Un film importante stasera in tv: NON ESSERE CATTIVO di Claudio Caligari (venerdì 12 ottobre 2018, tv in chiaro)

Non essere cattivo di Claudio Caligari, Rai 2, ore 0,10. Venerdì 12 ottobre 2018.

Ripubblico la recensione scritta all’uscita del film.21280-Non_essere_cattivo_4_-_Marinelli_Borghi_BN__GraiaNon essere cattivo, un film di Claudio Caligari. Con Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia D’Amico, Roberta Mattei.
21292-Non_essere_cattivo_2_-_Marinelli_D_amico__GraiaSi è già creato un culto intorno a questo film postumo di Claudio Caligari, scomparso poco dopo la fine delle riprese. Il suo terzo in trent’anni. Un gran film, la storia di due disgraziati amici tossici e balordissimi nella Ostia del massimo degrado del 1995. Non essere cattivo è l’anello di congiunzione tra gli accattoni pasoliniani e i mostri barbarici di Romanzo Criminale. Precisione antropologica e uno sguardo partecipe e mai voyeuristico su un mondo abbrutito. Formidabile Luca Marinelli. Voto 8

Claudio Caligari

Claudio Caligari

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Arrivo tardi, a scrivere di Non essere cattivo, il miglior film italiano da un bel po’ di mesi in qua (e anche qualcosa di più). Pensare che l’avevo visto in press screening ormai un mese fa, prima che fosse presentato a Venezia fuori concorso, solo che per via dell’embargo non ho potuto parlarne allora, e poi a Venezia non ne ho avuto il tempo, travolto come son stato da altri film e altri visioni, e altre recensioni da bloggare furiosamente. Così eccomi, ultimo tra gli ultimi, a dire la mia, dopo che s’è detto e scritto molto – anzi tutto il possibile – del film e soprattutto del suo regista, Claudio Caligari, morto poco dopo la fine delle riprese, tant’è che dell’editing pare si sia occupato Valerio Mastandrea, anche co-produttore, e colui che Non essere cattivo l’ha fortissimamente voluto e si è sbattuto a cercare finanziamenti perché passasse dalla fase di progetto alla realizzazione. Ma anche di queste vicissitudini s’è già scritto e anche mitizzato, e fatico assai ad aggiungere qualcosa di minimamente originale e a sottrarmi laicamente al culto che in queste poche settimane si è velocemente instaurato intorno a Non essere cattivo. Tutti a ricordarci di come questo film postumo sia stato il terzo in trent’anni di Caligari (come il dottore del capo d’opera espressionista di Robert Wiene del 1920!), dopo il leggendario Amore tossico, storia di ero-dipendenti con veri ero-dipendenti, e il crime L’odore della notte, liquidato dal critico pigro come l’Arancia meccanica delle borgate romano-romanesche. E, giustamente, tutti a lamentarsi di come un regista così – di che livello fosse lo dimostra anche Non essere cattivo – sia stato trascurato e dimenticato in terra sconsacrata dal nostro sistema cinema in quanto outsider irriducibile e scomodo. Aggiungo io che sarebbe anche da indagare quanto ci sia stato, nella carriera-non carriera di Caligari, un suo chiamarsi fuori, un suo per quanto inconscio astensionismo e aventinismo. Credo che oggi, adesso, la cosa migliore e più sana da fare sia porsi davanti al film dimenticandone la travagliata storia, e quella del suo autore, per vederlo e giudicarlo per com’è e si mostra, senza lasciarsi influenzare da elementi extrafilmici così forti e suggestivi. Se non sapessimo niente di Caligari, e di come Non essere cattivo è faticosamente nato, cosa diremmo? Che è, semplicemente, bello e importante. Che lascia trasparire un’autentica vocazione a confrontarsi e anche sporcarsi con quella cosa che chiamiamo ambiguamente realtà, rinunciando alla impassibilità di chi osserva e registra da lontano per buttarsi dentro alla materia narrata e a ridosso di chi è narrato, fino a sintonizzarsi sul battito cardiaco dei poveri e disgraziati personaggi. E quanto rispetto, e partecipazione vera e non smancerosa e affettata, per le tribolazioni dei due amici che stanno al centro del racconto, massimamente per il più matto, condannato ed estremo dei due, per Cesare, senza che ci sia mai quel voyeurismo da macchina da presa che inquina tanto equivoco cinema, e non solo quello, di stampo naturalistico. Caligari nelle interviste rilasciate prima e durante la lavorazione costantemente, si direbbe perfino ossessivamente si richiama – come a invocarne la protezione di padre nobile e santo – a Pasolini, riportando questo Non essere cattivo (e il suo primo Amore tossico) alla matrice costituita da Accattone, e proprio come Accattone si chiama Vittorio, il co-protagonista. Luogo pasoliniano, che vi morì, è quello dove si svolge la storia parallela dei due compari Cesare e Vittorio, Ostia. Riconducibile pure a Pasolini è l’uomo che a Caligari ha fatto da consulente e insider nel mondo messo in scena in Non essere cattivo, Emanuel Bevilacqua, figlio e nipote di gente che ha recitato in Accattone e altri film di PPP. Ma qui siamo nello stesso tempo vicini e lontani dallo scrittore-osservatore di quelli che si chiamavano tra anni Cinquanta e Sessanta ragazzi di vita. Caligari ha del suo dichiarato maestro l’abilità quasi sciamanica di intercettare lo spirito, l’anima?, di un sottouniverso che non gli appartiene e che però sente e comprende come nessuno, solo che è quell’universo a essere profondamente mutato dai tempi di PPP. Caligari situa Non essere cattivo venti anni fa precisi, nel 1995, quando i ragazzi di vita sono cresciuti, hanno perso la loro innocenza o quella che a Pasolini sembrava tale, per sporcarsi da consumatori o, peggio, da venditori e piazzisti di quella brutta cosa che è la droga per le masse. Se per il Vittorio accattone si provava pietà, e comprensione per i suoi piccoli misfatti, non succede lo stesso, non può succedere, per il Cesare e il Vittorio di questo film, benché Caligari faccia di tutto per farceli amare amandoli visibilmente lui stesso. Sono, all’inizio, due che si fanno e strafanno di coca e droghe sintetiche varie e spacciano, e vivono rubando e scassinando, in autonomia o in combutta con loschi figuri di ricettatori e piccoli luridi boss di periferia. Povera gente, Cesare e Vittorio, di sporchi traffici che hanno per bersaglio e vittime altra povera gente, in un orizzonte dove non c’è spazio per la nostra pietà ma neanche per la loro verso se stessi e gli altri. Difficile voler bene a Cesare, perdigiorno che fa ammattire la povera madre ancora in lutto per la figlia morta di Aids dopo essere stata contagiata da un tossico, e perennemente in apprensione per la salute della nipotina, anche lei affetta dal virus. Dificile stargli dietro e stare dalla sua parte quando fa di tutto per ostacolare l’ansiosa ricerca di normalità dell’amico Vittorio che, logorato da quella vita extra-legge, si accasa con una madre single alquanto volitiva e determinata a dargli una regolata. Quando comincerà a lavorare come muratore Cesare lo andrà a stanare, quasi lo stalkizzerà, per riportarlo al suo fianco nella solita vita da sfigati, perdenti microcriminali. C’è qualcosa di luciferino in Cesare (un magnifico Luca Marinelli, impressionante anche per aderenza fisica al personaggio, spettrale come già il Christian Bale di The Fighter: si resta in dubbio solo per quel suo romanesco che sembra di Alberto Sordi), qualcosa che lo distanzia dagli angelici, pur nel vizio e nella perdizione, personaggi del primo Pasolini, e che marca anche la differenza tra questo cinema di Caligari e quello del suo maestro e modello. I due amici si separeranno ma inevitabilemnte si ritroveranno, per poi disgiungersi di nuovo, in un’attrazione-repulsione che è l’occulto propulsore del film, con Cesare che non ce la fa a, o non vuole, riscattarsi da quella vita infame, nonostante che anche nel suo caso una donna, che poi è la ex di Vittorio, cerchi di dargli una mano. Il film è questo, è questa la storia, due amici che non ce la fanno a separarsi e neppure a stare insieme (e però ogni possibile testo e sottotesto omosessuale è rigorosamente, e fortunatamente, bandito), fino all’inevitabile sacrificio di uno dei due, carnefice e vittima insieme. Si resta scossi dal tasso di brutalità, risultato della perfetta mimesi rispetto all’universo raccontato, di Non essere cattivo, dalla sua assenza di ogni belluria e di ogni facile condiscendenza da film cosiddetto di denuncia. Qui non si giustifica, non si danno spieghe sociologiche, non si chiama a imputato nessun astratto sistema di potere, qui c’è solo la deriva delle vite, deriva controllabile per qualcuno inesorabile per altri. E a rappresentare non dico il male, ma il lato oscuro di questo mondo è la droga, che è la vera materia narrativa – si potrà dire musa? – di Caligari, da Amore tossico fino a qui. Il regista non è il cantore di periferie degradate, è stato ed è con questo film l’unico nostro cineasta che abbia costruito i suoi récits intorno alla droga di massa (e alla cupa fascinazione da essa esercitata sullo spettatore). In Non essere cattivo sembra inizialmente la cocaina la protagonista (ricordo ancora che siamo nel 1995), ma poi, in una scena memorabile, torna l’eroina, di cui Cesare si fa avendone per le mani un grosso quantitativo da trasportare tra Ostia e Roma. Quando lo vedono strafatto gli chiedono se sia stata la coca e lui, “no, è roba, è roba!”. La roba, l’Eroina, la droga di tutte le droghe, la più lurida e la più devastante e la più possente, tant’è che non c’è bisogno nemmeno di nominarla e specificarla. Semplicemente, inesorabilmente, è. Quando la roba, anzi la Roba, torna al centro del film capiamo definitivamente che Caligari, nella sua carriera di cineasta, in fondo quella ha sempre e solo raccontato, e la sua satanica capacità di alterare le vite e la rete di relazioni individuali e collettive. Forse è per questo che Caligari ha ambientato Non essere cattivo nel 1995, nell’oscura percezione che quella fu l’ultima stagione dell’Eroina Grande Distruttrice, dell’Eroina letale con tutto il suo sinistro cerimoniale di consumo, il laccio emostatico stretto tra i denti, la siringa, il sangue, l’abbandono dei corpi nello squallore dei cessi e dei parchi sordidi. Cerimoniale che nessuno al cinema, non solo italiano, ha saputo restituire come lui. I tre film di Caligari, visti oggi nel loro insieme ci appaiono come il passaggio, e l’anello intermedio, tra la Roma borgatara di Pasolini e quella di oggi di Mafia capitale e delle narrazioni che l’hanno anticipata-rappresentata, da Romanzo criminale all’imminente Suburra. Non essere cattivo come l’Ur-Romanzo criminale. Caligari coglie magnificamente nei suoi sbandati da strada piccolissimi, anzi nel suo Cesare, ancora qualche residuo bagliore dell’innocenza di Accattone, e però anche anticipando e pre-sentendo l’attuale barbarie degli accattoni nuovi, mostri barbarici da cui ogni traccia angelica è stata spazzata via. Caligari non è più Pasolini, e non è ancora il cantore-osservatore di Mafia capitale. È solo se stesso, e solo adesso ci rendiamo conto di cosa si sia portato via andandosene, e di cosa abbiamo perso.

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