Recensione: ‘Euforia’, un film di Valeria Golino. Fratelli e bugie (pietose)

Euforia, un film di Valeria Golino. Con Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Jasmine Trinca.
Secondo film da regista di Valeria Golino, ottimamente accolto allo scorso festival di Cannes (e però niente premi). Storia di due fratelli assai diversi (il primo gay narciso di successo, il secondo provinciale introverso) e di una malattia. Golino muove benissimo i suoi personaggi lasciando intravedere il (melo)dramma dietro la commedia. Ma l’innesco narrativo è discutibile e infragilisce tutto il film: com’è possibile che oggi, in questa Italia, venga  tenuto nascosto a un paziente la diagnosi che lo riguarda? Ottimo Scamarcio. Voto 6+

Golino sul set con Isabella Ferrari

Nonostante siano bersaglio fisso di una legione di haters (ma perché poi?), Valeria Golino e Alba Rohrwacher sono le sole nostre attrici con un qualche mercato internazionale e una qualche riconoscibilità fuori dai confini patrii e uno status da festival maggiore, presenze costanti ai vari Cannes, Venezia, Berlino. Erano insieme in Figlia mia di Laura Bispuri, unico film italiano in concorso all’ultima Berlinale. E se Rohrwacher lo scorso Cannes era in Lazzaro felice della sorella Alice (in competizione al gran festivàl) e in Troppa grazia di Gianni Zanasi, vincitore di un premio alla Quinzaine, Valeria Golino era là come regista di questo Euforia, presentato in prima mondiale a Un certain regard: la sezione seconda del festival dove aveva portato qualche anno fa anche il suo esordio dietro la mdp, Miele (peraltro, a Cannes Golino è stata anche giurata nell’edizione in cui fu assegnata la Palma d’oro a I, Daniel Blake di Ken Loach, per dire dei suoi legami con il Palais). Devo dire che alla proiezione ufficiale in Salle Debussy di Euforia – presente Valeria Golino e i suoi attori: Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Jasmine Trinca e Isabella Ferrari – s’è sentito alla fine un vigoroso e convinto applauso, per niente di circostanza, scoppiare in platea. Che come sempre a Un certain regard era composta da critici internazionali ma anche dal pubblico munito di apposita invitation (la cui distribuzione-concessione rimane per me, pur dopo un discreto numero di edizioni del festival, un mistero). Perché certo di fronte a tante opere malmostose e antipatiche o magari troppo dense e ostiche – Euforia, pur trattando di malattia, e di malattia assai grave, appariva perfino come un feel good movie, una cosa amica e mai respingente nel suo porsi quale bene di consumo immediatamente fruibile, nel suo impastare commedia e dramma a raccontare di rivalità e rapporti osmotici tra due fratelli. Ecco, vedendolo quella sera mi son ritrovato a spremere una qualche riflessione su come fosse così indubitabilmente e riconoscibilmente italiano nel suo mostrare, al pari di tanto cinema nostro del passato firmato Scola, Risi, Monicelli, Zampa, Loy certi tratti della nostra antropologia, la centralità della famiglia anche nella sua degerazione in familismo, il cinismo irredimibile verso le cose del mondo e della vita, l’eccesso vitalistico declinato ora in allegrezza sguaiata ora in lacrima e commozione esagitata, la temperatura sempre calda delle relazioni parentali e più generalmente umane. Quella cosa chiamata e percepita come italianità. Euforia ne gronda, e il pubblico a Cannes applaude perché è quello che cerca, oggi come ieri e credo domani, in un nostro film. Una tonalità, una coloritura che non trovi da nessun’altra parte e in nessun altro cinema, e te ne rendi conto ai festival confrontando i nostri film con quelli del resto del mondo. Stando solo a Cannes 2018, spiccava per carattere italiano non solo Euforia ma anche di più Lazzaro felice di Alice Rohrwacher, poi premiato ex aequo con 3 volti di Jafar Panahi per la sceneggiatura (e certo, era fastidioso, imbarazzante, quasi inaccettabile vederci implacabilmente riflessi in quello specchio, in quegli specchi, perché tutti ameremmo soprattutto quando ci troviamo all’estero, vederci e essere visti diversi dal solito ciché dell’italianuzzo. Con però l’atroce dubbio: e se fossimo davvero così?).
Golino si inserisce nella tradizione della nostra comedia, e del nostro cinemelodramma, con una voce assai personale, con più partecipazione e comprensione e meno cinismo verso i suoi personaggi rispetto ai celebrati maestri. E se in Miele trattava di eutanasia, anche stavolta si mantiene dalle parti della fine vita parlandoci di cancro, tema se non tabù certo scarsamente frequentato nel nostro cinema eternamente e infantilmente scaramantico, e anche questa è una differenza da rimarcare. Lo fa con buon mestiere, senza cadere in vezzi autorialistici, mantenendo il film focalizzato sui suoi protagonisti, i due fratelli diversi, e la loro complicata ma non inedita relazione insieme di vicinanza e opposizione. Sono le cose della vita a interessare Golino regista più che la resa stilistica e formale (anche se la sua messinscena non è sciatta, se mai a essere basici sono i movimenti della mdp, ed è forse per questo che la più altezzosa critica francese ha storto il naso stroncando senza pietà il film). Euforia ha solidità narrativa (ma non nella sua premessa), una buona storia felicemente declinata in trame e sottotrame, protagonisti ben delineati anche se fin troppo unidimensionali nell’esemplare bipolarità di fratello brillante e vincente vs fratello introverso. Matteo, gay assai gaudente, è l’imprenditore fanfarone e trionfante di una qualche fuffesca azienda di marketing e terziario avanzatissimo che si occupa di rifare l’immmagine a clienti assai liquidi, un venditore di fumo all’altezza o bassezza di questi tempi di lavori e beni immateriali e evanescenti. Sta a Roma, ha un fidanzato devoto da lui costantemente tradito, vive in uno di quegli appartamenti antipatici che trasudano new money. Il suo opposto è Ettore, il fratello che non ha mai lasciato la provincia laziale, insegnante di matematica, di rigoroso e ascetico pauperismo e ancora più rigorosi valori, ovviamente de sinistra, di una sinistra delusa. In mezzo la madre, a tenere insieme quei figli così diversi. Finché a cortocircuitare le due vite capiterà una malattia, il cancro. Che colpisce Ettore, ma del quale Matteo, che ha contattato i meglio specialisti romani (“il professsore è un mio amico”), lo terrà all’oscuro. Mimimizzando. Spacciando il cancro per un male passeggero e più che guaribile. Quella che un tempo si diceva pietosa bugia. Mentendo anche alla famiglia. Solo per pietà? O per – come con finezza suggerisce Golino – esercitare il suo potere, il suo controllo sulle vite che non sono la sua? Euforia racconta la costruzione e gli effetti di una menzogna, e le sue conseguenze su un cerchio familiare fino a quel momento in equilibrio, coinvolgendo anche la ex moglie e l’ex amore di Ettore. L’abilità registica va riconosciuta a Valeria Golino, ma il film soffre, irreparabilmente, di un innesco narrativo discutibile. Vi pare possibile che oggi, anno 2018, si taccia a un malato il suo stato? Come se fossimo ancora agli anni Sessanta, quando il cancro era il male che non osava dire il proprio nome, e che nessuno osava dire, fino a farsi metafora stessa del Male, come intuì, e fu intuizione epocale, Susan Sontag. Allora la pratica del tacere e negare al paziente era comune in una cultura medica arcaica. Ma oggi? Come può essere credibile che un signore assai consapavole di sé e di massima riflessività e ottime passioni intellettuali e culturali come l’Ettore interpretato (con il consueto repertorio di mezzi toni e sottotoni e silenzi) da Mastendra, venga tenuto all’oscuro di una diagnosi che lo riguarda? Che un fratello sappia e tenga per sé stesso quello che riguarda letteralmente la vita e la morte dell’altro? Forse gli sceneggiatori vivono in un mondo che non è quello che conosco, dove dopo test e esami e biopsie e quant’altro tutto viene detto e niente nascosto perché, come ci dicono le rubriche televisive del pomeriggio e del mattino, “il paziente deve essere informato in modo che possa collaborare attivamente alla sua guarigione”. Nell’era della trasparenza assoluta, dove ogni mistero e segreto deve essere spazzato via come sconveniente e ipocrita, tutti veniamo informati in dettaglio del nostro stato di salute e non salute. Non sto a dire se sia meglio o peggio rispetto all’era delle pietose bugie (penso che questa chiamata all’attiva collaborazione del malato e questo ottimismo sulla guarigione anche nei casi estremi svelino inquietanti sensi di onnipotenza della scienza medica, e svelino ancora di più la rimozione del decadimento fisico e della morte), dico solo che oggi un comportamento come quello di Matteo/Scamarcio non è più pensabile, dunque punto di massima fragilità dell’intera architettura di Euforia. Sceneggiatori e regista hanno la capacità di farci quasi dimenticare in corso di narrazione quella premessa sballata, ma resta il loro un gioco illusionistico che alla fine non può che fallire mostrandoci l’intrinseca fragilità della costruzione. Tra i collaboratori allo script figura il nome di Walter Siti, uno dei pochi scrittori italiani che possano essere definiti grandi, anche se non è così facile individuare la sua impronta (forse nella configurazione del personaggio di Scamarcio con il suo vorace consumismo sessuale e vanesio narcisismo, di sicuro nella sequenza del marchettaro culturista, essendo il culturista de borgata post-post-pasoliniano l’oggetto e il feticcio di ogni desiderio erotico letterariamente espresso nei romanzi di Siti). A uscire vincitore da Euforia è Riccardo Scamarcio, che già avevamo visto assai bravo nei pur terribili Loro 1 e 2 di Paolo Sorrentino, e che qui si conferma clamorosamente. Fino a ergersi a debordante mattatore come certi nomi leggendari del nostro cinema del secondo Novecento. Performance che comunque non ridurrà il suo nurtritissimo esercito di haters, anzi ne accrescerà la carica odiatrice (non c’è niente come il merito a e il successo a scatenare il livore).

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