7 film del weekend, da Soldado a Il verdetto (18-21 ottobre 2018). Recensioni e voti

Soldado

Il verdetto – The Children Act

Searching

Dei 14 film – un’enormità – usciti questa settimana (a questo link trovate la lista completa) scrivo dei 7 che ho visto.

Soldado di Stefano Sollima. Voto 6
Lieti di vedere come Luca Guadagnino non sia il solo regista italiano in grado di girare in America, e per gli americani e film americani, con un’abilità naturalmente cosmopolita, senza traccia alcuna di provincialismo. Adesso oltre a lui c’è Stefano Sollima che, dopo ACAB e Suburra, e dopo i serialmente televisivi Romanzo criminale e Gomorra, è stato chiamato a Hollywood da Taylor Sheridan, sceneggiatore ma anche anima e motore progettuale di Sicario, per girare questo sequel di quel film di culto. Sedersi sulla sedia registica che era stata nel film fondativo di Denis Villeneuve non era facile, ma Sollima supera la prova benissimo, dimostrando una sapienza e una tecnica sbalorditive. Eppure la confezione smagliante e macchinalmente, roboticamente perfetta non fa di Soldado un sequel all’altezza di Sicario. Manca stavolta il senso del Male, mancano quel disagio che nel film di Villeneuve ci prendeva alla gola, quei dilemmi etici, quel massacro finale puro teatro elisabettiano della crudeltà e della vendetta. In Soldado torna la squadra di agenti segreti americani in missione assai coperta nel Mexico Infelix dei peggio cartelli dei narcos a riportare ordine nella terra del caos. Ma tutto rispetto a Sicario si semplifica in scontro muscolare, in puro gioco della forza, della sopraffazione e della sottomissione. Non c’è più l’agente turbata e riflessiva interpretata da Emily Blunt, restano il macho Josh Brolin e il cupo e contorto killer Benicio Del Toro. Dimentichiamoci l’incombere del Fato del primo episodio, adesso ogni cosa è terrena, questione di proiettili e bombe, e terribilmente umana. Sollima è il regista perfetto per questa riduzione al suolo, alla polvere e alla lotta muscolare e sudata del conflitto tra Bene e Male, con una conduzione del film esteriore e meccanica che mai, nemmeno per un istante, riesce a restituirci profondità e complessità. Soldado è un videogame magnificamente girato, ma un videogame. O se preferite, un film di ambizioni e fascia alta ridimensionato a B-movie. E anche il plot non regge il confronto con il film primigenio. Stavolta a scatenare l’intervento ai limiti dell’illegalità degli americani in territorio messicano è la necessità di bloccare l’immigrazione clandestina organizzata dei cartelli narcos. Che non si son fatti scrupoli a far passare negli Usa anche terroristi jihadisti poi responsabili di stragi. Josh Brolin, intendo il personaggio da lui interpretati, ha la non geniale idea di scatenare una guerra tra cartelli rapendo la figlia di un boss per far cadere la colpa sui suoi rivali. Una trovata da fumettacccio che fatichiamo a prendere sul serio. Che poi la pista degli islamisti, dopo aver fatto da miccia alla narrazione, viene completamente abbandonata, segata, ed è solo una delle smagliature della sceneggiatura di Taylor Sheridan: vogliamo parlare del morto-che-resuscita (non posso dire di più, ovvio)?, che nemmeno nelle peggio novelas. Una sceneggiatura il cui obiettivo primo, più che la verosimiglianza, è l’infilare climax adrenalinici e orgasmici di scoppi e sangue e bombe e ogni altra possibile arma di offesa. Si avverte anche il disegno di fare di Sicario una serie prima cinematografica e poi eventualmente televisiva, con le ridondanze e le coazioni narrative a ripetere e i cliffhanger furbastri della serialità. Poi, certo, Soldado è buonissimo spettacolo. Un ineccepibile action crime. Ma i brividi che Denis Villeneuve ci aveva procurato no, quelli non si ripetono.

Mirai di Mamoru Hosoda (è stato programmato il 15-16-17 ottobre con distribuzione Nexo Digital, ma in alcune sale è ancora prossibile rintracciarlo: consultare la pagina di Nexo con la lista dei cinema e relativo calendario). Voto 8
Meravigliosissimo anime made in Japan presentato con fragoroso gradimento del pubblico – applausi interminabili – a Cannes 2017 alla sofisticata Quinzaine des Réalisateurs. Alquanto scostato dal canone del genere, essendo più che un fantastico o un avventuroso un film di fine e anche ironica e sgamata indagine priscologica di relazioni e intrichi familiari. L’infante Kun-chan è il reuccio di casa, finché a spodestarlo dal trono arriva una sorellina in forma di neonata. Scattano la rabbia, l’invidia, la paura di non essere più il prediletto, e il mondo di Kun-chan si trasforma (anche) in un incubo popolato di strane creature che altro non sono che le estensioni dei suoi fantasmi mentali. L’animazione al servizio di un ritratto di famiglia insieme universale e assai personale per come Mamoru Hosoda ha attinto – per sua stessa ammissione – alla propria storia di padre.

Le ereditiere di Marcelo Martinessi. Voto 7 e mezzo. Leggere la recensione estesa di questo blog.
Un gran bel film dal Paraguay, terreno finora non particolarmente fertile per il cinema. Molto apprezzato alla scorsa Berlinale dove la sua protagonista Ana Brun ha vinto un più che meritato Orso d’argento per la migliore interpretazione femminile. Storia di due donne, clandestina coppia omosessuale di fatto da molti anni, delle medio-alta borghesia di Ansuncion di disendenza europea, un tempo assai agiate e adesso insidiate dalla crisi, dalla decadenza. Chela vive con Chiquita, e son momenti grami, il soldo manca, sicché è costretta, lei la ex possidente, lei già ereditiera di un ricco patrimonio, a vendere mobili e arredi vari per tirare avanti. Finché Chiquita detta Chiqui, da sempre il lato forte e decisionista della coppia, finisce in galera per truffa e Chela sarà costretta a farcela da sola. Si improvviserà con la sua vecchia Mercedes tassista di sciure della meglio (insomma) society di Asuncion, uscirà dalla magione-prigione in cui si era autoreclusa. Il regista Marcelo Martinessi sa essere partecipe dei dolori e turbamenti della sua protagonista e insieme osservatore dello sfascio di un mondo, di una società dove il feroce classismo comincia a mostrarsi inadeguato quale strumento di controllo. Nella storia di Chela si riflette (forse) quella di un paese.

Il verdetto – The Children Act di Richard Eyre. Voto tra il 6 e il 7
Uno dei due film di questo pezzo d’autunno scritti da Ian McEwan (l’altro, molto meno riuscito di questo, è Chesil Beach, in uscita il 15 novembre. Una delusione cocente: se ne riparlerà). Il cinema britannico ben fatto, inamidato e ingessato, messo però al servizio di una storia, e di personaggi, che con la loro complessità riescono a incrinare l’involucro manierato e accademico. Un regista di lungo corso come Richard Eyre si incarica di mettere in scena lo script che lo stesso Ian McEwan ha tratto da un suo romanzo. Protagonista la giudice dell’alta corte Fiona Maye, mal sposata a un marito vacuo che la tradisce, che si trova a dover affrontare nelle sue dure giornate casi uno più delicato dell’altro. Finché arriva quello che minerà i suoi equilibri e farà vacilare le sue certezze, un diciassettenne figlio di testimoni di Geova che rifiuta, pur essendo malato di leucemia, le trasfusioni che potrebbero prolungargli la vita. Fiona, infrangendo il protocollo, lo va a trovare in ospedale per sentire le sue ragioni e non ragioni. Sarà l’inizio di uno strano rapporto tra i due dove precipiteranno e si condenseranno i fantasmi inconsci di Fiona e dell’ancora minore Adam, pulsioni, desideri, attrazioni e repulsioni. Con un’enorme Emma Thompson. Se solo ci fosse stato un regista meno accademico e meglio versato in ambiguità, sottigliezze, anche crudeltà, avremmo avuto un fim grande, invece ne abbiamo uno solo discreto.

In viaggio con Adele di Alessandro Capitani. Voto 4 e mezzo
Si vorrebbe dir sempre bene e voler bene al nuovo, giovane cinema italiano. Ma come si fa in casi come questo In viaggio con Adele? Dove la buona anche se non originale idea-innesco narrativo viene man mano depotenziata da una messinscena approssimativa e inutili corrività. Con un protagonista, Alessandro Haber, riemerso dopo lunga latitanza dai nostri e vostri schermi che spinge troppo sull’identificazione tra attore e maschera, tra realtà e finzione, tra vita e rappresentazione. L’attore decaduto Aldo, un tempo una star e adesso costretto a battere i teatri di provincia con il suo eterno Cyrano, scopre di avere una figlia nata da una remota relazione. Lei si chiama Adele, è una mattocca dai modi borderline, di un’innocenza deragliata e malata ma dotata di una sua fosca vitalità, e che – imbustata in un felpa rosa con orecchie di coniglio – sarà la creatura-ciclone destinata a sconvolgere la vita di Aldo. Tutto in un on the road a due tra Puglia e Lazio in cui lui continua a rimandare la fatale rivelazione, quelle tre parole, sono tuo padre, che non ce la fa a dire. Nonostante certe sguaiataggini imposte da un copione non proprio di massima finezza, Sara Serraiocco è la vera forza di questo film altrimenti sballato. E si pensa a cosa avrebbero cavato da un soggetto simile i grandi sceneggiatori degli anni Sessanta, gli Age e Scarpelli, i Sonego, le Suso Cecchi d’Amico, e ci si ritrova a sognare un impossibile In viaggio con Adele in bianco e nero diretto da un Monicelli o Risi o anche Luciano Salce, con Ugo Tognazzi e una giovane Sandrelli o Catherine Spaak. Sognare non costa niente.

Searching di Aneesh Chaganty. Voto 7
Film deflagrato come un evento al Sundance 2018 per la sua peculiarità tecnico-formale, per il suo concept assolutamente differente, l’essere tutto costituito da immagini rinchiuse in schermi di computer, tablet, smarthpone (e se è tv, è streaming). Il telone del cinema coincide con lo schermo del computer. C’era già stato un paio di anni prima un horror, Unfriended, in cui si utilizzava lo stesso concept. Searching porta la firma del regista americano di origine indiana Aneesh Chaganty, ma il vero genio dietro l’operazione è il russo Timur Bekmambetov, sì l’autore muscolare e fiammeggiante di cose come Lincoln cacciatore di vampiri e Wanted, produttore sia di Unfriended sia di Searching. E che, non pago, ha subito dopo realizzato sempre con lo stesso dispositivo tecnico-formale lo stupendissimo Profile, visto alla Berlinale lo scorso febbraio e lì vincitore del premio del pubblico nella sezione Panorama. In attesa che Profile arrivi in Italia, vediamoci Searching. Dove il formato ‘stretti nello schermo di un computer o di uno smartphone’ è tutto e la storia niente o quasi. Un puro pretesto per scatenarsi in una fantasmagoria digitale di immagini e parole e segni e simboli che si sovrappongono, si elidono, si incrociano, brillano e si spengono, creano confusioni e cacofonie visuali e improvvise rivelazioni e cortocircuiti di senso. Il plot è quello classicissimo di una scomparsa e di un uomo che si mette a cercare disperatamente per chiarire a sé e al mondo il mistero. David Kim non sa cosa sia successo alla figlia adolescente, svanita, come evaporata, senza lasciare tracce, senza una parola. Sarà scavando nel suo passato digitale attraverso il suo computer che David si inoltrerà in un inferno insospettabile. Mentre una detective della polizia lo aiuta nella ricerca, ovviamente via Skype. Qualche inverosimiglianza, qualche forzatura (quando in una narrazione la forma è così egemone e totalizzante il rischio di adeguare il contenuto all’ingombrantissimo contenitore è quasi inevitabile). Ma a rapirci e stordirci è la straordinaria eplosione visuale che invade e contagia lo schermo, gli schermi. In quella che in apparenza è la vittoria definitiva della nuova tecnologia sul vecchio cinema, ma che è se mai la resistenza del cinema ai linguggi digitali e la sua capacità di ridurli a sé, di incorporarli, fagocitarli, farli propri.

Sogno di una notte di mezza età di Daniel Auteuil. Voto 3
Teatro boulevardier del vecchissimo tipo portato chissà perché in cinema da un Daniel Auteuil regista oltre che protagonista-mattatore. E il risultato è terribile. Un film senile su desideri mai domi e mai sopiti, imbarazzanti e patetici. Mon Dieu, come possiamo non distogliere gli occhi da un Gérard Depardieu ormai di enorme fisicità, e di età terza se non quarta, con nel letto un’amante giovane e splendente, e calientemente spagnola secondo cliché spagnoleggianti benché lei sia catalana? Comunque il suo caro amico Daniel (il personaggi di Auteuil), non appena la incontra, la ragazza di Depardieu, ci perde la testa, e comincia a sognare di esserne lui l’amante, l’uomo, il fidanzato, il ganzo. Sogni e fantasie e allucinazioni a occhi aperti che man mano diventano per lui una vita parallela quasi indistinguibile, nella sua mente ormai alterata, da quella vera. E intanto entra in sofferenza il matrimonio con la spigolosa consorte. Forse la pièce del molto fortunato commercialmente e molto rappresentato Florian Zeller L’envers du décor aveva sul palcoscenico una sua efficacia da vetusto ma oliatissimo teatro borghese, con le sue corna, le ipocrisie, le pubbliche virtù e i vizi privati, e il finale ritorno all’ordine familiare. Forse. Ma il film, lento e bolso com’è, è ai limiti dell’inguardabile. Per tenere a galla una simile reliquia ci volevano l’Ozon di Potiche o l’Alain Resnais dei suoi ultimi vent’anni, quando rifaceva in modi squisitissimi pochade e commedie per signore e signori dei meglio quartieri parisien, commedie polverose da lui messe in scena come tra virgolette, come puro, gaio gioco e irrisione alla convenzione. Ma Auteuil naturalmente non è Resnais, e fa naufragio. Con Sandrine Kiberlain, la moglie (e la sua presenza rimanda all’ultimissimo Resnais di Aimer, boire et chanter), e Adriana Ugarte, la spagnola bellissima oggetto di ogni desiderio maschile e invidia femminile. L’avevamo vista, meno clamorosamente sensuale, in Julieta di Almodovar,

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