Film stasera in tv: MIELE di Valeria Golino (martedì 16 ottobre 2018, tv in chiaro)

Miele di Valeria Golino, Rai Movie, ore 23,35. Martedì 16 ottobre 2018.Schermata 2015-10-27 alle 10.33.22
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Miele, un film di Valeria Golino. Con Jasmine Trinca, Carlo Cecchi, Vinicio Marchioni, Libero De Rienzo, Iaia Forte, Roberto De Franceschi. Tratto dal romanzo A nome tuo di Mauro Covacich, edito da Einaudi.
_MG_2684Irene, di professione angelo della morte. Con il nome in codice Miele pratica difatti (clandestinamente) l’eutanasia a malati terminali che non vogliono più soffrire. Finchè incontra un ingegnere che sì, vuole morire, ma non per malattia, solo per tedio, noia, depressione, e le certezze di Irene vanno in frantumi. Un film che qualcuno cercherà di trasformare in spot per l’eutanasia, ma che non lo è, ed è invece un’opera aperta, non ideologica, senza tesi rigide e precostituite. Valeria Golino al suo esordio da regista firma un film importante e di sorprendente fattura. Voto 7_MG_3316_MG_2198Devo dire che sono andato a vedere Miele con qualche pregiudizio in testa e, invece, a visione avvenuta mi son dovuto ricredere, e ne sono ben lieto. Questo è, sorprendentemente, un bel film. Non è che diffidassi dei talenti registici della Golino, è che sapendo che il film trattava un tema scivolosissimo – e al limite del non rappresentabile – come l’eutanasia, mi aspettavo qualcosa di ideologico. Di fastidiosamente, pesantemente, insostenibilmente ideologico. Qualcosa, intendo, allineato all’imperante, aggressiva cultura a favore della cosiddetta dolce morte (dolce?) o buona morte (buona?), locuzioni che si vorrebbero emollienti, tranquillizzanti e pacificatrici delle coscienze e suonano invece allarmanti, sinistramente affini come sono a quella bella morte invocata quale supremo ed eroico esito dai miliziani dei più totalitari, truci e neri movimenti anni trenta e quaranta (nazismo, fascismo, falangismo ecc.). Invece Miele grazie a Dio riesce miracolosamente a misurarsi con l’eutanasia senza lanciare proclami e messaggi, facendosi molte domande e dandoci risposte mai univoche, sottraendoci certezze e instillandoci salutari dubbi. Un film aperto, complesso, stratificato, che si attiene alla sostanza umana dei suoi personaggi e non ci serve tesi precostituite. Vi pare poco? Oso dire che questo primo lungometraggio di Valeria Golino regista è, sulla faccenda terribile che affronta, assai meno perentorio di Amour di Haneke, il quale, pur nell’alta esecuzione autoriale, indubitabilmente suggeriva come fosse ‘amorevole’ e pietoso il gesto con cui il protagonista Trintignant sopprimeva la moglie sofferente. No, non c’è questo in Miele, o, almeno, questo sembra esserci all’inizio, ma poi tutto si sfuma e si complessifica, tutto si fa meno unidimensionale. Andiamo per ordine raccontando un po’ di questa storia tratta – e però con parecchi scostamenti e cambiamenti – da un romanzo di Mauro Covacich. Una giovane donna di nome Irene, dalla vita ancora precaria e sospesa (sta lavorando alla tesi, non ha legami profondi se non part time con un uomo sposato), fa parte di una rete clandestina che si occupa di procurare la morte a chi, soffrendo indicibilmente, decide di farla finita. Lei, sotto il nome in codice di Miele, è l’angelo della morte, la persona che si reca a casa del cosiddetto paziente e procede all’attuazione del programma. Tutto avviene attraverso la somministrazione di un potente barbiturico utilizzato per sopprimere i cani, ovviamente proibito in Italia, che Irene si procura in Messico. L’esecuzione, per così dire, si svolge con il massimo della civiltà e dell’urbanità, i malati vengono più volte interpellati sulla loro volontà di procedere o di fermarsi, ognuno viene accompagnato alla fine (che arriva dopo un massimo di tre minuti dall’ingerimento della sostanza letale) con la sua musica preferita e l’assistenza di un suo caro. Irene guadagna molto, moltissimo, ritira dopo ogni intervento buste gonfie di banconote da cento euro (“bel lavoro di merda”, le dice sdegnata la sorella di un morituro), ma non lo fa – o almeno così dice a se stessa – per guadagno, per avidità, ma per aiutare chi soffre a trovare una via di uscita. Se non un aiuto, un servizio, svolto nella clandestinità perché nel nostro paese ogni atto che procuri l’eutanasia viene perseguito dalla legge. Le scene in cui Irene/Miele presta per così dire servizio sono perturbanti al massimo grado, difficili a sostenersi, con una Jasmine Trinca eroicamente impegnata nel suo personaggio mortifero e sedicente salvifico. Scene girate da Golino con esattezza, anche mostrandoci dettagli crudi, senza mai però il minimo voyeurismo, sempre con una pietas che fa onore alla regista. Certo, si resta sconvolti dalla cerimonia della morte officiata da Irene con la sua prima paziente, ancora di più da quella, davvero terribile eppure pudica sempre, con il ragazzo. Non sembra avere dubbi, Irene, anche perché a indurla a quel lavoro è il ricordo della madre morta dieci anni prima nel dolore. Un dolore, una devastazione, che oggi lei vuole o crede di risparmiare ai pazienti, tutti consenzienti, con cui tratta. Ma succede qualcosa che incrina le sue certezze. La chiama un giorno un ingegnere settantenne che sì, vuole morire, ma che non è afflitto da nessuna malattia invalidante (“godo di una salute di ferro” le dice beffardo), solo da una noia insopportabile, da un tedio infinito per una vita che già gli ha dato il meglio e non potrà dargli di più. Irene gli consegna il kit della dolce (dolce?) morte, poi se ne pente. “Non sono un sicario”, urla all’amico che le ha procurato quel cliente, lei ha sempre aiutato a morire solo i malati, i malati del corpo, non quelli dell’anima come quell’ingegner Grimaldi. Non sto a svelare quanto succede da questo punto in avanti. Irene avrà qualche incontro con Grimaldi, resterà sempre più spiazzata, e anche oscuramente affascinata, dal suo dandismo, dalla sua visione stoica del vivere e del morire, dal suo disincanto sconfinante in cinismo verso sè e gli altri. Lui è un uomo complesso, un sistema complesso non riducibile alla facile ideologia, agli schematismi che hanno sorretto Irene fino a quel momento nella sua (presunta) missione. Per lei niente sarà più come prima. Miele si confronta con la questione del fine vita incamminandosi in un percorso che parte da certezze e approda all’incertezza, e a un film così non si poteva chiedere di più. Naturalmente non basta una buona storia, e una bella sceneggiatura come in questo caso, per fare un buon film. Valeria Golino ci mette anche una bella maturità registica, gira con sapienza, tecnica e con un segno personale già dalla prima, per niente banale sequenza, una carrellata all’indietro che dal particolare, dal dettaglio ravvicinato, ci porta al generale, al contesto. Perfino i flashback sulla neve con Irene bambina e la madre, a forte rischio sentimentalismo, sono mantenuti su un registro sobrio, anche grazie a un montaggio molto attento che elimina qualunque superfluità. Jasmine Trinca, in un ruolo ad alta difficoltà, fornisce di sicuro la sua prova migliore e più matura, è brava e un’Irene assolutamente credibile. Ma a stravincere su tutto e tutti è Carlo Cecchi, tagliente, antipatico e adorabile ingegnere Guglielmi, un personaggio impossibile da dimenticare. Bella colonna sonora, e non è l’ultimo merito di Miele, con pezzi tra gi altri dei Talking Heads, di Thom Yorke, degli Shearwater (nella meravigliosa Rooks), più Bach. E perfino una cover di Marino Marini di Io sono il vento lanciata da Arturo Testa a un Sanremo fine anni ’50. Alla conferenza stampa abbiamo appreso che David Byrne ha concesso immediatamente il suo brano, (Nothing but) Flowers, per una cifra simbolica. Un vero signore (i grandi lo sono sempre).
Postilla. Ho più volte pensato, vedendo nella prima parte del film Irene operare con professionalità impeccabile, come davvero potrebbe prender piede un giorno non lontano il mestiere di procuratore di morte. O di angelo della morte. Mi vedo già schiere di badanti est europee convertite alla nuova e probabilmente lucrosissima professione, senza peraltro gli scrupoli e la delicatezza che Irene ci mette (anche per tacitare la sua coscienza). Potrebbe accadere sia in assenza di una legge che permetta l’eutanasia – si sa, il proibizionismo crea sempre il mercato nero – ma anche di una sua legalizzazione.

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