Il film imperdibile stasera in tv: ‘To the Wonder’ di Terrence Malick (martedì 30 ottobre 2018, tv in chiaro)

To the Wonder di Terrence Malick, Rai 5, ore 21,15. Martedì 30 ottobre 2018.
Ben Affleck and Rachel WeiszTo The Wonder, regia di Terrence Malick. Con Ben Affleck, Olga Kurylenko, Rachel McAdams, Javier Bardem, Romina Mondello.
2-700x395Fischiato a suo tempo a Venezia. Uscito tardivamente negli Stati Uniti. Male accolto da pubblico e critici. Eppure, benché non all’altezza del precedente film di Malick The Tree of Life, è un’opera grande. Malick entra nella sua fase Ingmar Bergman, affrontando il dolore di una coppia e, attraverso la figura di un prete in crisi, il tema del silenzio di Dio. Come Luci d’inverno, ma in una città sperduta dell’Oklahoma. Voto 8 e mezzo
Redbud_Day17 (315 of 102).CR2Non c’è nessun regista più divisive di lui. O sei con Malick o sei contro Malick. Io lo amo, di un amore che spero non cieco ma ragionante. The Tree of Life è in my opinion uno di quei film che fanno davvero la storia del cinema, la cui grandezza è così evidente ed eloquente che non capisco coma la si possa negare. Eppure di detrattori o addirittura nemici ne ha trovati a legioni. Facile sparare su di lui, anche perché è tra i pochi a osare il Sublime, e osandolo qualche volta rischia il ridicolo e l’imbarazzante. La divisione si è ripetuta al press screening del suo To The Wonder a Venezia 2012. Entusiasmi da una parte, buuh – molti e fragorosi e becerissimi – dall’altra. Lo dico subito: è un film meraviglioso però non così importante, non così epocale come The Tree of Life, che ha stabilito un nuovo paradigma, un nuovo modello di riferimento, semplicemente perché viene dopo The Tree of Life. To The Wonder si inscrive nella strada aperta da quel capolavoro assoluto, nel suo miscelare micro e macrocosmo, frammenti umani e naturali, vita organica e inorganica, esistenze, persone e cose in un insieme (in un organismo) che tutto tiene e comprende. Stavolta il discorso religioso, che là era presente ma sottotraccia, si fa esplicito e diventa uno dei perni narrativi. L’altro sono i sentimenti, il che per Malick mi pare una novità. To The Wonder è una partitura per immagini, suoni e voci (voci in più lingue: francese, inglese, spagnolo, anche italiano), voci fuori campo che narrano o spiegano o semplicemente dicono. Uso abbondante di ellissi, dei due protagonisti non sappiamo quasi nulla, nulla del come si sono innamorati e del perché sono sprofondati nella crisi. Vediamo solo gli atti, i fatti, le conseguenze, gli effetti, il background mai, il che conferisce al film un che di sospeso, fluttuante, misterioso. Lui, Neill (Ben Affleck, perfetto come medio mascelluto americano, la cui ben nota inespressività qui diventa funzionale aggiungendo un che di enigmatico al personaggio) e lei, Marina (Olga Kurylenko) si incontrano a Parigi, si mettono insieme, li vediamo innamorati a Mont Saint Michel. Lei ha una bambina, Tatiana, da un precedente matrimonio. Neill decide di portarsele a casa, in America. Sbarco dei tre in una di quelle anonime piccole città (Oklahoma? Kansas?) in mezzo al nulla che son la negazione dell’Europa, il suo opposto. Mica semplice impiantarsi nel mondo nuovo, è soprattutto Tatiana a non sopportare quel vuoto. Intorno una natura ancora dominante, ma anche un ambiente degradato e inquinato, acque malate, fanghi cancerogeni. Non succede quasi nulla, se non che la macchina da presa di Malick crea un universo, una narrazione, un sistema di segni, catene di emozioni con pochi eguali nel cinema di oggi. Paesaggi che sono estensioni dei personaggi e che a loro volta li includono. Campi, raccolti, pascoli, e acqua, soprattutto acqua, l’elemento feticcio di Malick. L’acqua delle maree di Mont Saint Michel, l’acqua dei fiumi, l‘acqua che gronda dalle foglie, l’acqua che si raccoglie nelle pozze, l’acqua degli scoli. L’acqua sana e l’acqua malata. Olga Kurylenko, che nelle mani di Malick perde la durezza dei suoi film precedenti, è un corpo quasi fluttuante nell’aria, danzante, gonne ampie che frusciano e poi si gonfiano al vento, corpo quasi fluido contrapposto a quello stabile, solido, roccioso, terreno, terragno di Ben Affleck. I due si lasciano, lei torna con la figlia in Francia. Lui trova un’altra donna (Rachel McAdams), proprietaria di un ranch, il che consente al regista ulteriori escursioni filmiche tra praterie, cavalli, cieli, nuvole e acqua, ancora acqua. Montaggio magistrale, come già in The Tree of Life, montaggio fluidificante, di passaggi morbidissimi e impercettibili, che tutto connette senza una frattura, sicché ogni immagine trapassa nell’altra, e i salti spazio-temporali, che pure ci sono, vengono annullati in un flusso incessante. Sì, il rischio retorica e anche trombonismo e anche pessimo poeticismo è in agguato, come no, e qualche volta Malick non riesce ad evitarlo (come già in The Tree of Life). Ma Dio mio, cosa importa qualche scivolata nel ridicolo che si pretenderebbe sublime, quando ti trovi di fronte a immagini così potenti, quando sei di fronte a questo cinema? Terrence Malick qui entra nella sua fase Bergman, e lo fa con una profondità che a un altro cineasta americano bergmaniano, Woody Allen, non è mai riuscita davvero. Nella piccola città dell’Oklahoma sembra di rivedere a tratti Luci d’inverno o Il silenzio. Una coppia lacerata e divelta che, pur amandosi, non può non farsi del male. Che si arrende alla propria impossibilità di vivere insieme. Ma a rendere ancora più bergmaniano questo To The Wonder è la figura del prete (stranamente in questa parte d’America c’è una florida comunità cattolica), prete ovviamente in crisi, sgomento di fronte al silenzio di Dio, ed è davvero Luci d’inverno. Malick ha il coraggio di cercare Dio, e di dircelo, il che in un mondo secolarizzato e laicizzato come il nostro suona perfino provocazione (difatti in sala non sono mancati lazzi all’indirizzo del prete). Ci sono momenti francamente imbarazzanti. L’apparizione di Romina Mondello come amica italiana di Marina, che dovrebbe rappresentarci il diritto alla libertà e alle passioni, Malick ce la poteva risparmiare. Oltretutto all’incolpevole Mondello toccano le battute peggiori. Anche Javier Bardem non è un granché a vedersi, inquartato e con pancia, e soprattutto con una pettinatura così orrenda che perfino il famigerato parrucchino suo in Non è un paese per vecchi faceva migliore figura. Ma è zavorra che sta lì a ricordarci come la perfezione non sia di questo mondo e neppure di Malick, e che non sminuisce grandezza e bellezza di To The Wonder.

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