Recensione: *L’uomo che uccise Don Chisciotte*, un film di Terry Gilliam. Troppo lambiccato e contorto: un capolavoro solo annunciato

L’uomo che uccise Don Chisciotte (The Man Who Killed Don Quixote), un film di Terry Gilliam. Con Adam Driver, Jonathan Pryce, Stellan Skarsgård, Joana Ribeiro, Olga Kurylenko, Jordi Mollá.
Eccola finalmente la Grande Opera di Terry Gilliam attesa da 25 anni. Film discreto, ma non immane, non all’altezza della sua leggenda. Già autore du un Don Chisciotte indie, un giovane regista torna in Spagna per girarne un altro più sontuoso. Ma il il set si blocca per mancanza di fondi. E Toby il regista va a cercare l’uomo che nel suo primo film era stato il Cavaliere della Mancha. Si va avanti così, tra realtà e plurime finzioni, tra ragione e delirio, in un’assai contorta operazione di cinema dentro e sul cinema. Ma non sarebbe stato più semplice girare il Don Chisciotte di Cervantes? Voto 5 e mezzo

Finalmente eccola anche nei nostri cinema, dopo l’anteprima lo scorso maggio a Cannes, la Grande Opera Impossibile firmata Terry Gilliam. Film leggendario e maudit per le disgrazie che lo hanno funestato nel corso della sua lunga storia, 25 anni di tentativi, di set messi in piedi e dismessi, malattie dei protagonisti, tracolli produttivi, perfino cicloni e inondazioni a trascinare via scenografie e quasi gli stessi attori. Cast scritturati e mai utilizzati, o tutt’al più per quakche scena. Sicché quando a Cannes sono apparse le prime immagini sullo schermo quasi non ci si credeva e un po’ ci si è pure commossi. Banale dunque vietatissimo chiamarlo impresa donchisciottesca, battaglia contro i mulini a vento del destino, e però davvero L’uomo che uccise Don Chosciotte sembra un’allegoria della sua complicata gestazione. Con Terry Gilliam impegnato in un’impresa che lo consegna alla storia del cinema in virtù della sua impossibilità. Don Quixote c’est moi. Ma proviamo ad astrarci da tanto ingombrante background per concentrarci sul risultato. Che, prima constatazione, non mostra tracce troppo evidenti della sua complicata lavorazione (e son stati tormenti fino all’ultimo minuto, con il coproduttore Paulo Branco che ha cercato di bloccare con una causa legale di cui non ho capito bene i termini la prima a Cannes e l’uscita nelle sale francesi), apparendo lucidato e rifinito come si deve. A dirla tutta, mi aspettavo di peggio. Anche perché non sono mai stato un amante del cinema dell’eccesso di Terry Gilliam che tanto si compiace delle sue mattane e dei suoi deragliamenti. Cinema anche intimamente immobile, e pesante, ridondante, di una baroccheria sontuosa e esteriore. Quanto a L’uomo che uccise Don Chisciotte – mai, ha notato giustamente qualcuno, ci fu titolo più spoiler di questo -, si fatica parecchio a orientarsi in una storia multistrato persa nella sua stessa complessità. La consueta propensione di Gilliam per le macchinerie e le meraviglie produce stavolta una narrazione macchinosa, ansimante, ganci-pulegge-catene-incastri drammaturgici che, se qualche volta funzionano, più spesso stridono come male oliati o bisognosi di pronta manutenzione. Poi certo ci sono intuizioni magnifiche – la migliore: il folle ciabattino che si crede Don Chisciotte replicando il credersi altro da sé del personaggio – e momenti visivamente formidabili, ma l’insieme resta inserorabilmente scombinato. Tant’è che ci si chiede: ma perché Gilliam ha costruito una trama così lambiccata, tutta un rispecchiamento e una finzione nelle finzioni, e non ha girato il Don Chisciotte? perché non ha semplicemente trasformato il testo di Cervantes in una delle sue fantasmagorie? perché ha allestito questa contorta operazione di meta-cinema?
Allora: un brillante regista pubblicitario (Adam Driver) è in Spagna a girare un Don Chisciotte. Ma non c’è pace sul set, i guai si susseguono (un classico del cinema sul cinema). Il losco produttore non ha soldi ed è alla disperata ricerca di nuovi capitali (e credo siano tanti i rimandi alla stessa travagliatissima storia di The Man Who Killed Don Quixote). Scopriamo che Toby, il regista, in realtà un Don Chisciotte l’ha già girato qualche anno prima e proprio da quelle parti: con pochi o niente mezzi, in austero bianco e nero, arruolando come attori gente del posto, un ciabattino come protagonista, la figlia dell’oste come Dulcinea. Era il suo saggio di fine scuola di cinema, e adesso è tornato per replicare l’impresa con una produzione vera e una vera troupe. E già questo: un regista che gira due volte Don Chisciotte. Con Terry Gilliam che girando il suo Don Chisciotte si riflette in lui come in uno specchio più deformante che fedele, con susseguente rischio di vertigine per lo spettatore affacciato su un film tanto labirintico. In una pausa di lavorazione Toby il regista va al villaggio dove aveva girato il suo indipendentissimo esordio. Ritroverà il ciabattino che, dopo essersi calato nella parte, è impazzito credendosi davvero Don Chisciotte, e crede ancora di esserlo (sequenza meravigliosa con il povero pazzo che recita Cervantes mentre scorre il b/n del film). Dunque: un folle uomo qualunque che interpreta il folle cavaliere della Mancha, e che ci trascina nel suo gorgo e ci fa vedere il mondo attraverso il suo sguardo. The Man Who Killed Don Quixote si regge su questo complicato doppio registro della realtà e della follia, della verità e della simulazione-finzione, oscillando tra passato e presente, anzi tra un presente e un doppio passato. E se nei suoi momenti migliori ce la fa a creare cortocircuiti folgoranti tra questi diversi livelli, rischia anche di restarci intrappolato. Tenere insieme tanta complessità richiederebbe una sceneggiatura di ferro che qui non c’è. Sicché per giustificare le sequenze in costume, quelle che poi consentono a Gilliam di esplodere nei suoi adorati barocchismi, si inventano di volta in volta improbabili giustificazioni: il ballo in costume al castello, i villici che per assecondare la follia del povero ciabattino si fingono pure loro personaggi del romanzo-film. Non bastassero tante circonvoluzioni, si lanciano pure ponti verso l’attualità allorquando un rifugio di clandestini nordafricani appare al povero pazzo come un accampamento di mori nemici della Spagna cristiana. E se alcune sequenze sono ottimamente risolte, altre son tirate via con scarsa lena registica, come a volersi sbarazzare al più presto di certi necessari raccordi per andare alle scene più gratificanti (il lungo girovagare del falso Don Chisciotte e di Toby costretto a fingersi Sancho non lo si può guardare quasi). Il meglio di L’uomo che uccise Don Chisciotte sta nell’insanità commovente del ciabattino (un Jonathan Pryce magnifico) , un’invenzione che vale tutto il film. E, classico cinema nel/sul cinema tra 8 e mezzo e Effetto notte, funziona abbastanza bene il racconto del set smandrappato e senza soldi dove Gilliam potrebbe aver immesso qualcosa di autobiografico, come funziona la lunga parte con l’oligarca-predatore russo culminante nella sequenza del bal masqué dove tutti i fili e le trame convergono. Film-piovra dai troppi tentacoli che non sempre Gilliam riesce a tenere sotto controllo. Poi, certo, come si fa a non stare dalla sua parte e non ammirare il coraggio di uno che per amore del cinema si è buttato in una simile impresa?

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