Recensione: *BlacKkKlansman*, un film di Spike Lee. Titolo impossibile, film deludente

BlacKkKlansman, un film di Spike Lee. Con John David Washington, Adam Driver, Laura Harrier, Topher Grace, Jasper Paakkonen, Corey Hawkins, Harry Belafonte.
La grande delusione di Cannes 2018 (eppure gli hanno incredibilmente dato il Grand Prix). E che occasione sprecata questo BlacKkKlansman dal titolo lambiccato e impossibile. Storia di un missione di polizia sotto copertura nel KKK, con un agente nero che tiene i contatti telefonici e un suo alter ego bianco in azione sul campo. Idea balorda che nessun capo di polizia dotato di buon senso approverebbe. Momenti di commedia, anzi di farsa, si alternano incongruamente a inserti militanti sulla questione afroamericana. Voto 4 e mezzo
Titolo lambiccatissimo (ma ragazzi, chi ve l’ha fatto fare?). E comunque, al di là della terribile sciarada BlacKkKlansman – io ci ho messo un po’ a capire, voi che siete più svegli di me ci sarete riusciti subitissimo – quanto era atteso lo scorso maggio a Cannes questo ritorno al gran festivàl dell’eterno ribelle e eternamente incazzato Spike Lee, uno che peraltro da Cannes era stato lanciato nel lontano 1989 con Fa’ la cosa giusta. Ritorno, oltretutto, con un film sulla questione eternamente calda in America del Ku Klux Klan e del suprematisimo bianco, e chi meglio di lui, Spike Lee, per trattare la cosa e maltrattare come si merita il Klan. Invece delusione cocentissima, almeno da parte mia, giacché a Cannes il film dal titolo impossibile è piaciuto quasi a tutti portandosi a casa perfino il Grand Prix generosamente assegnatogli dalla giuria (rallegriamoci almeno che non gli abbiano dato la Palma d’oro). BlacKkKlansman è una produzione medio-mainstream alquano corriva, un film indeciso a tutto che imbocca la strada della commedia (l’unica che avrebbero dovuto ragionevolmente percorrere fino in fondo regista e sceneggiatori) per poi dirigersi sulla denuncia antiKKK e la questione neroamericana, e su ardite quanto discutibili analogie tra il razzismo anni Sessanta-primi Settanta di quei criminali klanici con il trumpismo attuale. Ed è un peccato, perché lo Spike Lee veteromilitante, urlante slogan e grondante analisi politiche sommarie e rozze, è sempre stato molto peggio del suo alter ego metteur en scène, lo Spike Lee che il fare cinema ce l’ha come vocazione e dote naturale.
Primi Settanta, a Colorado Springs, non proprio il centro d’America e del mondo. Tempi di Black Power e di Black Panthers sognanti la rivoluzione contro l’uomo bianco, ma anche il ritorno alla Madre Africa e altri improbabili utopie che poi la storia avrebbe provveduto a giustiziare. Certo, le pettinature afro e le shirts aderentissime a toraci maschili e femminili e i pantalonacci adorabilmente skinny a vita alta fan sempre la loro figura al cinema e pure stavolta funzionano alla grande. Anche se si rimane perplessi nel vedere il leader della nerissime e combattenti pantere in tour predicatorio militante cambiare il nome da Stokely Carmichael in Kwame Turé, in omaggio a uno dei leader della decolonizzazione africana, il guineano Sekou Touré. E però il nucleo del film sta nella missione della polizia locale sotto copertura nell’Organizzazione (così preferiscono essere chiamati quelli del KKK, ansiosi di una facciata presentabile). Storia ispirata a fatti veri, certo che dal film salta fuori come un’operazione balorda e squinternata, più beffa e stangata goliardica che missione investigativa. Succede che un poliziotto black neoassunto e ambizioso (è John David Washington, sì, il figlio di Denzel, figaccionissimo e fisicamente degno di tanto padre e perfino con un’ironia sconosciuta al roccioso genitore) contatti telefonicamente il Klan fingendosi un bianco incazzato voglioso di entrare nei suoi ranghi. Verrà presto richiamato dal leader, il quale si beve l’improbabile spiega che l’agente gli rifila. E già questo. Solo che lui, nero, mica può andare all’incontro presto fissato, sicché bisogna trovare un bianco che gli faccia da alter ego, e la scelta cadrà su un collega coetaneo ebreo (quindi anche lui tra gli odiatissimi dal KKK). Insomma, gli agenti in missione sotto copertura sono due, il black che tiene i contatti telefonici e l’altro che si infiltra. Idea che nessun capo di polizia con un minimo di buonsenso accetterebbe, ma siamo al cinema e facciamo finta di crederci. L’idea del doppio, uno voce telefonica l’altro in azione, non sarebbe narrativamente male, se solo ci fosse una sceneggiatura in grado di sfruttarla adegutamente. Invece tutt’al più produce momenti farseschi non proprio finissimi, come il poliziotto black che fa battute infami sui neri per compiacere l’interlocutore klanico (risate in platea), o il black che istruisce il suo alter ego bianco su dizione e tono di voce da ghetto (altre risate). Ma la platea esplode in applausi tonanti quando i klanici infami, in una cerimonia di iniziazione più grottesca che spaventevole, urlano uno via l’altro ‘America first!’, e anche qui non c’è bisogno di spiegare il battimani. Non è che poi l’indagine porti a casa chissà quali risultati, anche perché quelli del KKK di Colorado Springs non sembrano proprio delle aquile in grado di organizzare chissà che. Ma vogliamo parlare dell’incredibile storia d’amore tra il poliziotto black fichissimo e la leader del Black Power della città?, storia che incredibilmente continua anche dopo che lui le ha confessato di essere un agente, e sono assurdità e incongruenze che in un film rispettabile non dovrebbero trovare posto. Il tono da commediaccia si alterna incongruamente a inserti di puro militantismo, che se non altro producono l’unico momento alto di tutto il film, con un meraviglioso Harry Belafonte, anni 91, a rievocare l’infame linciaggio di un nero. Ma è, letteralmente, un altro film che non si salda con il resto. E che fa rimpiangere che Spike Lee non sia dedicato a un progetto grande e credibile sul KKK. Adam Driver è l’alter ego bianco infitrato, e non lo si è mai visto tanto spaesato e perplesso.

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