Film stasera in tv: È ARRIVATA MIA FIGLIA (venerdì 12 ottobre 2018, tv in chiaro)

È arrivata mia figlia di Anna Muylaert, Tv 2000, ore 21,05. Venerdì 12 ottobre 2018.
The_Second_Mother_copyright_Gullane_Filmes_Aline_Arruda_Keystill_5È arrivata mia figlia (Que Horas Ela Volta?), un film di Anna Muylaert. Con Regina Casé, Camila Màrdila, Michel Joelsas. Brasile.
The_Second_Mother_copyright_Gullane_Filmes_Aline_Arruda_Keystill_3Film già trionfatore al Sundance e alla Berlinale. Un’irresistibile commedia brasiliana con una madre governante in una famiglia di sciuri di San Paolo e una figlia che, con il suo imprevisto arrivo, sovverte l’ordine costituito. Momenti di massimo divertimento grazie soprattutto a una formidabile attrice di nome Regina Casé. Purtroppo gli ultimi quaranta minuti annegano il film nel sentimentalismo. Ma del buono c’è (nonostante la corrività registica). Voto 6 e mezzo
The_Second_Mother_copyright_Gullane_Filmes_Aline_Arruda_Keystill_1Di quei prodotti che passano di festival in festival rastrellando premi, e da lì si lanciano con buono o buonissimo successo nei circuiti specialty-arthouse d’Europa e d’America, per poi magari finire nelle cinquine di Golden Globe e Oscar dei miglior film in lingua straniera. Brasiliano, di una regista di cui finora poco o nulla si sapeva a livello internazionale, È arrivata mia figlia ha cominciato il suo cursus honorum al Sundance dove le due interpreti femminili Regina Casé e Camila Màrdila hanno vinto insieme il premio per la migliore interpretazione femminile nella categoria World Cinema Dramatic (e però la travolgente Regina Casé, in patria conosciutissima per le sue performance televisive, meritava di più), continuando subito dopo alla Berlinale, dove con il voto del pubblico si è portato via il premio nella sezione Panorama. Dopo aver ricevuto in proiezione, mi dicono chi a Berlino l’ha visto (io lì me lo sono perso), applausi assai calorosi. Adesso che è approdato nei nostri cinema, è facile capire perché. Trattasi di commedia umana benissimo scritta, almeno nella sua prima parte, con un’idea narrativa di quelle semplici e efficaci, e con un’interprete, Regina Casé, semplicemente formidabile, cui è impossibile resistere, nonostante qua e là sfiori gli eccessi e il bozzettismo da situation comedy. Anche, uno di quei non così numerosi film femminili girati da registe donne su storie di donne e con donne che grazie a Dio non se la menano e non ci sturbano con proclami emancipazionisti e prediche e lagne politiche & corrette, e invece puntano al racconto sodo e al tratteggio di caratteri forti e di universale presa. Peccato che l’ideologia da-donna-a-donna rispunti, e prevalga, nell’ultima mezz’ora e rischi di rovinare un film che, pur lontano dal capolavoro, fino a quel momento riesce a essere in pari misura divertente commedia e sagace e corrosivo ritratto della classe medio-alta brasiliana d’oggidì e delle sue ipocrisie. Film di servi e padroni, come se ne son visti parecchi (vedi l’esemplare e mai arrivato in Italia Le journal d’une femme de chambre di Benoît Jacquot), ma comunque abile nel rimaneggiare l’eterno copione e servircelo ammodernato ai riti e costumi e vizi d’oggi, aprendo oltretutto una finestra interessante sull’upper-class brasiliana, mondo non così conosciuto e non così raccontato da cinema e libri, almeno da quelli che poi arrivano da noi. Ecco, come già in altri film latinoamericani tipo il cileno Affetti e dispetti (La Nana) di qualche anno fa, È arrivata mia figlia (in originale A che ora torna?) ci mostra come nei ceti medio-alti del Centro e Sud America, diversamente che in Europa, si possano ancora permettere una governante in casa a tempo pieno notte-e-giorno, più vario personale di supporto. E come dietro alle buone maniere e all’educazione e all’apparente bonomia e tolleranza dei padroni continuino a celarsi asprezze e classismi e sentimenti di superiorità sociale da noi ormai inammissibili. Tant’è che la parte di gran lunga migliore e più affilata resta quella in cui sui sentimenti prevale la rappresentazione e anche l’analisi dei rapporti di classe all’interno della villa di San Paolo che è teatro del film, delle complesse articolazioni di potere, di dominazione e subordinazione, ma anche degli slanci e delle passioni umane e delle forze che in parte contraddicono e disarticolano-sovvertono quell’apparato (l’amore di Val, la serva protagonista, per Fabinho, il figlio dei padroni, da lei allevato come un figlio, e come un figlio amato; affetto peraltro ricambiato). Anna Muylaert non è granché inventiva e originale come regista, e in certi momenti sfiora la piattezza televisiva d’altri tempi, ma sa assecondare al meglio e con mestiere lo snodarsi della narrazione, le sue svolte e i suoi tornanti, lasciando giustamente che sia Regina Casé con la sua Val a prendersi tutto il film.
Siamo a San Paolo, la faccia più risolutamente metropolitana e fattiva e meno vancanziera e danzereccia del Brasile, anche la città a più alta concentrazione di attività culturali e vari modernismi (in architettura, per dire). Val è nella casa dei suoi datori di lavoro da tempo immemorabile, ha tirato su lei il ragazzo Fabinho, è una presenza ineludibile e necessaria, in un impasto ambiguo di vicinanza affettiva e distanza social-culturale che è stata, è, di molte relazioni servili-padronali. La signora Barbara – chiamatela sempre signora, per carità – non si capisce molto bene cosa faccia di preciso, ma deve lavorare in una qualche agenzia di un qualche tipo di comunicazione, e passa per essere una delle donne più eleganti del paese pur essendo una chiattona alla fin fine non così chic nonostante le arie che si dà (arriva una troupe televisiva a intervistarla: “Secondo lei, che è una delle donne più eleganti del paese, cos’è lo stile?”, e lei: “Stile è essere stessi”, e sembra di risentire e rivedere le cazzate e le inchieste-fuffa che si facevano nei femminili da noi negli anni Ottanta e Novanta). Il marito è un tardo-frikkettone fumato, invecchiato e fancazzista che si alza a mezzogiorno, forse depresso, che un tempo voleva fare il pittore ma poi ha lasciato perdere e adesso si lascia andare. Sembra il mantenuto della moglie e invece no, scopriremo che è lui a mantenere tutti avendo ereditato una fortuna dal padre, e da lui arriva la battuta migliore: “Qui tutti ballano, ma il dj sono io”. Val è Val, cioè l’indispensabile domestica che tutto fa e tutto risolve, sempre presente, imprescindibile. Di travolgente umanità, perché è ai servi che la borghesia (e prima ancora l’aristocrazia) affida e demanda da sempre la (presunta) libertà dei sentimenti, la felice istintualità disancorata dalle gabbie dell’autocontrollo. L’equilibrio consolidato si incrina quando arriva Jessica, la figlia che Val ha avuto da uno stronzo e da lei mantenuta e allevata a distanza con il suo lavoro di governante. L’ha dovuta lasciare al paesello, affidata a un’altra donna, per fare la serva a San Paolo, e sono dieci anni che non la vede. Ma adesso Jessica vuole iscriversi a una prestigiosa facoltà di architettura proprio lì a San Paolo e tentare il difficile test d’ingresso, e dunque raggiunge la madre. La quale chiede alla senora Barbara se la può tenere per un po’ in camera sua in attesa di trovarne una in affitto. “Ma certo, Val, sei una di famiglia”, e naturalmente dopo le fatali parole cominciano i problemi. Jessica e Val sono estranee. Jessica è tutt’altra roba rispetto alla madre Val, è colta, raffinata, bella, elegante, decisa a farsi strada e a prendere l’ascensore sociale, e a non farsi schiacciare da nessuno. “Sei tu la serva loro, io no”, sbatte in faccia alla madre che la rimprovera di non saper stare al suo posto in quella casa. Perché Jessica, non appena arrivata nella villa dei signori, non si piega alle regole, non sta chiusa nella sua inferiorità di figlia della serva, si rifiuta di dormire nella triste cameruccia di mamma e chiede se può installarsi nella ben più spaziosa camera degli ospiti. Permesso che la senora Barbara le accorda obtorto collo. Non sarà che l’inizio delle trasgressione di Jessica, la quale valicherà all’interno della famiglia molti confini che la madre Val in quasi vent’anni non ha mai valicato. Mangerà allo stesso tavolo dei padroni, li tratterà e si farà trattare da pari, susciterà l’interesse sessuale del padrone di casa e pure quello del figlio Fabinho. Avrà l’ardire di mangiarsi il gelato al cioccolato riservato proprio a Fabinho e, sommo sfregio, si tufferà in piscina nella scena-climax del film. Nonostante che mamma Val le abbia detto di non immergersi nella stessa acqua dei padroni “e se ti invitano ricordati che lo fanno solo per cortesia, non perché lo vogliano davvero, e tu devi rispondere mi spiace, non ho il costume”. Il film, nonostante una regia abbastanza corriva, è davvero notevole quando attraverso annotazioni minime traccia una perfetta mappa socio-antropologico dei rapporti di classe (pure intrisi di pregiudizi e malcelato razzismo) in un microcosmo borghese del Brasile d’oggi. Riuscendo a creare narrazione e massima fruibilità da un discorso che poteva risultare rigidamente programmatico e ideologico. Ci si diverte molto, e si assiste coinvolti allo sconquasso portato da Jessica nel mondo immobile in cui sua madre ha vissuto per una vita. Metafora anche troppo evidente di un paese che sta cambiando e delle gerarchie vecchie che stanno per saltare lasciando il posto a nuovi soggetti, a nuovi vincitori, a nuovi equilibri e squilibri. Jessica (bella e con l’aria un po’ spitinfia, molto somigliante con quei capelli tirati indietro e la coda di cavallo alla Gigliola Cinquetti piccoloborghese-bon ton del film anni Sessanta Dio come ti amo, un successo mostruoso nel Brasile dell’epoca e ancora oggi da quelle parti famoso e adorato, e Gigliola lì resta un’icona inossidabile: dare un’occhiata su YouTube per credere) è il mondo che si fa avanti e reclama spazio, anche sgomitando, Val è il popolo che ha sempre chinato la testa e “è stato al suo posto” e neanche riesce a immaginarselo un cambiamento. È arrivata mia figlia funziona benissimo per almeno un’ora e un quarto, finché descrive l’ordine immutato in cui opera Val e il disordine poi portato dalla figlia. E finché descrive implacabilmente le divergenze tra madre e figlia, ilk loro non intendersi, il rigetto da parte della figlia emancipata della madre “nera bianca” (per dirla alla Franz Fanon). In una riproposizione del paradigma narrativo dell’ospite che distrugge e ridisegna gli equilibri di famiglia messo a punto da Pasolini in Teorema, forse il film italiano più citato e imitato da nuovi e seminuovi autori insieme ovviamente a Otto e mezzo di Fellini e Viaggio in Italia di Rossellini. Purtroppo negli ultimi quaranta minuti Anna Muylaert non ha il coraggio di trovare un finale altrettanto disincantato, altrettanto feroce e disilluso nella rappresentazione dei lgami di potere, e pasticcia, sentimentalizza, banalizza, dolcifica. Cerca una via d’uscita piaciona e piagnucolosa rischiando di mandare a fondo il film. Un finale cui si fa fatica a credere dopo quello che abbiamo visto fin lì. Che accentua nello spettatore il senso di incredulità per quella figlia così bella e altera nata da una mamma così fisicamente divergente e ciabattona. Confermando come al cinema, territorio quant’altri mai della finzione, non valgano le implacabili leggi dell’ereditarietà.

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