Recensione: THE WIFE, un film di Björn Runge. Ottima performance di Glenn Close e poco altro, anzi niente

The Wife – Vivere nell’ombra, un film di Björn Runge. Con Glenn Close, Jonathan Pryce, Christian Slater, Elizabeth McGovern, Max Irons.
Film di modi sofisticati e eleganti, quanto rozzo (e manicheo) nella sua tesi. Secondo la quale un uomo di successo non può che essere arrivato in alto sfruttando, manipolando, conculcando, oscurando una donna. Joe Castleman viene insignito del Nobel della letteratura. Ma mentre è a Stoccolma per la premiazione tra lui e la moglie è resa dei conti. Tedioso, prevedibile, fastidiosamente ideologico. Per fortuna c’è una strepitosa Glenn Close. Voto 4 e mezzo
Da un paio di settimane nella top ten degli incassi, The Wife si sta rivelando un successo piccolo ma robustoo, di quei film arthouse che vengono fuori alla distanza con il pasaparola, si presuppone tra amiche. Perché The Wife rientra a pieno titolo nella categoria film-per-signora, con la sua confezione chic, i modi educatissimi e dabbene, gli ambienti colti e borghesi, i personaggi che sanno praticare l’arte che è solo delle classi elevate dell’autocontrollo (il popolo, si sa, tende alla sguaiataggine e alla sfrenatezza istintuale). In questo film non si grida mai, magari ci si ferisce e ci si fa del male, mai rinunciando però alle maniere squisite. Usando parole che feriscono e pure uccidono, però porte obliquamente, praticando con sapienza l’allusione. Oltretutto, a consolazione e elevazione della sciura fruitrice al cinema, ci si muove ngli ambienti alti e prossimi al Sublime della letteratura, quella vera, mica quella di consumo o midcult intrappolata nell’aspirazione sempre frustrata alle vette dello Spirito. Quella da Grande Premio, da Nobel. Miscela perfetta per quel pubblico borghese che in Italia non è mai stato egemone e sempre minoritario, prevalentemente urbano, oggi prevalentemente femminile over 50 (e anche di più), dotato di buona cultura o convinto di esserlo. A Milano identificabile con le mitologiche ‘signore dell’Anteo’, infaticabili consumatrici di cineprodotti ‘di spessore e di qualità’, loro che aborrono il cinema su tablet e, non sia mai, su smartphone, ma preferiscono il vecchio, caro schermo di tela. Poi, ecco, The Wife non è granché, anzi al di della sua confezione irreprensibile – firma un signore svedese devo dire a me sconosciuto -, per i troppi luoghi comuni politicamente corretti, vetero- e neo-femministi, metooisti che riesce a cumulare in sì e no un’ora e mezza di durata. Per come ci fa la lezione, acora!, sulla donne-ombra e donne-fantasma al servizio del Grande Autore Premiato e Riconosciuto, e sempre conculcate, sfruttate, offuscate, dimenticate, rimosse, penalizzate. Un prodotto di massimo conformismo però apparecchiato comme il faut, che del suo messaggio engagé e della sua aura di superiore intellettualità si fa scudo a protezione di ogni eventuale critica. Tedioso. Prevedibile. Con un solo motivo di interesse, l’interpretazione al solito magnifica di Glenn Close, per la quale si parla nei siti di predictions di probabile candidatura all’Oscar (IndieWire pronostica come altre finaliste con lei Olivia Colman per The Favourite, Lady Gaga per A Star is Born, Yalitza Aparicio, la tata di ROMA di Cuarón, e Melissa McCarthy per Can You Ever Forgive Me?). E già alcuni miei amici sui social tifano per lei, che di nomination ne ha avute sei, ma di quelle statuette simildorate zero. Solo che nella corsa parte con l’handicap di avere alle spalle un film debole e a conti fatti, al netto di tutte le sue arie arty, mediocre, mentre vogliamo mettere la Colman con The Favourite o Lady Germanotta con il brutto ma pompatissimo in America A Star is Born? Film che sono delle corazzate, mentre The Wife si regge tutto sulla sua protagonista e la sua maschera ambigua in grado di aggiungere ombre e sfumature e sottotesti anche laddove non ce ne sono. Perché il racconto, sant’Iddio, è talmente dimostrativo, con tesi incorporata e immediatamente esibita, e talmente manicheo nella distribuzione di torti e ragioni e nella definizione dei buoni e dei cattivi, da far cascare le braccia. Una storia rozza, e rozzamente condotta e rozzamente argomentata, anche se i modi della confezione sono felpatissimi. Siamo dalle parti di ovvietà tipo dietro-un-grande-uomo-c’è-sempre-una-grande-donna. Anzi, siamo nell’evoluzione metooista di quell’ovvietà, ovvero che ogni uomo di successo è intimamente un criminale, perché per arrivare in alto di sicuro ha biecamente usato, manipolato, orrendamente sfruttato una donna. La storia di The Wife – mai titolo fu più programmatico, lasciandoci intendere che la moglie conculcata del film rappresenta e riassume in idealtipo tutte le moglie di tutti i maschi bianchi occidentali – incomincia con una telefonata per Joan e il marito Joe Castleman che cambierà la loro vita: viene da Stoccolma, annuncia che a lui è stato assegnato il Nobel per la letteratura. Al bizzoso e complicato Castleman, nume riverito delle patrie lettere, scrittore ebreo-americano in cui si possono riconoscere certi tratti di un Saul Bellow, di un Philip Roth. Allora via, si parte (in Concorde: siamo nel 1992) in direzione Svezia per la cerimonia di consegna. Ma questa ascesa verso la gloria e la consacrazione si mostra costellata di pietre d’inciampo, di ostacoli non previsti. Mentre l’armonia coniugale apparente svela ferite, lacerazioni mai sanate, tensioni, rancori. Già l’espressione impenetrabile ma di sicuro non gioiosa di Joan all’annuncio del Nobel lascia intuire qualcosa di oscuro (e lì ti rendi conto di che attrice sia Glenn Close). Ma è a Stoccolma tra il prima e il dopo la premiazione che il rimosso di coppia viene a galla e erompe distruttivamente, e intanto il neonobellizzato ci prova con una ragazza, e intanto alla resa dei conti tra i coniugi si aggiunge il figliolo ahilui aspirante scrittore che rinfaccia al babbo di non avere mai creduto in lui. I cliché si accumulano: ecco lo scrittore vecchio e irrimediabilmente puttaniere e afflitto da narcisismo cronico, ecco il figliolo castrato da tanto ingombrante genitore, ecco la moglie e madre che scopriamo essere – attenzione SPOILER! – il vero genio di famiglia. E qui il film si inoltra nel buco nero che unisce e insieme separa Joan e Joe, lei che ha rinunciato per lui e i figli a una promettente carriera letteraria in proprio, lei che all’inizio corregge e riscrive i romanzi del marito e poi li scrive completamente, mentre è Joe a metterci la firma e a raccogliere gloria successo applausi denaro fama premi. Ma naturalmente c’è un karma, c’è un destino, c’è una giustizia occulta a pareggiare i conti,  e di più non dico. The Wife si configura purtroppo come la messa in cinema della vulgata pop-femminista, di un femminismo semplificato e deprivato della sua carica critica e ridotto a pensiero povero, secondo cui l’uomo di successo non può che essere un losco sfruttatore di talenti femminili. Ma davvero pensiamo sia nell’ordine del possibile e del credibile che uno scrittore, come ci mostra questo film, arrivi al Nobel dopo una carriera di menzogne, dopo essersi fatto scrivere tra un lavaggio piatti e un bucato dalla moglie i suoi romanzi? Non so se il libro di Meg Wolitzer da cui The Wife è tratto sia altrettanto privo di sfumature, e però la sua storia messa qui in cinema risulta, semplicemente, inverosimile, buona solo ad alimentare la peggio ideologia suprematista femminile. Perché il teorema venga dimostrato ci vengono raccontati in flashback il nascere e il consolidarsi di quel rapporto asimmetrico tra Joan e Joe: fin da quando lei, aspirante scrittrice, si sente dire da una sciura delle lettere – benissimo interpretata da Elizabeth McGovern – che per una donna non c’è speranza di carriera, e dunque rinuncia e si rassegna a fare la ghost writer del tronfio consorte. Si sarebbe potuto con più finezza indagare nei sottoscala di quel rapporto. Ma in The Wife le sfumature non ci sono, mai. Glenn Close l’Oscar se lo merita, anche per quanto ha fatto in passato, ma temo che il film non la sorregga abbastanza per una corsa che si rivelerà assai dura.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi