Recensione: ‘First Man – Il primo uomo’, un film di Damien Chazelle. L’everyman sulla Luna

First Man – Il primo uomo, un film di Damien Chazelle. Con Ryan Gosling, Claire Foy, Jason Clarke, Kyle Chandler, Lukas Haas. Al cinema da mercoledì 31 ottobre 2018.
Certo è strano che il trentenne Damien Chazelle dopo La La Land vada a raccontare stavolta vita e imprese di Neil Armstrong, il primo uomo sulla Luna. First Man funziona bene nella prima parte, la più intima, quando decostruisce l’epica della conquista spaziale e la riduce all’umano. Solo che alla fine la retorica rispunta inevitabilmente (che poi, per quanti sforzi faccia Chazelle, a chi può interessare oggi il romanzo delle conquiste spaziali?). Voto tra il 6 e il 7
Al suo terzo film che vedo (prima Whiplash, poi il celebrato, troppo, La La Land, adesso questo First Man), mi convinco sempre di più che Damien Chazelle sia un regista incompiuto, di molte promesse non tutte mantenute, sempre a due passi dalla consacrazione a Grande Autore Giovane senza mai raggiungerla. Anche fin troppo eclettico e disinvolto nell’attraversare mondi cinematografici, modi, generi tra loro diversi, sempre puntando all’entertainment, ma come volendo decostruire il cinema popolare del passato nello stesso momento in cui lo omaggia. Temo senza però un progetto deciso in testa, con troppi cedimenti alle mediazioni e al piacionismo. Sicché alla mostra di Venezia ultima scorsa dove First Man ha aperto la competizione, alla fine di questo troppo lungo epic che poi epic non è su Neil Armstrong, il primo uomo che toccò il suolo lunare, tutti abbastanza soddisfatti, ma entusiasmo poco. Non certo quello che aveva accolto sempre al Lido due anni prima La La Land.
Tratto dalla tardiva autobiografia di Armstrong pubblicata nel 2005, il sempre energetico Chazelle segue l’ingegnere-pilota alla Nasa a fine Cinquanta durante gli eperimenti per i programmi spaziali: obiettivo, spezzare l’egemonia sovietica conquistata con i vari Sputnik. I colleghi, i successi e i fallimenti, soprattuto la vita privata, con la storia straziante della figlia più piccola, gravemente malata. Una moglie (Claire Foy, bravissima) che non è solo la consorte passiva del futuro astronauta. Non sto a raccontarvi gli eventi che tanto la conclusione la sapete (è uno dei pochi casi in cui si può rivelare il finale senza che qualche paranoico urli allo spoiler). Diciamo che la marcia di avvicinamento di Armstrong che lo porterà, attraverso il progetto Gemini, alla storica missione Apollo con conquista lunare, segue il classico andamento drammaturgico a rollercoaster, successi alternati a brucianti sconfitte e inciampi e incidenti. Il più grave quando Armstrong, alla Casa Bianca quale testimone della corsa spaziale, dovrà fronteggiare una cattiva notizia che riguarda tre suoi colleghi. Storia prevedibile, già data anzi sdata, e non così interessante oggi che l’epica spaziale sembra un reperto dei lontani anni Sessanta. Ci si chiede come mai Chazelle dopo La La Land si sia buttato proprio su questo film. Che, confesso, quando sono uscite le prime scarne notizie tipo “sta lavorando alla biografia di Armstrong” io ho ingenuamente pensato a Louis, in continuità con la passione jazz di Gosling in La La Land. Invece, l’astronauta. L’intenzione del talentuoso trentenne è evidente, la reductio ad humanum dell’epica del cosmo americana. Le fanfare vengono silenziate, gli orgogli nazionali pure (salvo un qualche squillo nel finale), mentre si privilegia il Neil uomo-come-noi, one of us, Neil l’everyman, uno che solo la sua bravura di ingegnere, un po’ di gloria in guerra e il gioco del caso hanno portato nella storia. La prima parte del film, la più intima, con la moglie e i due figli (e la piccola assai malata), è quella che si piega meglio alle intenzioni di Chazelle, e la più riuscita. Nella sua opera di decostruzione sia dell’epos spaziale che del cinema che lo ha celebrato, Chazelle si concentra sull’interno familiare e sulla psiche non così granitica di Armstrong, ricorrendo a un linguaggio cinematografico giovanottesco anche se non survoltato, camera mobile veloce, montaggio virtuosistico di dettagli apparentemente insignificanti ma che vanno ad aggiungere senso al microcosmo di Armstrong, famiglia e colleghi. E gli esperimenti prima della grande prova presentati, più che come un prodigio della tecnica, un inno al progresso, come macchinerie quasi steampunk di ferraglia, fumi, fiamme, sbuffi, stridori di lamiere. Con la scena della mosca a bordo schiacciata da Armstrong come fosse nella cucina di casa che è quasi un manifesto programmatico e teorico di questo film antiretorico. Poi, man mano che First Man si avvicina alla Luna, prendono peso i codici del genere e anche la retorica inevitabilmente ritorna. Certo , mai allunaggio fu raccontato così in soggettiva, e in alcuni momenti, nei momenti migliori in cui le scene della casa in Texas si alternano con l’infinito del cosmo, sembra di rivedere l’immenso The Tree of Life di Terrence Malick. Però Chazelle, spiace dirlo, non è Malick. Non ne ha il senso del Tutto, del cosmo come grembo di ogni possibile esistere e sviluppo e involuzione. Se First Man imbocca la giusta direzione potrebbe portarsi a casa qualcosa nell’imminente awards’ season, anche se non me lo vede piazzatissimo. Ryan Gosling è il solito Ryan Gosling, di una fissità tra la maschera da samurai e l’inespressività. Claire Foy ha solo un paio di scene importanti, ma le usa benissimo.

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