Dal 12 novembre a Milano i Lux Days: al Beltrade 3 film del premio Lux (ingresso free)

Ormai è una tradizione dell’autunno cinefilo milanese, quella dei Lux Days. Anche quest’anno torna al cinema Beltrade, sempre organizzata da Claudio Casazza, la minirassegna che presenta in tre date differenti film nominati al premio Lux assegnato dal parlamento europeo a opere cinematografiche che indaghino la complessa realtà dell’Europa, del suo presente, del suo futuro. Film cui vengono dati concreti, concretissimi sostegni perché vengano distribuiti nei paesi dell’Ue, a partire dalla sottotitolazione nelle varie lingue nazionali. Precisazione importante: l’ingresso al Beltrade è gratutito, aperto a tutti, naturalmente fino a esaurimento posti. Per informazioni chiamare lo 02 26820592. E prima di ogni proiezione, un aperitivo.

Il programma:
Lunedì 12novembre, ore 21,00:Styxdi Wolfgang Fischer.
Una coproduzione austrotedesca lanciata lo scorso febbraio alla Berlinale, e poi pluripremiata, che si inserisce nell’ormai nutrito genere del cinema sul fenomeno dei migranti e le sue ripercussioni sul continente Europa. Un titolo su tutti: Fuocoammare di Gianfranco Rosi. Styx – che sta simbolicamente per Stige, uno dei fiumi degli inferi nella mitologia greco-romana – racconta di Rike, una donna di Colonia assai determinata e assertiva di professione medico. Appassionata di vela, ha deciso di prendersi una vacanza-avventura a lungo sognata navigando in solitaria fino all’isola di Ascension dispersa nel mezzo dell’Atlantico tra Africa e America. Ma al largo delle coste della Mauritania incrocerà, nel pieno di una furiosa tempesta, una barca carica di migranti in procinto di affondare. E per lei tutto cambierà. Prima dello screening collegamento con la parlamentare europea Elly Schlein. Styx uscirà in sala il 15 novembre distribuito da CineClub Internazionale.

Lunedì 26 novembre, ore 21,00:The Other Side of Everythingdi Mila Turajilić.
Dopo il meraviglioso Cinema Komunisto, ricostruzione del cinema titino e della sua grandeur balcanico-socialista, la belgradese Mila Turajilić torna a indagare il passato jugoslavo nelle sue molte e tormentatissime stagioni, e lo fa attraverso un documentario in cui mescola il privato, la storia di famiglia alla Storia della nazione, anzi di una nazione che si è poi frantumata in plurime nazioni. Nell’appartamento di Belgrado acquistato ai tempi del regno di Jugoslavia dal nonno della regista, e da allora abitato senza interruzioni dai Turajilić, una porta chiusa in salotto ha sempre segnato una frattura, una divisione dello spazio domestico, ma anche un confine, la barriera protettiva dal vortice degli avvenimenti esterni che hanno disegnato e sconvolto più volte la mappa del paese. Quella porta verrà aperta, e intorno alla sua riapertura, e attraverso il dialogo di Mila con la madre, emergeranno decenni di Serbia e di Jugoslavia, o ex Jugoslavia. La monarchia, la guerra, l’invasione tedesca, la resistenza di Tito e dei suoi partizan, la repubblica socialista. E la disintegrazione, l’ascesa dell’übernazionalista Milosevic. E i segni lasciati da tutto questo sull’appartamento e su chi ci ha vissuto e ancora ci vive.

Lunedì 10 dicembre, ore 21,00: Lazzaro felicedi Alice Rohrwacher.
L’occasione di rivedere quello che è probabilmente, nonostante le sue imperfezioni e gli slittamenti e eccessi non sempre ben governati dalla sua autrice, il migliore film italiano dell’anno. Apologo esemplarissimo su una specie di santo laico, un Innocente di nome Lazzaro destinato a diventare agnello sacrificale. Recluso insieme a una piccola comunità di contadini in un fondo semifeudale dell’Appennino e da tutti sfruttato, conculcato, Lazzaro cadrà in un sonno lungo vent’anni da cui miracolosamente si risveglierà in un’Italia completamente diversa, in una periferia postmoderna di intollerabile degrado. E il suo destino si compirà. Alice Rohrwacher conferma la sua vocazione a un cinema bizzarro, per niente omologato, che guarda a grandi maestri italiani come Pasolini e Olmi e si inerpica lungo un sentiero assai personale, ripido e rischioso, verso un neo-neorealismo poetico con un che di lunare, ai limiti del fantastico e del sacro, e con dentro molto del racconto oral-popolare.

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