Recensione: A STAR IS BORN, un film di Bradley Cooper. La solita storia: non sarebbe il caso di cambiare?

A Star is Born (È nata una stella), un film di Bradley Cooper. Con Bradley Cooper, Lady Gaga, Sam Elliott.
Ancora! Ancora un remake – è il terzo dopo l’originale di William A. Wellmann del 1937 – di È nata una stella: lui famoso ma sul viale del tramonto, lei che famosa lo diventa e finisce con l’oscurarlo. Bradley Cooper si riserva il doppio ruolo di protagonista e regista. Ma l’attesa era per Lady Gaga, che ha voce, ce la mette tutta, ma non convince. Come facciamo a crederle quando fa la geisha devota di un uomo distrutto dall’alcol?, lei che si è fatta largo come dominatrix della musica pop. Ma il problema è che questa storia andava finalmente rivoltata, reinventata, e invece niente, rieccola tale e quale. Voto 5
Che ressa intorno al red carpet quando l’han presentato (in prima mondiale) a Venezia. E che colpo, per la Mostra targata B&B (Baratta e Barbera) l’aver portato una delle massime popstar della decade, intendo Lady Gaga. Che, smessi gli outfit sberluscenti e imperiosi da palco e da video musicale, si presenta (sullo schermo) senza orpelli e trucchi, con una faccia che è la sua e non la maschera dissimulatrice che abbiamo imparato a conoscere. Decisa a cogliere con questo sacrificio – basta con la clownerie, vi presento me stessa –  la grande occasione della vita: diventare attrice di alta gamma, salto non riuscito nemmeno, nonostante i multipli tentativi, al suo modello e archetipo Madonna. Mutazione riuscita? No. Film mediocre, interpretazione di Lady Gaga volonterosa ma non memorabile, che poi la macchina da presa non la ama proprio, nonostante lei ce la metta tutta per piacerle. Bradley Cooper smagrito, addio muscoli da Sniper, eccolo precocemente imvecchiato e corroso dentro e fuori dall’alcolismo (intendo il suo personaggio). E comunque, meglio come attore che come regista – qui al suo, si immagina assai bramato, esordio -, diligente sì, ma non in grado di imprimere un segno forte e originale a una storia fin troppo vista -siamo al terzo remake -, e peraltro riproposta telle quelle, con solo il minimo indispensabile di aggiornamento. Oltretutto la chimica tra lui e Lady Germanotta non scatta mai, si fatica a crederli travolti dalla passione, e ancora meno si crede alla devozione di lei per lui. Figuriamoci, la signora Gaga, la Germanotta, che si è fatta largo e ha conquistato la fama che sappiamo come donna-con-le-palle, come dominatrice dello showbiz, come donna assertiva e suprematista femminile. Come può essere credibile quando si ingegna e impegna ad annullarsi per amore, a fare da moglie-badante-angelo al suo uomo disfatto dall’alcol e dalla frustrazione di vedersi superato in fama e talento dalla consorte. Perché la storia è nota, è sempre quella del film di Cukor primi anni Cinquanta con una fantastica e commovente Judy Garland, e con James Mason. Un classico insuperabile. Se qualcuno l’ha visto, o se ha visto il remake primi Settanta con Barbra Streisand e Kris Kristofferson, si aspetti quella roba lì replicata piattamente, nient’altro. In breve: lui è un cantante country-pop di gran fama, lei una ragazza qualunque dotata di talento e gran voce. Lui la vede e sente in un gay club – mentre lei si esibisce in La vie en rose tra un nugolo di drag queen -, se la porta con sé, la introduce al business musicale. Il resto è immaginabile: lei diventa sempre più famosa metre lui si inabissa nell’alcol, fino a diventare un peso per la carriera di lei. Oltre non si può dire, anche se tutti sanno come andrà. Ora, una storia archetipica, un mito moderno, e in quanto tale densa di sottotesti e trame nascoste che aspettano solo di essere portate alla luce, adattate alla sensibilità del tempo. Per dire: non sarebbe il momento di scambiare i generi dei protagonisti, dunque lei cantante di successo ma sul viale del tramonto si innamora di un ragazzo talentuoso e ne fa una star? O sfrondare la storia cukoriana, per quanto meravigliosa, di tutti gli eccessi sentimentalisti oggi francamente poco credibili e accentuare la competizione professionale interna alla coppia? O fare di questa storia un’esemplare e anche dura e tosta parabola del tramonto in Occidente del maschio e dell’ascesa irresistibile del femminile? Insomma, È nata una stella come guerra dei sessi. Invece ci tocca vedere una Germanotta timida camerierina che cade in adorazione del pop-country singer. E pure narrazione confusa. Per dire: non si capisce quando e come lui si innamori di lei, e meno ancora capiamo come si sposino così in fretta, perché la chimica è clamorosamente mancante, e ogni attrazione anche. Il correttismo politico impone un gay quale assistente personale e le suddette drag queen. Musica non trascinante, però una delle ballads di Lady Gaga potrebbe finire in nomination Oscar. Quanto al film, sarà un buon successo al box office. Comunque, signori, Lady Gaga ha voce, sa cantare (lo sappiamo da tempo), non è un prodotto delle alchimie digitali.

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