Recensione: LE EREDITIERE, un film di Marcelo Martinessi. Paraguay: due donne e la decadenza di una classe

Le ereditiere (Las Herederas), un film di Marcelo Martinessi. Con Ana Brun, Margarita Irun, Ana Ivanova. Paraguay. Distribuito da Lucky Red. Al cinema da giovedì 18 ottobre.
Paraguay oggi. Chela e Chiqui, entrambe tra i cinquanta e i sessanta, sono una coppia da molto tempo. Anche se nascosta. Fanno parte della borghesia, vivono in una bella e decaduta casa dove tutto è in vendita, perché i soldi son finiti da un pezzo. Poi Chela, che non ha mai affrontato la vita, resta sola, e deve imparare a cavarsela. Sobrio, controllatissimo, il film di un uomo che racconta solo donne. Uno sguardo buttato dentro l’ex classe agiata del Paraguay che molto ci dice di un paese poco raccontato. Voto 7+
Che ne sappiamo del Paraguay? Zero virgola qualcosa. Sappiamo che fino agli ultimi anni Ottanta è stato sottomesso a una delle dittature più feroci e chiuse al resto del mondo, roba da Nord Corea, incarnata in un sinistro despota dal teutonico nome di Stroessner. Che è stato per decenni il rifugio più sicuro per gerarchi nazisti sfuggiti a catture e norimberghe. Che ha per capitale Asuncion. Che per un po’ Cesare Maldini ci ha lavorato come ct della nazionale. Un posto dove non ti viene voglia di andarci. Arriva da lì il regista di Le ereditiere, e lì si svolge il suo film, discreta sorpresa alla Berlinale dello scorso febbraio, assai applaudito al press scereening, con un’impeccabile protagonista, Ana Brun, che s’è poi portata via giustamente il premio di migliore attrice (meno comprensibilmente, al film di Marcelo Martinessi è andato pure il premio Alfred Bauer “per un film che apre nuove prospettive”, e ci si chiede quali siano mai tali inediti orizzonti spalancati da Las Herederas).
Lavoro notevole di un regista dal nome italiano vincitore a Venezia 2017 con un corto. E autore di un cinema dell’allusione, del non detto, con forte vocazione a farsi ritratto, analisi, antropologia di un mondo, di un paese, di una classe. Non sapevamo niente del Paraguay, dopo la proiezione qualcosa s’è imparato. Non perché Le ereditiere sia un film didascalico, ma per come attraverso il suo scarno intreccio sa farci entrare nella media borghesia nazionale. Quella di radici europee che fu protetta dalla dittatura ricambiando il favore con appoggio incondizionato. Che ancora coltiva malcelate pulsioni autoritarie. Che riproduce i suoi riti sociali di inclusione e soprattutto di esclusione, indifferente alla condizione di chi sta in basso (alla domanda della padrona: sai leggere?, la nuova serva di casa risponde di no). Ed è strano che per raccontare questa parte separata di mondo, peraltro ormai in piena decadenza – anche lì avanzano i nuovi ricchi – , il regista imposti la narrazione intorno a due donne sui sessanta, una coppia lesbica naturalmente mai dichiaratasi (siamo a Asuncion, mica a Berlino), e mostrandoci intorno solo donne. Gli unici maschi sono un parrucchiere, una guardia carceraria, uno stronzo mollato dalla sua donna e appena intravisto. Basta. Storie di donne e amori tra donne in ambienti soltanto femminili raccontate da un uomo. Con delicatezza peraltro, mai una sbavatura o quasi (il quasi lo spiego più avanti). Carmela detta Chela vive nella casa di famiglia con Chiquita detta Chiqui. Tutto è in vendita, tranne i muri. I quadri, l’argenteria, i mobili  (e la galleria delle aspiranti compratrici vale da sola una ponderosa inchiesta giornalistica sul Paraguay). Non ci sono più soldi, non si sa se dissipati da Chela o da Chiqui. Probabile la seconda, che difatti finisce in galera per debiti non onorati. Chiqui, la più assertiva delle due, da cui Chela è sempre dipesa per gli affari quotidiani. E che forse l’ha usata, manipolata, sfruttata. Ma questo il film non lo dice, tutt’al più lo lascia intuire. Adesso con Chaqui in carcere Chela è sola, si deve arrangiare, deve uscire dal suo guscio e dall’apatia. Confortata dall’appoggio della nuova domestica comincia, su richiesta di una vicina assai anziana e dalla lingua tagliente, a fare da tassista privata, lei che ha una maestosa vecchia Audi, lei che al volante ci ha sempre saputo fare, mica negata come in altre faccende. Grazie alla vicina e alle sue amiche di canasta allarga il giro, ritrovandosi a fare qualcosa di utile per la prima volta nella vita. Non succede apparentemente niente, fino a quando conosce la assai bella Angy, giovane donna dai molti amori, ex, in corso, imminenti. Che diventa sua cliente assidua, più di una cliente, una confidente: chiaro che Chela finisce con l’innamorarsene (c’è pure una scena pudica di masturbazione).
Il film è l’ennesima storia di emancipazione di una donna sottomessa e sfiduciata che trova il coraggio di cambiare. Di essere se stessa, si direbbe nell’orribile linguaggio del nuovo correttismo. Moralina stantia, ma al regista Martinessi la si perdona. Come gli si perdona l’Angy fatale e allumeuese, unico personaggio finto tra tanti veri, che gioca con il desiderio di Carmela in una delle poche cadute di un film altrimenti controllato. Resta di Le ereditiere la scoperta (cinematografica) del Paraguay. Delle sue divisioni sociali. Dei suoi modi importati prima dall’Europa e adesso dagli Stati Uniti. Della sua approssimativa amministrazione della giustizia. Tutto senza mai alzare la voce, senza agitare bandiere. Confermando come l’America Latina produca oggi uno dei cinema migliori al mondo. E complimenti a Lucky Red che ha s’è assunta il rischio di distribure un film come questo.

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3 risposte a Recensione: LE EREDITIERE, un film di Marcelo Martinessi. Paraguay: due donne e la decadenza di una classe

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  3. Anonimo scrive:

    Film che sorprende per la delicatezza del linguaggio ; dagli attori di grande intensita’ alla regia strepitosa.

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