Recensione: VENOM, un film di Ruben Fleischer. Il peggior Marvel movie (e però incassi stellari)

Venom, un film di Ruben Fleischer. Con Tom Hardy, Michelle Williams, Riz Ahmed, Scott Haze.
I critici non contano niente. Lo si sapeva, ma la conferma arriva da questo Venom stroncato pressoché universalmente eppure già enorme sucesso al box office. Un supereroistico che oscilla tra comedy e fosca drammaticità apocalittica, con derive nell’horror repellente (e dev’essere stato questo a sedurre il pubblico teenager). Sì, certo, c’è l’adorato Tom Hardy, ma nemmeno lui può salvare un film così balordo. Voto 4
Caso clamoroso ma tutt’altro che raro di divergenza, anzi opposizione, tra pubblico e critici. I quali hanno (giustamente) demolito in America questo goffo Venom, per essere poi smentiti da un pubblico entusiasta e acclamante – in netta maggioranza, parlo degli Stati Uniti perché da noi non esistono dati su età e sesso degli spettatori, costituito da maschi e al 61% da under 25 – che nel primo weekend ha portato nelle casse oltre 80 milioni di dollari. Record assoluto da quelle parti per un’uscita di ottobre. E non è che in Italia sia andata diversamente, visto che questo anomalo supereroistico con Tom Hardy ha, contro ogni previsione, incamerato a oggi, mercoledì 10 ottobre, quasi quattro milioni e mezzo, un’enormità. Eppure questo Marvel movie non è lustro e smagliante cone quelli abituali della casa, non è la solita implacabile macchina di spettacolo di compatta struttura narrativa e di truccherie sensazionali, presentando piuttosto vistosi cedimenti e perfino sgangherataggini nel suo oscillare incerto tra registro comedy e fosca drammaticità apocalittica. E privo perfino della classica battagliona e guerra dei robottoni finale, esito obbligato del genere. Uno strano oggetto, brutto a sfiorare a tratti la repellenza, solo lontano e debosciato parente dei Marvel-Disney movies cui siamo adusi, et pour cause, visto che produttivamente appartiene a un altro ramo, quello in cui Marvel si sposa a Sony detentrice, non saprei per quali alchimie legalistiche, i cinediritti di Spider-man. E dunque anche di Venom, che dell’uomo ragno è una filiazione, pardon, spin-off (non chiedetemi quale sia il traliccio narrativo per cui Venom si connette a Spider-man, essendo io cresciuto e pure invecchiato senza il conforto dei Comics della premiata ditta americana). E però, se stesse nella sua sgangherataggine, nel suo scostarsi rispetto alla perfezione robotica e inumana dei vari Captain America, ThorAvengers etc. la ragione della sua incredibile fortuna presso il pubblico adolescente al di là e al di qua dell’Atlantico? Azzardo siano due le chiavi. La prima è Tom Hardy, uno dei rari casi nel sistema delle star in cui la possanza fisica e la figaccioneria si accompagnino a sottigliezze interpretative, qui finalmente messo al centro di un blockbuster (non così) annunciato. Certo, direte, ma già in Mad Max. Obiezione respinta, visto che il meraviglioso TH – dalle parti di questo blog adorato fin dai tempi del Bronson di Refn – lì era stato oscurato  e reso irriconoscibile da una mordacchia impostagli dal sadico George Miller (peraltro, già Christopher Nolan aveva coperto la sua sua faccia in Il cavaliere oscuro, il ritorno, e ancora Nolan – ma è un vizio! – l’ha ri-mascherato in Dunkirk). La seconda, e più corposa chiave, sta nella progressiva deriva e degenerazione di Venom da super-eroistico in horror assai creepy e schifoso e ripugnante di quelli per l’appunto adorati dalle masse giovinastre ancora in preda a tempeste ormonal-adolescenziali perfette.
Nella San Francisco su cui si allungano le ombre degli dei onnipotenti, e in preda a delirio di onnipotenza, della Silicon Valley, il reporter investigativo Eddie viene silurato dall’editore dopo aver fatto incazzare con un’intervista non genuflessa un moghul delle nuove tecnologie, Carlton Drake. Uno la cui Life Foundation ha per proba missione dichiarata la ricerca di terapie definitive anticancro, ma disegni e obiettivi segreti ben più sporchi. Il Drake difatti ha messo in piedi missioni spaziali per scovare forze, creature, forme di vita aliene in grado di prolungare le nostre terrene in una quasi-immortalità. Riuscendo a portare nei suoi laboratori una cosa chiamata simbionte, una massa gelatinosa e schifosissima in cerca di umani con cui accoppiarsi e di cui occupare l’involucro corporeo (ennesimo rifacimento citazionista dell’archetipico La cosa dall’altro mondo). E sarà l’ottimo e pugnace benché disoccupato Eddie a scoprire come Drake, genio del male e manipolatore di coscienze nonostante le gentili fattezze di Riz Ahmed (appena visto a Venezia in The Sisters Brothers di Audiard e ormai una garanzia), getti in pasto all’orrido blob poveracci raccattati sui peggio marciapiedi di San Francisco e adescati con un pugno di dollari. È la parte di racconto, quella iniziale, che ancora sembra promettere qualcosa di buono, con la sua critica ai nuovi potenti della terra, i giovani uomini di enormi ricchezze ottenebrati dall’hybris e convinti di essere al di là del bene e del male, svincolati da ogni morale. Nell’apparentemente soave e in realtà carognissimo Drake Venom lascia intravedere le sagome di certi padroni delle nostre vite social-virtuali o di certi (pericolosi?) visionari progettanti esplorazioni cosmiche o, qui sulla terra, macchine autocefale (i nomi fateli voi, please). Davvero qualcosa negli ultimi anni si dev’essere guastato nell’un tempo perfetta relazione di rispecchiamento reciproco tra i millennial e i loro coeatanei assurti a dei della techno-digitalità, se film ultrapop come questo adesso trasformano quegli dei così adorati nei villain di turno e li additano all’odio globale. Il resto di Venom è invece di massima delusione e noia, mancando perfino delle consuete giocattolerie alto-tenologiche dei Marvel-Disney movies, con tutt’al più qualche morphing degli umani in mostruosi simbionti. Di cui Venom è il più clamoroso esempio, mostro che si è impossessato del buon Eddie ma con il quale troverà diciamo così un compromesso abitativo, il che fa scivolare il film verso la commediaccia alla Adam Sandler. Per non dire del finale che grida vendetta. Michelle Wiliams fa la bella bionda di modi alteri e borghesi (pettinata, ha scritto giustamente Mariarosa Mancuso, come la Gwyneth Paltrow di Iron-Man), in un ruolo narrativamente ininfluente che oltretutto introduce una notta stridente e incongrua di rom-com. E però i ragazzini del popcorn continuano a correre e a far lievitare gli incassi: negli Stati Uniti e, incredibilmente, anche in Italia, che pure non è mai stata un paese per supereroi.

 

 

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