Film stasera in tv: ‘Janis: Little Girl Blue’ (merc. 7 novembre 2018, tv in chiaro)

Janis: Little Girl Blue, Rai 5, ore 21,15. Mercoledì 7 novembre 2018.
Recensione scritta all’uscita del film.

photo GettyImages (dal Venezia Film Festival)

photo GettyImages (dal Venezia Film Festival)

Janis (Little Girl Blue), un film-documentario di Amy Berg.
433975 BCosì una qualunque ragazza texana diventà Janis Joplin. Una voce che mandava in acido la tradizione blues, una vita troppo veloce tra amori di ogni tipo e sesso e uso massiccio di ogni droga. Fino alla fine, a 27 anni. Un documentario ricco di testimonianze (quella dei due fratelli compresa) e contributi inediti. Voto 6+

photo GettyImages (dal Veenezia Film Festival)

photo GettyImages (dal Veenezia Film Festival)

In una strana coincidenza, non so quanto significativa, arriva nei cinema a poco distanza da Amy un altro docu-bio su un’altra grande tragica del rock, anzi la madre di tutte le successive eroine variamente maledette, Amy Winehouse compresa. Si sta parlando naturalmente di Janis Joplin, chi se no?, morta per overdose di eroina nell’ormai remoto 1970. Una storia la sua che già allora, a ridosso della scomparsa, divenne paradigma e riferimento ineludibile per ogni futura dannazione soprattutto femminile in forma di rock, e itinerario simbolicissimo di un’era, di una generazione, di una rottura epocale, o che tale presumeva di essere. Janis Joplin come santa e martire dei baby boomers, coloro che ancora oggi, assai invecchiati, se la tirano di aver rivoluzionato il mondo occidentale dalle sue fondamenta culturali e, ebbene sì, valoriali (ma non economiche: il capitalismo ha resistito benissimo ai loro sessantotto e proteste di Berkeley e quant’altro rigenerandosi più forte e astuto di prima in turbocapitalismo, capitalismo finanziario ecc. ecc.). Solo che da JJ, dalla sua parabola – ascesa e rapido inabissamento, tutto nel giro di un pugno di anni – è passato quasi mezzo secolo e vien da chiedersi, vedendo questo scrupoloso e ovviamente empatico documentario, se davvero sia stata grandezza lo sua o se la sua figura abbia beneficiato, e più oggi che allora, di una sorta di riflesso, di un meccanismo proiettivo di massa se non addirittura di un’allucinazione collettiva. Certo, a vederla e sentirla cantare (e qui non mancano le performance, da quella fondativa al primo di tutti i rock festival, quello di Monterey, al buco nero di Woodstock dove si esibì quasi senza intendere né volere causa sovradosaggi di eroina assunta nei cessi biologici disseminati nel pianoro), qualche dubbio molesto sovviene. Voce nera in corpo di bianca, in un processo impressionante (per quei tempi, adesso sarebbe ovvietà) di mimesi del fare blues di gente come Nina Simone, e però aggiungendovi un che di strappato, di spezzato e di stracciato, anche di sgangherato, di una scorticata viva che in una sorta di voluttuoso esibizionismo martirologico mostrava tutte le sue piaghe interne attraverso il canto. E attraverso il corpo dimenato dionisicamente sul palcoscenico. Ecco, viene il sospetto, oggi, che come cantante non abbia mai raggiunto i modelli black che teneva a mente e riferimento (troppa selvaggeria, scarso controllo della voce), ma che la vera performance sublime e assoluta sia stata la sua vita, il suo esserci stata allora, in quel momento, in quell’America che dettava gusti e modi a tutta una generazione planetaria. Di suo, di mai sentito prima, c’erano quelle tonalità acide della voce che, piacesse o meno, ne facevano un unicum e non solo un’epigona delle grandi del blues. Da ascoltare, nel film, e nelle registrazioni che di lei restano, per come declinava riducendoli a sé certi classici e standard, è il caso della gershwiniana Summertime. E però, fu davvero somma? O aveva una qualche ragione il critico tradizionalista che la bollò con un feroce “lei non canta le canzoni, le strangola” (lo si potrebbe dire molte altre voci famose)? Questo film diretto da Amy Berg non si pone la questione della statura musicale di Janis Joplin, preferendo la ricostruzione dell’iter per cui una ragazza in apparenza (solo in apparenza) abbastanza qualunque di Port Arthur, Texas, divenne leggenda. Con contributi importanti che aggiungono dettagli poco conosciuti o perlomeno non così divulgati. Come quelli della sorella minore e del fratello che, pur nell’abissale differenza di esperienze rispetto a Janis, la ricordano col massimo rispetto e affetto, fratelli che mantennero sempre i contatti con lei, anche nella fase più distruttiva e autodistruttiva, e che ci ricordano (è una delle parti più interessanti) come anche i genitori – una coppia medioborghese di modi tradizionalisti, ma tutt’altro che narrowminded e sprovveduta – avessero cercato di stare come potevano vicini alla figlia mai ostacolandone le scelte (e dunque cade ogni ipotesi di JJ rovinata da una famiglia repressiva). La ragazza Janis che al liceo vien tagliata fuori perché brutta (il film affronta esplicitamente e coraggiosamente questo tema tabù, qualcosa che persò sulla vita di lei), che pratica un antagonismo e una ribellione assai poco consoni ai modelli di comportamento femminili allora dominanti. Eppure la rock-queen continuerà a scrivere tenere lettere ai genitori in una perfetta calligrafia, eppure confesserà più tardi che in fondo avrebbe tanto voluto che un ragazzo la invitasse al ballo di fine anno, e che il suo sogno era quello dell’amore e del successo e, ebbene sì, del denaro, degli agi, del lusso. Delle belle macchine. Più, naturalmente, secondo la sensibilità diffusa nelle generazione dei baby boomers che sbaraccava ogni struttura autoritaria esterna e interna a sé bollandola come repressione, il sogno di autorealizzarsi e essere libera. La biografia di Janis Joplin è, in forma accelerata e eccessiva, anche quella della sua generazione, non solo americana. Con pure dentro tutta l’ambiguità di chi vuol far saltare il sistema (detto allora establishment), desiderandone però voluttuosamente e neanche tanto nascostamente i simboli e le cose, il successo e la ricchezza. La storia di Janis si brucia in pochi anni. La sua partenza da Port Arthur, l’arrivo a San Francisco, nella California di ogni sperimentazione esistenziale, creativa, musicale con ampio uso di ogni possibile droga, eroina compresa. Le esibizioni nei club e le prime incisioni con una band che più tardi, ormai famosa e riconosciuta cone grande voce, lei lascerà per mettersi in proprio. La partecipazione al Monterey festival e quella mitologica a Woodstock, strafattissima. Gli amori bisessuali. Parlano di lei i musicisti della sua prima formazione e delle altre, un conduttore di talk show che la ebbe ospite più volte (e colpiscono le risposte argomentate e per niente wild di Janis), un ragazzo che l’amò e poi l’abbandonò per andarsene in giro per il mondo, come voleva il canone tardobeatnik del tempo (e che lei prese in giro e rimpianse in un pezzo). Poi l’overdose che mette fine a tutto, lei che spavalda si faceva e strafaceva sicura di non soccombere perché “sono figlia di una stirpe di pionieri e ho i geni di una che niente può distruggere”. Un film che merita. E però meglio evitare l’atteggiamento deferente da devoti del culto, pronti a genuflettersi davanti alla Dea del Rock Maledetto, meglio vedere Janis come un minuzioso spaccato di un tempo storico importante e squinternato, come il referto antropologico di una generazione esagerata che credeva, e purtroppo crede ancora, di rivoltare il mondo.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, documentario, film, film in tv e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi