquentia, sono giovani donne col velo, arabo-musulmane senza velo, ragazze e ragazzi di famiglia africana, ragazzi venuti dall’Est Europa. E i francesi da parecchie generazioni? Ci sono anche loro, come no, ma non saranno tra i finalisti, non sono quasi mai tra i protagonisti veri del film, quelli che la cinepresa segue e accarezza. Pochissimi in partenza, zero alla sfida ultima. Non so se sia una scelta dei due registi, questa di focalizzarsi sui nuovi francesi (si potrà dire? sarà abbastanza corretto? verrò bacchettato?), o se rispecchi semplicemente la composizione dei concorrenti.
A voce alta mi ha ricordato Le Concours, un documentario, bellissimo, molto meglio di questo, di un tre anni fa di Claire Simon sugli esami assai severi di ammissione alla Fémis, celebre scuola di cinema di Parigi. Struttura narrativa e progressione drammaturgica sono molto simili. In A voce alta assistiamo alle lezioni di oratoria degli esperti, tra cui un poeta m’è parso hip-hop, peraltro assai bravo e in grado di cavare (da se stesso) poesia vera. E naturalmente veniamo a conoscere da vicino una decina suppergiù di concorrenti, le loro aspirazioni, le ragioni che li hanno spinti a iscriversi a corso e torneo di eloquenza, più le loro storie private e familiari (molta banlieue, molta seconda e terza generazione di immigrati). Si segue volentieri il film, i ragazzi son tutti carini e simpatici, pure ruffiani, e qualcuno con dei veri talenti. Il meccanismo di selezione progressiva e di duelli a eliminazione diretta in fondo è quello di un qualsiasi talent alla X Factor, solo con altre abilità alla prova. Naturalmente si parteggia per l’uno o per l’altro, esattamente come a un talent. Ritmo elevato, non ci si annoia mai, e alcune esibizioni oratorie sono assai godibili. E però a impiombare irrimediabilmente il film è la sua carineria ideologica, la sua affettazione virtuosa, la sua melensaggine politicamente corretta. Assistiamo a esemplarissimi, dimostrativi racconti autobiografici – trasformati in performance retoriche – di emarginazione sociale vissuta, subita e poi vinta. Di famiglie svantaggiate benché mai dome e rinunciatarie. Di sogni infranti ma anche realizzati. Naturalmente la ragazza col velo è assai intelligente, brava, colta, e ci spiega, naturalmente, che il velo è una scelta, mica gliel’ha imposto nessuno. Fosse così semplice, voen da dire. In questa tenzone c’è sì qualche lacrima, ma non si sente mai l’odore del sangue delle competizioni vere, quelle feroci, quelle da cui dipende il tuo futuro, il tuo destino. Qui tutto è caramellato, ammorbidito, smussato. Ovviamente, perché emerga il giusto messaggio, semifinalisti e finalisti son tutti ‘nuovi francesi’. Solo tra i ragazzi del gruppone iniziale spicca anche un francesino biondastro, non certo figlio dell’immigrazione, di umorismo perfido e maligno. Quando uno degli insegnanti gli intima “tira fuori te stesso, esprimi te stesso” lui si lancia in un’arringa contro questa smania dilagante del proprio Io (presunto) autentico. Se stessi chi? Me stesso chi? In una successiva prova ha pure la sfrontatezza di sostenere il ripristino della leva militare obbligatoria. Tipetto straordinario, l’unico a suscitarsi qualche pensiero, difatti l’hanno eliminato subito. Altra zeppa: più che allenarsi all’oratoria, i concorrenti preparano monologhi d’attore. E la tenzone più che di eloquenza diventa di recitazione. Non esattamente la stessa cosa. Avevano detto di partecipare per “superare la timidezza a parlare in pubblico”, macché, volevano diventare attori, mettersi in mostra. Difatti il vincitore vien subito scritturato per un film. Il meglio di questo medio-mediocre A voce alta sta altrove, nel come ci mostra la devozione di molti immigrati e figli di immigrati alla lingua e alla cultura francese tutta, alla francesità, all’idea della Francia. Ringrazia e celebra la Francia uno dei semifinalisti, di origine africana. Compone una gran partitura verbale intorno alla parola français il poeta-insegnante hip-hop. Non è la prima volta che lo si vede al cinema, questo commovente omaggio da chi non te lo aspetteresti, dai popoli delle ex colonie. E mi viene in mente il Kéchiche di La schivata, ragazzini e ragazzine di banlieue che mettono in scena, benissimo, Marivaux. Per curiosa coincidenza, è in arrivo un altro film, stavolta non documentario , sui cimenti d’eloquenza nelle università francesi, più precisamente su quelli di retorica, Quasi nemici, insapore titolo italiano di Le Brio, con uno strepitoso Daniel Auteuil e una non troppo convinta Camélia Jordana. Uscita l’11 ottobre. Anche lì il talent di oratoria si fa esemplare strumento di inclusione e percorso di integrazione culturale di una banlieusard di radici magrebine, anche lì un concorrente francese di radici francese bravo, bravssimo, ma politicamente scorretto verrà eliminato immediatamente. Dev’essere l’air du temps.

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