Recensione: ‘L’albero dei frutti selvatici’ di Nuri Bilge Ceylan. Uno dei migliori film dell’anno. Indispensabile

L’albero dei frutti selvatici (The Wild Pear Tree – Ahlat Agac), un film di Nuri Bilge Ceylan. Con Aydin Dogu Demirkol, Murat Cemcir, Bennu Yildirimlar, Hazar Erguclu. In sala da giovedì 4 ottobre. Distribuzione Parthénos.
Il miglior film di Cannes 2018, purtroppo presentato l’ultimo giorno a giochi già fatti, e quindi zero premi. Si sarebbe meritato tutto, questo Il pero selvatico (tale il titolo originale, ingentilito in Italia in L’albero dei frutti selvatici) che si configura come opera suprema e summa di tutto il cinema del gran turco Nuri Bilge Ceyaln (do you remember C’era una volta in Anatolia, Il regno d’inverno, Uzak?). Tre ore e dieci minuti di piani sequenza, di walking-and-talking, di un arabesco visivo e verbale magistralmente fabbricato. Cronaca familiare in un villaggio vicino alla costa egea, un figlio che detesta il padre, la voglia di scappare e cambiare vita. Sogni e velleitarismi alla Cechov. Film enorme. Voto tra l’8 e il 9
Amo Nuri Bilge Ceylan, il suo cinema. Eppure non mi aspettavo che questo suo L’albero dei frutti selvatici si rivelasse così bello e importante, la summa di tutti i suoi film precedenti, il ceylanismo in purezza, distillato. Proiettato a Cannes 2018 l’ultima sera quando ormai si era tutti in disarmo, stanchi, convinti che la competizione non avesse più niente da dire, è stato invece il dono inatteso dell’ultima ora. Un incanto che nemmeno la dimensione extralarge di 3 ore e dieci ha incrinato, anzi. A stupire è come il gran turco, pieno di allori com’è (Palma d’oro a Cannes 2014 con Il regno d’inverno), continui inesausto a esplorare, a inventare cinema, a cambiare pur in coerenza con se stesso e il proprio passato. Una lezione per tutti, anche quelli molto più giovani di lui e molto meno premiati, che già al secondo o terzo film si concedono vezzi, manierismi e compiaciuti autocitazionismi. Colpisce come il Ceylan degli inizi, autore emintemente visuale (nato come fotografo difatti, radici mai rinnegate), cineasta della lentezza ipnotica e della lunga durata che lavorava, oltre che sull’immagine, sul tempo e le sua percezione, sia diventato già con The Winter Sleep anche pienamente autore-drammaturgo. Colpisce che ai suoi magnificenti tableaux (nessuno come lui sa restituire l’intima drammaticità dei panorami, delle desolazioni anatoliche sotto la neve) accompagni ormai una sceneggiatura solidissima, in un cinema di parola anzi di flussi di parole benissimo scritte, una partitura verbale che potrebbe vivere anche oltre lo schermo, su un palcoscenico. Mutazione stupefacente. In L’albero dei frutti selvatici va oltre quanto già fatto in The Winter Sleep mettendo a punto un testo, un intrico di dialoghi e conversazioni perfetto e, come nel film precedente, assolutamente cechoviano. Per l’attenzione ai fatti qualunque della vita, ai rovelli e ai tormenti apparentemente minimi eppure laceranti, esplosivi, di uomini e donne. Sogni, delusioni, sconfitte, inganni e autoinganni, stavolta in una famiglia piccolissimo-borhese dell’entroterra della costa turco-egea, un padre, un figlio ventenne, una madre, una figlia. E il padre e la madre del padre, gli amici e i parenti e la gente del villaggio. Con la macchina da presa di NBG ora fissa, immobile, inchiodata negli interni, oppure – ed è uno dei rimarchevoli dati stilistici di questo enorme film – mobile e fluida, a riprendere e seguire interminabili conversazioni, in walking-and-talking degni del più audace Richard Linklater. Ceylan dipana il suo arabesco per oltre tre ore, tre ore parlatissime in turco (spero possiate vederlo in VO con sottotitoli) e spossanti, ma alla fine si viene ampiamente ripagati. Certo, chi ama il cinema escapista, il cinema-intrattenimento, quelli che “soffro già nella vita, perché devo soffrire anche al cinema oltretutto pagando”, se ne stia alla larga e non rompa le scatole a chi (io mi metto nella categoria) al cinema cerca anche un pensiero e un brivido di conoscenza. E fa niente se bisogna faticare un po’.Il poco più che ventenne Sinan dopo aver finito l’università e prima di affrontare il concorso per entrare nel corpo insegnanti dello stato (anzi Stato con maiuscola, perché i turchi hanno il senso delle istituzioni), torna a casa, nel villaggio poco lontano dal sito archeologico di Troia. Un tipo ispido e spigoloso Sinan. Pieno di rabbie e risentimenti. Vuole fare lo scrittore, anzi un libro l’ha già scritto, Il pero selvatico, raccontando storie minime della sua parte di Turchia. Non trova un editore, ci vogliono soldi e lui non ne ha. Non ne ha nessuno, in famiglia, visto che il padre, insegnante, tutto ha dissipato giocando d’azzardo. Sinan lo detesta, vede in lui il fallimento, l’uomo che non vuole essere, colui che ha reso precaria la vita della madre e della sorella. Non capita spesso di vedere al centro di un film un personaggio così respingente. Insoddisfatto sempre, ringhioso, frustrato dall’impossibilità-incapacità di uscire dal detestato paesello (“se diventassi presidente, ordinerei subito di sganciarci sopra un’atomica”). La voglia di scappare, di cambiare vita, e il non riuscirci. Come nel precedente The Winter Sleep, come in Cechov, di nuovo modello di riferimento. Ma NBC non replica piattamente, lui il suo mondo lo ricrea con mezzi propri. Si resta ammirati dalla leggerezza e insieme densità di certi complessi e interminabili dialoghi, dai personaggi che di volta in volta entrano ed escono dalla traiettoria di Sinan. Con lui, e attraverso di lui, incontriamo caratteri maggiori e minori. L’amore liceale di Sinan, ora rassegnata (si è messa pure il velo, e sono anche questi dettagli appena accennati a dirci l’abilità di narratore di Ceylan) a un matrimonio ricco. E la nonna e il nonno, indomabile ex imam del villaggio che ancora va alla moschea a chiamare alla preghiera. E l’ex fidanzato della ragazza ora andata in sposa al ricco gioielliere. E il sindaco, che garbatamente ma fermamente rifiuta di dare un aiuto finanziario a Sinan per pubblicare il suo libro. Con almeno due momenti strepitosi, da archivio del cinema. La lunga passeggiata di Sinan con uno scrittore affermato, ripresa in un virtuosistico piano sequenza mentre lui manifesta i suoi rancori e furori contro il sistema editorial-letterario e chi, scrivendo, ce l’ha fatta, ed è un incontro-scontro quasi fisico tra i due. Il secondo, l’incontro con l’imam arrampicato su un melo e la seguente illuminante, preziosa conversazione con lui e un suo collega (i due imam son giovani, moderni, gente di mondo, niente a che fare con certi cliché) sul Corano. Con il più tosto a sostenere, secondo la scuola letteralista, come le risposte a tutte le domande stiano già nel sacro testo, mentre il più giovane e mite invoca flessibilità interpretativa. E anche qui Ceylan, senza darlo troppo a vedere (non è uomo da cinema didascalico e sentenziante), ci porta dentro a un tema oggi centrale per l’Islam e non solo. Ma il nerbo del film sta nel confronto che oppone il figlio al padre. Sinan lo detesta, non vede l’ora di allontanarsi da lui, ma oscuramente percepisce che non sarà mai come lui, non avrà mai lo charme, il fascino di quel genitore irresponsabile ma irresistibile (“se tornassi indietro, e pur sapendo tutti i problemi che m’ha fatto vivere, lo risposerei”, confessa la madre all’attonito figliolo). Padre interpretato da un attore, Murat Cemcir, che si sarebbe ampiamente meritato il premio di migliore attore a Cannes andato invece al Marcello Fonte di Dogman. Scorre il film, le ore si accumulano, e noi restiamo inchiodati a questa cronaca familiare, a questo microcosmo turco che molti altri riassume e rappresenta esemplarmente, fino a una chiusura drammaturgicamente impeccabile. Dove tutto torna, ma niente va a posto. Correte, e non lasciatevi spaventare dalle tre ore e dieci.

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Una risposta a Recensione: ‘L’albero dei frutti selvatici’ di Nuri Bilge Ceylan. Uno dei migliori film dell’anno. Indispensabile

  1. Claudio Persichella scrive:

    Meraviglia assoluta.
    Di fronte a cotanta grandezza non si può non restare ammirati. Altissimo magistero tecnico e letterario che si fondono in un film che parla di noi, esseri umani.
    Magnifico.

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