Film stasera in tv: LA RISAIA di Raffaello Matarazzo (mart. 2 ott. 2018, tv in chiaro)

La risaia di Raffaello Matarazzo con Elsa Martinelli e Rick Battaglia (1956), Rete Capri (canale 66 dt), ore 22,30. Martedì 2 ottobre 2018.
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Festival di Locarno 2012, proiezione in piazza Grande di ‘La risaia’: nella foto l’allore direttore artistico del festival Olivier Père e Elsa Martinelli.

Ripubblico la recensione-cronaca della proiezione al festival di Locarno 2012 in Piazza Grande (era il 31 luglio) del film, presente la protagonista Elsa Martinelli.
Interviene prima della proiezione Elsa Martinelli, adeguatamente introdotta dal buon Olivier Père, direttore artistico del festival (quest’anno non più nei suoi iconici completi bianchi) con spiccata vocazione a fare il padrone di casa di modi cortesi e squisiti (qualcuno si è scandalizzato quando l’ho detto, ma a me ricorda proprio certo Gian Luigi Rondi, il più diplomatico e curiale, il navigatore capace di cavalcare ogni onda, di trovare ottime parole per tutti e in ogni occasione, di non imbarazzarsi mai, di non essere e di non mettere mai a disagio nessuno, insomma un vero uomo di mondo, come dicevano le zie). Elsa Martinelli sale, un po’ faticosamente per via di una caviglia messa un po’ così, le scale ed eccola sul palco, sotto l’immenso schermo di Piazza Grande. Sempre bellissima, e non è il solito, dovuto omaggio alla star-che-ha-fatto-la-storia-del-cinema, e sempre magra, con quell’aria inconfondibilmente racé, quall’allure da modella (le modelle degli anni Quaranta e Cinquanta come lei imparavano a sfilare in passerella ritte come un fuso e con la testa leggermente all’indietro, e da allora si portan dietro quelle posture come un imprinting, un qualcosa che le fa riconoscere ancora oggi nella folla). Un tailleur pantalone, un po’ pigiama palazzo alla Galitzine, verde smeraldo, che concentra subito gli occhi della piazza su di lei. Spende poche parole. Ricorda di come La risaia di Matarazzo fu il suo secondo film e il primo italiano, la vollero Carlo Ponti e Dino De Laurentiis dopo averla adocchiata in un western americano che era stato il suo debutto. “Facevo la modella in America, non pensavo proprio di fare del cinema, poi la moglie di Kirk Douglas mi disse: perché non ci provi? E io, per andare a Los Angeles e per vedere il West dove si sarebbe girato, ho detto sì”. Di La Risaia: “Fu il remake di un film molto famoso, Riso amaro, di dieci anni prima, che io non avevo mai visto”.

Elsa Martinelli nel film

Non proprio il remake. Di quel film riprende solo l’ambiente della risaia, l’epopea tutta femminile delle ragazze proletarie e contadine che da ogni parte della Padania si muovevano per raggiungere la campagne di Vercelli e Novara a piantare e poi mondare nell’acqua le piante di riso. Lavoro infame, schiene piegate per quaranta giorni sotto il sole nell’acqua e nel fango dall’alba al tramonto, tra le zanzare, le sanguisughe, la durezza dei vigilanti e spesso le molestie. Calzoncini corti e attillati, a lasciar libere le gambe affondate fino al ginocchia, alla coscia. Giuseppe De Santis in Riso amaro aveva genialmente usato quel mondo per un indimenticabile melodramma di primarie pulsioni, il desiderio, il sesso, la violenza, l’istinto del possesso, la difesa del territorio, inventando l’erotismo del corpo popolare femminile denudato per ragioni di lavoro e offerto a ogni sguardo, a ogni lascivia (anche dello spettatore). Matarazzo ripropone quell’epica tutta femminile molti anni dopo, forse anche fuori tempo massimo, ed è uno dei motivi per cui allora il film non ebbe il successo travolgente che ci si aspettava. Sembrò un ricalco tardivo, forse lo era davvero, oggi però, al di fuori del contesto che lo generò, ci appare un oggetto cinematografico smagliante, una macchina spettacolare pressoché perfetta e implacabile, tant’è che ieri sera in Piazza Grande, a parte quei pochi che hanno abbandonato la proiezione (forse stranieri penalizzati dalla mancanza di sottotitoli), La risaia ha rinnovato il suo potere fascinatorio e alla fine è stato applaudito. Eppure, iscritto com’è nei codici del melodramma popolare di quegli anni, quello che aveva dato vita anche al fotoromanzo, oggi può apparire indigesto e risibile, con quelle figlie della colpa, i padri codardi e tradivamente pentiti, le povere mamme non sposate ostracizzate dai benpensanti, il cattivo giovin signor debosciato, il bravo ragazzo del popolo di sani principi, e tutto che poi precipita e si condensa e scatena forze telluriche là nella risaia, fino all’inevitabilmente drammatico finale, allo scioglimento. Quello che rende oggi questo film ancora memorabile, e guardabile con godimento, è l’abilità nel mettere in scena di Matarazzo, che usa colore e grande formato del Cinemascope con una maestria e consapevolezza tecnico-stilista assolute. Colori sfacciati, scene collettive che ti rubano lo sguardo (i balli, con quelle gonne anni Cinquanta volteggianti, e le donne abbracciate nella danza ad altre donne, e i pochi uomini ai margini allupati a guardare). Le scene delle mondine al lavoro, grandiosamente colossali come a Hollywood (sì, ha ragione Père a dire che Matarazzo è il più hollywoodiano degli italiani), centinaia di corpi femminili disposti strategicamente sullo scacchiere dello schermo come pedine di una battaglia. File che si rompono, scompongono, ricompongoco, che avanzano riunite nel fango, mentre cavalli attraversano la mota e i sorveglianti sono cani da guardia di un girone infernale. Magnifico. Qualcosa che riporta alla mente gli schiavi al lavoro nell’Egitto dei Dieci comandamenti, o le battaglie kubrickiane di Barry Lyndon. La geometria degli spazi è di uguale maestria, impressionante. Elsa Martinelli è insieme il fulcro e il punto di fragilità di questo film. Non si può toglierle gli occhi di dosso. Ma lei si porta dietro un corpo e un viso che appartengono a un altro mondo, non a quello popolare delle mondariso (né a quello delle scarmigliate dive del neorealismo), ma a quello borghese delle sfilate di moda, dei servizi a New York e Roma con i grandi fotografi di Vogue e Bazaar. Benché s’abbassi a piantare riso nell’acqua e si conceda al meccanico Rik Battaglia tra gli oli e le zaffate di un’officina, Martinelli resta un’aliena, un’intrusa. Diverso quel viso angoloso e stilizzato, diverso quel corpo dai seni piccoli. Il suo essere naturalmente sofisticata indebolisce il film (non è Loren, non è Pampanini, non è nemmeno la prima Mangano) e lo condanna, e nello stesso tempo lo rende ultimo, crepuscolare, conferendogli il fascino della decadenza di un genere. La sua femminilità moderna e post-contadina ci racconta di come quel mondo e quel cinema che lei percorre stia per cambiare irrimediabilmente, di come appartenga a un passato che non sarà più. Il che rende ancora struggente e perfino testamentario La risaia, l’ultimo possibile dei Matarazzo-movie.

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