Recensione: SEARCHING, un film di Aneesh Chaganty. Tutto sullo schermo (di un computer)

Searching di Aneesh Chaganty. Con John Cho, Debra Messing, Michelle La, Joseph Lee.
Si può raccontare una storia solo attraverso schermate di computer, smartphone, tablet? Ci prova questo Searching, mentre si aspetta l’arrivo in Italia di un altro film che adotta lo stesso dispositivo tecnico e stilistico, Profile. Una ragazza che scompare di colpo, un padre che si mette alla sua ricerca. E lo schermo del cinema si trasforma negli schermi dei vari device digitali, un una fantasmagoria visiva di app che si aprono e chiudono vertiginosamente, di dialoghi concitati via Skype o Face Time, di cavalcate selvagge nella rete. Voto 7
Film deflagrato come un evento al Sundance 2018 per la sua peculiarità tecnico-formale, per il suo concept assolutamente differente, l’essere tutto costituito da immagini rinchiuse, anzi intrappolate, in schermi di computer, tablet, smarthpone (e se è tv, è streaming). Non così inedito però, visto che giàci aveva provato un horror di due anni fa, Unfriended. Searching porta la firma del regista americano di origine indiana Aneesh Chaganty, ma il vero genio dietro l’operazione è il russo-kazako Timur Bekmambetov, l’autore muscolare e fiammeggiante (e spesso sbeffeggiato) di cose come Lincoln cacciatore di vampiri e Wanted, produttore sia del prototipo Unfriended sia di Searching. E che, non pago, ha subito dopo realizzato sempre con lo stesso dispositivo tecnico-formale lo stupendissimo Profile, visto alla Berlinale lo scorso febbraio e lì vincitore del premio del pubblico nella sezione Panorama.
In attesa che Profile arrivi in Italia, vediamoco Searching. Dove il formato ‘stretti nello schermo di un computer o di uno smartphone’ è tutto e la storia niente o quasi. Un puro pretesto per scatenarsi in una fantasmagoria digitale di immagini e parole e segni e simboli che si sovrappongono, si elidono, si incrociano, brillano e si spengono, creano confusioni e cacofonie visuali e improvvise rivelazioni e cortocircuiti di senso. Il plot è quello classicissimo di una scomparsa e di un uomo che si mette a cercare disperatamente cosa si celi dietro il mistero. David Kim non sa cosa sia successo alla figlia adolescente, svanita, come evaporata senza lasciare tracce, senza una parola detta o scritta. Sarà scavando nel suo passato digitale, penetrando nel suo computer che David si inoltrerà in un inferno insospettabile. Mentre una detective della polizia lo aiuta nella ricerca, ovviamente via Skype. Qualche inverosimiglianza, qualche forzatura come l’incredibile facilità in cui il babbo scova certe password segrete della figlia (quando in una narrazione la forma è così egemone e totalizzante il rischio di adeguare il contenuto all’ingombrantissimo contenitore è quasi inevitabile). Ma a rapirci e stordirci è la straordinaria eplosione visuale che invade e contagia lo schermo, gli schermi. In quella che in apparenza è la vittoria definitiva della nuova tecnologia sul vecchio cinema, ma che è se mai la gloriosa resistenza del cinema ai linguaggi digitali e la sua capacità di ridurli a sé, di incorporarli, fagocitarli, farli propri.

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