Recensione: ‘Museo – Folle rapina a Città del Messico’, un film di Alonso Ruizpalacios. Rubare la storia di una nazione

Museo – Folle rapina a Città del Messico, un film di Alonso Ruizpalacios. Con Gael García Bernal, Leonardo Ortizgris, Alfredo Castro, Simon Russell Beale, Bernardo Velasco. Compeittion. Orso d’argento per la migliore sceneggiatura a Alonso Ruizpalacios e Manuel Alcalá. Al cinema da mercoledì 31 ottobre distribuito da I Wonder.
Gran successo alla scorsa Berlinale, dove ha poi vinto il premio per la migliore sceneggiatura. Furto di pezzi maya al museo antropologico di Città del Messico: i guai per i due amici responsabili del colpo cominceranno subito dopo, come vuole il genere. Ma Museo va oltre l’heist movie per diventare un’indagine sull’identità nazionale e l’inconscio di un paese. Voto 7+

Alonso Ruizpalacios (a sx) e Manuel Alcalá con l’Orso d’argento vinto alla Berlinale per la migliore sceneggiatura

Dal Messico – ormai una quasi-potenza nel cinema da festival e da Oscar – è arrivata in concorso alla Berlinale scorsa questa commedia-con-furto assai godibile, un heist movie eterodosso nel suo andare ai confini del genere fino a contaminarlo con il cinema socioantropologico, benissimo girato, incalzante, gonfio di buone idee anche se non proprio di massima simpatia. Colpa di un main character – lo interpreta il divo maximo del LatinoAmerica Gael Garcia Bernal – cui è molto, molto difficile affezionarsi. Comunque Museo è stato assai bene accolto alla Berlinale, procurando l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura a Alonso Ruizpalacios (anche regista) e Manuel Alcalá. Prendendosi amplissime libertà rispetto ai fatti, il film di Ruizpalacios racconta e ricostruisce il clamoroso furto di 400 pezzi di arte Maya e mesoamericana realizzato ai danni del Museo antropologico di Città del Messico la vigilia del Natale 1985. Museo orgogliosamente voluto dallo stato quale simbolo e totem nazionale, a celebrazione della grandezza passata del paese. Le prime scene, grazie anche a documenti visivi d’epoca parecchio interessanti e eloquenti, quello ci mostrano, compreso il trasferimento nel nuovo museo tra ali di folla plaudente di un’enorme testa scultorea maya: a suggerire allo spettatore che quanto sta per vedere non sarà un semplice Topkapi o Come rubare un milione di dollari e vivere felici in versione centroamericana, ma piuttosto, pur nei modi del caper o heist movie, un’indagine sulla precaria identità nazional-nazionalista – quanto c’entra l’eredità precolombiana nel sentirsi messicani? quanto invece la cultura spagnola dei conquistatori che quel mondo maya distrusse e alla quale fa ancora inconscio riferimento la borghesia del paese? – e sugli ambigui simboli che vogliono rappresentarla. Se questa è la compatta tela di fondo sul cui si scrive la narrazione, il regista Alonso Ruizpalacios sta bene attento a non tediarci andando dritto e spiccio ai suoi protagonisti. Il luciferino Juan (Gael Garcia Bernal), laureando di famiglia medio-borghese, convince l’amico di sempre, e suo succube prediletto, Wilson a organizzare con lui il furto. Che riesce, solo che i guai cominceranno subito, a bottino appena incamerato. Cos’ha spinto Juan – lui, colto e iperconsapevole di cosa rappresentino quei pezzi maya – a un tale sacrilegio? La fragilità di questo film complesso nonostante i suoi modi leggeri di commedia sta nel suo protagonista. Uno stronzo, un narciso con cui si fatica a solidarizzare. E cosa mai lo spinge a un colpo che sa benissimo indignerà tutti i messicani? Un esibizionismo testosteronico-giovanile? Un ribellismo anarcoide? L’odio per le istituzioni? L’avidità? Il lato migliore di Museo sta nel renderci evidente l’ambivalenza che lega il Messico moderno al suo passato. Il mondo e il tempo Maya come inconscio di una nazione, rimosso e sepolto e dunque eternamente ritornante a rivendicare la propria centralità. Ma il film vale anche per come ci mostra un pezzo della sua borghesia media e aspirazionale degli anni Ottanta, la vita in una città residenziale non lontana dalla capitale chiamata Satellite voluta dai suoi architetti come un segno e un sogno della modernizzazione del paese. Ed è rivelatore il viaggio ad Acapulco, snodo turistico-internazionale, punto di raccordo e insieme di contaminazione tra il Messico e il resto del mondo, il mondo più cosmopolita, cinico e colto (non manca nemmeno la cartolina del tuffo dall’altissimo della scogliera). Anche se poi Museo troverà il suo scioglimento e il suo senso tra le pieghe nascoste della relazione-plagio tra Juan e l’amico devoto e sempre consenziente Wilson. Alla fine si resta ammirati per come il regista Alonso Ruizpalacios, che proprio alla Berlinale qualche anno fa aveva ottenuto visibilità e premi con il suo b/n Güeros, sappia muoversi lungo i binari del cinema di genere e insieme scavare nei cunicoli dell’inconscio del suo paese. Gael Garcia Bernal al solito autorevole e di massima efficienza interpretativa, benché in un personaggio di almeno 15 anni più giovane. E si rivede sempre volentieri il larrainiano Alfredo Castro, qui impassibile e inflessibile padre borghese dell’odioso discolo Juan.

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