Da non perdere: il film rumeno ANA, MON AMOUR alla Fondazione Prada. Ecco la recensione (e le date)

È dalla Berlinale 2017 che mi chiedo come mai uno dei film più belli di quell’edizionr, Ana, Mon Amour del rumeno Călin Peter Netzer (già vincitore dell’Orso d’oro con Il caso Kerenes), on sia mai arrivato in Italia, nemmeno in un di quelle rassegne di inediti dove è più facile trovare certi titoli non cosìmainstream dei vari festival. Ci pensa adesso la Fondazione Prada di Milano a recuperarlo, e a proporlo il prossimo 20 ottobre in tre screening. Sul sito della Fondazione trovate tutto il programma cinematografico di questo mese: partenza domenica 7 con due clamorosi classici, Via col vento e Lawrence d’Arabia. Il programma si articola in tre sottosezioni, Soggettiva, Origine e Indagine. E proprio di Indagine fa parte Ana, Mon Amout insieme a BlacKkKlansman di Spike Lee.
Ripubblico la recensione di Ana, mon amour scritta dopo il press screening del film alla Berlinale 2017, dov’era in concorso. Al film è andato poi un premio per il montaggio.
201711626_1 copiaAna, Mon Amour, un film di Călin Peter Netzer. Con Mircea Postelnicu, Diana Cavallioti, Carmen Tănase, Vasile Muraru, Tania Popa.
201711626_3Cronaca di un amore malato. Ana è farmacodipendente, soffre di attacchi di panico. Toma si mette con lei perché non può non amarla, o forse colpito dalla sindrome dell’io ti salverò. Il film del rumeno Netzer, già vincitore di un Orso d’oro a Berlino con Il caso Kerenes, segue i suoi due protagonisti, tra su e giù, passione e inganni, frantumando con un montaggio cubista ogni linearità narrativa e cronologica. Bello e importante. Uno dei migliori del concorso, anche se gli han dato solo un premio tecnico per l’editing. Voto 8
201711626_2Ultimo film del concorso, e purtroppo riesco a scriverne solo adesso a premi già assegnati. Gli han dato quello per il miglior montaggio; niente da dire, è l’editing uno degli strumenti di costruzione di Ana, Mon Amour,  ma un premio tecnico è troppo poco per questo film rumeno che è stato tra i migliori della Berlinale. Confermando clamorosamente il talento del suo autore Călin Peter Netzer, 42 anni, vincitore a sorpresa tre anni fa dell’Orso d’oro con Il caso Kerenes. Allora ebbe troppo, stavolta troppo poco. Perché Ana, Mon Amour è molto meglio del suo precedente, un film che gronda rabbia, compassione, energia giovane, desiderio vero, raccontando di un amore malato e impossibile, portatore fin dal suo inizio di un virus letale che man mano diventerà sempre più devastante. Altro che neoromanticherie da film per signora, come quelle che abilmente ha confezionato travestendole di freudismi e junghismi ldikó Enyedi, la regista ungherese vincitrice di Berlinale 67 con On The body and Soul. Che difatti ha strappato l’applauso della platea, soprattutto femminile: è sempre bello quando un lui e una lei finiscono a letto dopo un avvicinamento complicato, mentre disturba vedere nel film di Netzer (molto meno applaudito) come si dilaniano dicendosi di volersi bene e di sostenersi l’un l’altra una pazza manipolatrice e un bravo ragazzo “dal cuore troppo grande”, come dice sua madre (a Milano si diceva “un po’ ciula”) usato e riusato come stampella e fidanzato-marito d’appoggio. Non son cose da baci perugina, però son cose che si vedono nella vita di tutti i giorni e che, certo, si capisce, al cinema magari si preferisce scansare.
Se la parte finale diventa un po’ troppo schematica e psicologistica (anche qui, a Bucarest, si va molto dallo psicanalista, ci si crede ancora, evidentemente il retaggio culturale della grande Vienna e del suo Freud in tutta l’area è ancora forte), se il rinfaccio tra Ana e Toma segue schemi fin troppo prevedibili, per la gran parte Ana, Mon Anour è magnifico. Con dentro un senso di vita vera, lancinante, che in certi momenti mi ha ricordato La vita di Adèle di Kéchiche. Conoscersi poco più che ragazzi, mettersi insieme, sposarsi, fare un figlio, stancarsi, dilaniarsi. La via crucis di molti matrimoni d’Occidente viene ripercorsa puntualmente qui, ma a linearità narrativa e temporale spezzata, frantumata, scomposta e ricomposta in un montaggio cubista, tutto un su e giù, un avanti e indietro velocissimo nel tempo che ricorda quel meraviglioso film di qualche anno fa, (500) giorni insieme, con Joseph Gordon-Levitt e Zooey Deschanel. A orientarci, a fornirci la datazione – come il carbonio attivo – in questo vorticare di età e tempi diversi sono i capelli di di lui, Toma, prima foltissimi e rigogliosi e lunghi, poi accorciati con accenno di stempiatura, quindi ancora più corti con tendenza alla calvizie. Mentre Ana passa dall’arruffagine da gatta teenager alla pososità da signora con capello schiarito e un buon taglio. Tutto già visto? Mica tanto, se non nei grandissimi (Bergman etc.). Netzer affronta il lato oscuro di una coppia giovane, bella e superficialmente felice. Ana è una ragazza di provincia, famiglia disatrata, vive con la madre e il patrigno con cui ha dormito fino a 12 anni, forse abusata da lui forse no. Toma è un ragazzo brillante di famiglia più su, come dicevan le zie, padre e madre insegnanti. Ana è dipendente da psicofarmaci, ha crisi di panico, improvvise catatonie e depressioni. Eppure a Toma questo non importa. Non la vogliono i genitori di lei, quella storia (la visita di Toma a casa dei quasi-suoceri è agghiacciante, pura desolazione da cinema rumeno), non la vogliono nemmeno i genitori di lui. Due famiglie serpentesche, con il professore che ancora rinfaccia alla moglie professoressa quella vecchia storia con un tedesco: “Ho sposato una puttana moldava, ecco chi mi rittrovo in casa, una puttana”. Per loro che quel figlio promettente e di sfolgorante bellezza vada a prendersi una psicolabile, forse una psicopatica, non lo capiscono. Ma non c’è, si sa, come l’opposizione delle famiglie a indurre gli amanti ostacolati a tenere duro, a compattarsi. E comincia la storia, con Ana che sta sempre peggio, attraversa periodi da larva, non ce la fa a lavorare, lui la mantiene col suo lavoro di giornalista non agiato, le tenta tutto per farla stare meglio, dal sacerdote versato in anime malate allo psichiatra allo psicanalista. Terapie sempre pagate da lui. Arriva un figlio (e lo chiamano Tudor: ma perché?).
Netzer non perdona niente ai suoi personaggi, né ad Ana né a Toma, ne porta a galla debolezze, le fragilità, le menzogne, ma anche il sincero volersi bene quando c’è. Un film di dialoghi concitati, di parole scagliate addosso come proiettili, e film di carne, di corpi. Con la sua mdp Netzer sta letteralmente addosso ai due, li bracca e li scruta nei momenti dell’amore e del sesso, e in quelli del malessere. E una delle scene che non si dimenticano, e danno la misura della forza di questo film, è lui che soccorre e ripulisce Ana dopo che, in una crisi abissale, se l’è fatta addosso, e non si può non pensare a una scena di poco prima in cui quel corpo era oggetto di attrazione e irradiava erotismo. Pochi, credo, oggi conoscono questo doppio registro del linguaggio corporale, ed è da parte dell’autore rumeno un segno di consapevolezza e maturità, e di sicurezza. Come finisce non lo si può rivelare, chiaro. Diciamo: con rivelazioni da parte di Ana e Toma che forse sono inganni e depistaggi, con rabbia, con un’inversione rispetto all’inizio dei ruoli di forte e debole. Cè di mezzo una psicanalista anche, ma Netzer non usa il freudismo come grimaldello esplicativo, solo come uno dei tanti frammenti di un mosaico che tanto, sappiamo, come lo sanno i due protagonisti, non si ricomporrà mai in un disegno coerente. Con l’editing Netzer cosruisce letteralmente la struttura del suo racconto, non solo frantumando la linearità narrativa e quella cronologica, ma accostando sequenze e momenti e cortocircuitandoli per far emergere significati altri, analogie, sottotesti. Ritmo altissimo, i tempi dell’action applicati a una commedia (anti)romantica. Continua a stupire e darci grandi film il cinema rumeno, e sempre nuovi autori. Con Netzer, Sitaru e Porumboiu che già son delle sicurezze accanto ai maestri Puiu e Mungiu.

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