Film stasera in tv: ‘Le streghe di Salem’ di Rob Zombie – lunedì 12 novembre 2018, tv in chiaro

Le streghe di Salem di Rob Zombie, Rai 4, ore 23,44. Lunedì 12 novembre 2018._Le streghe di Salem (The Lords of Salem), un film di Rob Zombie. Con Sheri Moon Zombie, Bruce Davison, Jeffrey Daniel Phillips, Ken Foree, Patricia Quinn, Dee Wallace-Stone, Maria Conchita Alonso, Barbara Crampton, Judy Geeson._Niente a che vedere con gli horror di bassa macelleria e i vari torture porn. Questo è cinema autoriale, e Rob Zombie un regista di visioni strabilianti e di massima consapevolezza stilistica. Saccheggi (nel senso migliore) da tutta la storia del cinema, ma soprattutto dai film di paura anni Sessanta e Settanta, da Rosemary’s Baby a Suspiria all’Esorcista. Peccato solo che la prima parte sia a carburazione lentissima e ci sia qualche scemenza satanista di troppo. Voto: 7 e mezzo

Rob Zombie

Rob Zombie

Confesso: ce n’è voluto di tempo, e ce ne sono volute di buone letture (Andrea Bruni innanzitutto, e poi Nocturno), perché mi convincessi che un signore che si fa insopportabilmente chiamare Rob Zombie e viene dal rock dark-gothic tendenza satanista fosse un regista degno di essere visto. Poi, mi sono guardato il suo La casa del diavolo, e son rimasto basito, folgorato, dalla carica visionaria e soprattutto dall’alta consapevolezza stlistica. Altro che anarchica selvaggeria: invece, una messinscena di sofisticata barbarie, una cerimonia del massacro orchestrata con tempi perfetti e guidata da un occhio impacabile e infallibile. Sicchè ogni mia diffidenza è venuta meno. Rob Zombie, nonostante quel nome tremendo, è un autore, non ce n’è. Nel senso che sa conferire a ciò che fa (al cinema: sulla musica non mi pronuncio) un’impronta personale, forte, distinguibile, nel senso che ha il coraggio di sottrarsi alla tentazione dei percorsi più facili e ovvii. Sì, certo, per arrivare al cuore nobile del suo cinema bisogna farsi largo tra trucidumi vari (neanche tanti poi), un bric-à-brac sanguinolento e depistaggi verso il grand guignol, ma se si ha pazienza si vien ripagati, eccome. Questo Le streghe di Salem conferma in pieno lo status autoriale del nostro, e chi ha qualche dubbio lo vada a vedere e poi faccia il confronto con robacce tipo Hansel e Gretel – tanto per citare un’altra storia di streghe di qualche anno fa – o horror di bassa e seriale macelleria come Non aprite quella porta 3D: la differenza balzerà agli occhi. Così vero che in America The Lords of Salem – I signori di Salem (tale il titolo originale) – non è stato distribuito a tappeto in migliaia di cinema come si fa con le produzioni popolari, ma, considerato a ogni effetto quale prodotto art house, soltanto in qualche decina di sale, e finora gli incassi non sono stati per niente strabilianti, anzi: poco più di un milione di dollari, cifra risibile a confronto con i 55 rastrellati da Hansel e Gretel o gli 80 di Mama. Ecco, un prodotto di nicchia, a dimostrazione che ci troviamo su un altro pianeta rispetto agli horror più corrivi, e la visione del film lo conferma in pieno. Non è mica roba per grugnanti divoratori di mais gonfiato (i quali, se ci vanno, rischiano di rimanere delusi). Le streghe di Salem procede con andamento lento, lentissimo per almeno 50 minuti, si vede qualche sabba orrorifico, certo, ma di morti manco l’ombra per oltre un’ora, nessuna motosega in azione, nessun mattatoio con cadaveri appesi ai ganci. Nessuna cascata di sangue a innaffiare le cofane di popcorn in platea. L’orrore arriverà, come no, ma il regista ci prepara alla sua deflagrazione attraverso l’accumulo di minuziosi dettagli, accompagnandoci per mano, in certi momenti persino soavemente (solo in certi momenti però), verso l’abisso. Nella prima parte Le streghe di Salem è, abbastanza sorprendentemente devo dire, un film che in altri tempi si sarebbe detto d’atmosfera, strani rumori nel buio, misteriose porte che si aprono, nenie sinistre e voci dall’al di là. Corridoi labirintici, giochi di specchi, rifrazioni, e inabissamente nel fondo della coscienza, visioni che forse sono parto della mente forse no. Luci violente e ultrapop ma anche parecchio buio, parecchia ombra e penombra. Ambiguità. Rob Zombie ci lancia molti segnali per dirci che lui con la macelleria horror attuale ha poco a che spartire, e invece molto con i classici di paura degli anni Sessanta-Settanta. L’amore per il cinema gronda da ogni sequenza e da ogni immagine (pareti ricoperte da gigantografie del Viaggio sulla luna di Méliès, per dire, e schermi tv che rilanciano uomini incappucciati e altre cose spaventevoli tratti da B-movies in bianco e nero anni ’40-50 che ahimè non sono riuscito a identificare), e nel plot e nella costruzione delle scene emergono citazioni infinite: i riti tenebrosi e satanici di Suspiria, l’innocente gravida del signore del male come in Rosemary’s baby, le streghe della porta accanto come – ancora – in Polanski. Poi L’esorcista, Il presagio, fors’anche il Ken Russell delle monache invasate dei Diavoli, di sicuro il doppio Kubrick di Shining e di quello tardo e terminale di Eyes Wide Shut (la congrega di corpi nudi incappucciati e mascherati). Accumulo vertiginoso, anche, di citazioni figurative, dai famminghi fino ai manga e alle graphic novel dark a Francis Bacon e Lucian Freud. A cosa, se non alle loro opere, rimandano certe carni livide e in sovrappeso e in dissoluzione e disfacimento cellulitico, a contrastare e a far da contraltare all’impero attuale dei corpi glamourizzati, anodinizzati, congelati nell’innaturale pefezione dei regimi alimentari e del botox (e anche del photoshop). Le streghe di Salem è una lugubre, lunga partitura per immagini, e anche suoni, in cui si connettono momenti classicamente narrativi a potenti visioni e scandagli sull’oltremondo e nell’inferno dell’umano e dell’inconscio (individuale, collettivo). La storia cavalca da una parte i tradizionali racconti di e sulle streghe, dall’altra le voghe sataniste che han percorso negli ultimi decenni certe subculture (musicali, e purtroppo anche criminali), ed è questo l’aspetto più fastidioso, anche perché a momenti viene il sospetto che Rob Zombie prenda sul serio quella indigeribile paccottiglia demoniaca, e ci creda davvero. Siamo a Salem, Massachusetts, la città del New England che alla fine del Seicento fu sede di un celebre caso (e poi processo) di stregoneria, terminato con la condanna al rogo di decine di donne. Il film prende per vere quelle accuse, il che è una cazzata, diciamolo, ma siamo nel cinema fantastico no?, e bisogna pur abbozzare senza indignarsi troppo. Una deejay di una locale stazione radio – la interpreta la moglie del regista Sheri Moon Zombie – riceve da un anonimo ammiratore uno strano vinile in un packaging ancora più strano, in legno con graffito un sinistro simbolo. Qando lo mette sul piatto e sente quei suoni lugubri, con un che di ansimante, incomincia ad avere strane visione di un sabba stregonesco, come posseduta, e naturalmente ci mettiamo poco a capire che quelle del sabba sono le streghe bruciate secoli primi lì nella tranquilla Salem. Quella musica è dunque il tramite tra il passato e il presente, il medium che le streghe usano per ristabilire i contatti, per ritornare e realizzare la loro vendetta e la loro rivincita. Ci sono donne chiamate a riformare la congrega demoniaca, c’è un’eletta il cui grembo verrà usato per far nascere il signore delle tenebre. Non tutto è chiarissimo, come sempre negli horror, la logica (narrativa) ogni tanto va in cortocircuito, ma non sofistichiamo troppo. Quel che possiamo dire è che la deejay si ritrova al centro di tutte le trame demoniache, mentre qualche brav’uomo (il fidanzato, e il direttore del locale museo delle cere che studia da tempo la storia delle streghe di Salem ed è il primo a intuire quanto sta accadendo) cercherà di sottrarla agli artigli del male. La luce contro la tenebra, in una lotta eterna e archetipica, e non si sa mai da che parte Rob Zombie stia davvero. Però si passa da un’immagine strepitosa all’altra, ed è quello che importa veramente. Quei corridoi maledetti, quelle luci oscillanti e sinistre, e fotografie che piangono sangue e se ne riempiono come madonne addolorate della pietà popolare. Croci luminescenti e quasi lisergiche in quantità (ma blasfemie quasi zero, bisogna dire). Incubi e deliri rimodellati sul Bosch più inquietante e deformante. Un teatro che diventa il luogo dell’evento finale e decisivo, mirabilmente illuminato e ripreso con un senso di sospensione del reale, di magia, che ricorda Fellini e il Lynch di Mulholland Drive, una sequenza di bellezza abbacinante che non lascia più dubbi sulla statura di Rob Zombie. L’orrore arriva, come no, ma non scambiamo questo film per un torture porn, gli si farebbe un gran torto. Ambientato in un tempo indecifrabile, sospeso tra anni Settanta (cui rimandano abbigliamento e gran parte dei riferimenti scenografici) e un presente vago. Musica pure quella di massimo eclettismo (da sottolineare, mi suggerisce il mio amico Marco, i pezzi di Nico e Lou Reed). Capolavoro? Mah, non saprei. La prima parte è davvero troppo lenta e minuziosa, il distacco dal cinema di genere e la sua sublimazione non sono così decisi e netti. Con quindici minuti in meno e un filo meno di corrività sì, lo si sarebbe potuto dire capolavoro.

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