Recensione: ‘Disobedience’, un film di Sebastian Lelio. Non basta Rachel Weisz

Disobedience, un film di Sebastian Lelio. Con Rachel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola, Anton Lessen. Ancora una storia di omosessualità, stavolta tra donne, che (non) osa pronunciare il suo nome in un mondo ostile dominato da una religione patriarcale. Ronit e Esti si amano, ma la comunità ebreo-ortodossa cui appartengono le respinge e le espelle. Disobedience del regista cileno Sebastian Lelio arriva troppo tardi, dopo troppe storie simili, soprattutto non ce la fa mai ad andare oltre il suo schematismo ideologico e politicamente virtuoso. Un film a tesi che sacrifica ogni sfumatura, con scene d’amore irrimediabilmente goffe (please, confrontare con il capolavorissimo La vie d’Adèle per rendersi conto della differenza). Voto 4 e mezzoNemmeno la meravigliosa Rachel Weisz (vedrete di cos’è capace in The Favourite di Yorgos Lanthimos) riesce a salvare dalla piatta bidimensionalità e prevedibilità, dall’assenza di ogni profondità che non sia quella esibita con arie da alta e spocchiosa quanto inesistente autorialità engagée, questo Disobedience. Film per signora in versione lesbo quindi rammodernato all’era e alla cultura dei diritti, dove però ogni carica anarchica, irridente, libertina e beffardamente dissolutrice del desiderio omosessuale si annacqua in gemiti (pochi, e perlopiù fintissimi) e sospiri da melodramma qualunquemente sentimentale. Dove – ma basta! ma non se ne può più! – la passione tra donne, peraltro una più bella dell’altra, più che raccontare se stessa e farsi raccontare diventa veicolo e medium della solita narrazione. Di quella narrazione che ci perseguita da cinquant’anni almeno, dagli albori della cosiddetta rivoluzione sessuale, e ormai ossificata: ovvero, il sesso come strumento di liberazione dal giogo di una società repressiva che avrebbe nella religione il suo primo e poderoso pilastro. Narrazione qui in Disobedience declinata nella sua variante omosessuale, pardon gay, pardon lgbtqi, pardon gender, per cui chissà perché una sanissima scopata tra signore o signori dello stesso sesso debba, anziché limitarsi a essere legittimo godimento e piacere dei sensi e estasi della carne, farsi manifesto politico e messaggio, soprattutto quando dall’altra parte ci starebbe il potere di una qualche fede e di una sua gerarchia impegnata a schiacciare, impedire, combattere, condannare, ostacolare ogni manifestazione dell’eros. Forse mezzo secolo fa non era del tutto inutile ascrivere alla religione, alle religioni, una qualche responsabilità, ma oggi? Oggi in una deregolazione e uno sregolamento totali, in una cultura del primato assoluto anzi dittatoriale dell’Io narciso, nell’era della legittimazione di ogni pulsione e sua immediata trasformazione in diritto, certe lezioncine politicamente corrette dove si agitano le minacce di nemici ormai smorti e indeboliti non possono che suonare vuote, retoriche, inautentiche. Una vacua celebrazione di battaglie già ampiamente vinte per rinuncia o ritirata del rivale o sua palese insussistenza. Invece Disobedience – e già il titolo signora mia è un programma esistenzial-politico – ci racconta per l’ennesima volta la storia di una passione omoerotica, stavolta di due smaglianti signore, conculcata dalle regole ferree della loro comunità haredi, ebreo-ortodossi che rifiutano ogni secolarizzazione e laicità, di Londra. E naturalmente si dovrebbe palpitare e stare dalla loro parte e indignarsi e incazzarsi, e invece vien da dire perfidamente: ma scusate, perché mai volete l’approvazione e la benedizione delle gerarchie religiose, non vi basta volervi il bene che vi volete? E si pensa a quei gay che, nella versione cattolico-romana di simili storie, vorrebbero sposarsi con tanto di sigillo papale.
Ora, il regista cileno Sebastian Lelio – chissà perché imbarcatosi in questa avventura filmica english-speaking in un mondo che palesemente non è il suo ed è da lui lontanissimo – dopo i ritratti femminili ben riusciti dei suoi precedenti Gloria e Una donna fantastica ci riprova con lo stesso schema donne-in-lotta-contro-qualcosa, ma stancamente, senza riuscire a infondere il minimo accento di verità alle sue protagoniste, al suo racconto. Tutto è prevedibile e senz’anima, et pour cause, trattandosi della messa in cinema di un libro fin troppo esemplare e prdicatorio, una storia-teorema dove la tesi è tutto e dove tutto, ogni svolta narrativa, ogni personaggio, è piegato duramente alla  dimostrazione della tesi. Semplificando sviluppi e svolte della storia, piallando via ogni chiaroscuro, sacrificando ogni complessità e contraddizione interna.
Ronit ha lasciato da tempo la comunità haredi londinese per andarsene a New York a inseguire il sogno di diventare fotografa e per scrollarsi di dosso il peso di quella cultura patriarcale. Ce la farà. Ma un messaggio la avverte che il padre rabbino, con cui era in pessimi rapporti, è morto, e torna a casa. Ritrovando i due amici di un tempo, Esti e Dovid, ora moglie e marito, e lui rabbino stimatissimo in procinto di prendere nella comunità il posto dello scomparso. Scopriremo subito che Ronit e Esti erano state amanti, e che Ronit, la più forte della coppia, aveva lasciato la famiglia, e la comunità, sfibrata dall’impossibile lotta per affermare il suo desiderio. Adesso naturalmente la passione con Esti riesplode, e di più non si può dire, anche se non è difficile immaginare le conseguenze. Il film procede stancamente mostrando da subito e fin troppo scopertamente il suo intento di denuncia e di celebrazione dell’amor omosessuale quale titanica rivolta contro i lacci e i soprusi della tradizione. Sebastian Lelio non ha nemmeno l’accortezza di tenersi lontano dalle scene di sesso, terreno sempre scivoloso e minatissimo, e qui purtroppo baci e carezze e gemiti delle pur intrepide Rachel Weisz e Rachel Mc Adams suonano falsi e vuoti, e per percepirne la vacuità e l’esteriorità – mai un attimo in cui crediamo al reciproco desiderarsi delle protagoniste – basti confrontare con quelli del capolavorissimo La vie d’Adèle. E siccome l’eterogenesi dei fini c’è anche nei film meglio intenzionati e probi, nel senso di politicamente virtuosi, ecco che a conti fatti le sequenze davvero toccanti e ipnotiche e ammalianti risultano essere quelle crimonial-rituali in sinagoga. Canti e voci e una solennità che ti fanno percepire il sacro e la maestà dell’oltreumano e che relegano in secondo piano la storia di Ronit e Esti. E a fare la meglio figura in questo film che celebra il primato femminile è paradossalmente il lato terzo del triangolo, il lato maschile, vale a dire Dovid, l’amato cugino di Ronit ora marito di una Esti che visibilmente non lo ama. Un personaggio di tale nobiltà che viene da schierarsi dalla sua parte, anche per merito della bella performance di Alessandro Nivola.

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Una risposta a Recensione: ‘Disobedience’, un film di Sebastian Lelio. Non basta Rachel Weisz

  1. ugo malasoma scrive:

    Capisco che il film non sia piaciuto, capisco che la storia è un po’ risaputa e che anche la location sia fuori dalle corde di Lelio ma imbarcarsi in una filippica sul perché le protagoniste cercano l’approvazione delle gerarchie religiose mi pare del tutto “personale” e per me opinabile.
    Oggi o non oggi vivere in una comunità chiusa come quella religiosa – in particolare ebraica e mussulmana ma fino a poco fa anche in quella tradizionalista cattolica ( provare a vivere in parrocchia da sposato per vedere le dinamiche consequenziali se scoppia uno “scandaletto” di questo tipo….) – è ancora alquanto castrante. Gitai aveva fatto uno stupendo film, non secoli fa, sul ripudio della moglie da parte di un rabbino innamorato pazzo e sterile. Uscire da lì significa rompere i ponti, le consuetudini, rimanere senza una boa si sostentamento morale e non sembra ma non è cosa da poco, e il film è talmente aperto che, non escludo, nonostante la moglie sia incinta riesca a trovare la forza per andare a vivere con Ronit. Recitazione credibile, certo non all’altezza del capolavoro La vita di Adèle, qui siamo su livelli meno interessanti ma il voto, come al solito è opinabilissimo ed esagerato.
    Ma capisco anche quello, del resto a Transit io ho dato 3 come ben sa. Quella era una storia credibile? Con quella voce fuori campo nel 2018 ? Con una recitazione talmente di sottrazione che l’empatia dopo pochi minuti se ne ra andata a quel paese….

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