Recensione: ‘Tutti lo sanno’, un film di Asghar Farhadi. Lontano da Teheran delude il regista di ‘Una separazione’

Tutti lo sanno (Todos Lo Saben – Everybody Knows), un film scritto e diretto da Asghar Farhadi. Con Penelope Cruz, Javier Bardem, Ricardo Darin, Barbara Lennie, Carla Campra, Elvira Minguez.
Finora l’iraniano Asghar Farhadi (Una separazione, Il cliente) non aveva sbagliato un film. Sbaglia adesso con questo Tutti lo sanno girato in Spagna con la coppia regina Penelope Cruz-Javier Bardem. Solito suo intrigo di famiglia, con rivelazioni di peccati e abiezioni tenuti accuratamente nascosti per anni. E stavolta a innescare la macchina narrativa farhadiana è un rapimento. Ma la Spagna messa in scena è gonfia di cliché, i tempi dilatatissimi (per più di mezz’ora non succede niente), gli accenti incongruamente melodrammatici. E neanche Cruz e Bardem sono al meglio. Voto 4 e mezzo
Tutti eravamo sicuri lo scorso maggio a Cannes, prima di vedere Tutti lo sanno in apertura di festival (e di concorso), che sarebbe stato buono, anzi ottimo cinema. Rocciosa convinzione basata sui precedenti storici del suo autore, l’iraniano Asghar Farhadi – basta Una separazione come titolo di garanzia? -, che non aveva mai nel corso della sua carriera sbagliato un film (ne ho visti almeno sette, compresi alcuni girati prima del trionfo di Una Separazione). Anche quando si era trasferito a Parigi per Le Passé aveva mantenuto alta la media, fors’anche perché aiutato dal fatto che il protagonista fosse un iraniano tornato in Francia per divorziare. Sicché quando si è venuti a sapere che Farhadi sarebbe andato in Spagna a lavorare con la coppia regina del cinema che parla castigliano Penelope Cruz-Javier Bardem non ci si è allarmati dell’apparente bizzarria, confidando nella sua inossidabile professionalità. E nella capacità, già dimostrato in Il passato, di restare se stesso in terra straniera. Invece questo Lo sanno tutti è risultato mediocrissimo, al limite del fallimento netto. A mia memoria il primo vero film brutto e sbagliato di quella macchina da premi e da festival che è sempre stato il signor Farhadi.La storia resta inconfondibilmente una delle sue, anche se qui più meccanica e prevedibile. Intrighi familiari che si aprono a cannocchiale, a matrioska, rivelando a ogni passaggio nuove oscurità, nuovi segreti, nuove piccole o grandi abiezioni sotto il bon ton medioborghese. Plot costruiti con una sapienza artigiana con pochi eguali al mondo, congegni narrativi perfetti che, una volta agganciato lo spettatore, lo tengono prigioniero fino all’ultima inquadratura. Anche quando non ha convinto del tutto e le sue complesse costruzione si sono rivelate fin troppo lambiccate, come nel penultimo e sopravvalutato Il cliente bi-premiato a Cannes 2016, Farhadi non ha mai fallito. Doveva finire in Spagna per mettere al mondo il suo film peggiore. Intendiamoci, il plot non è da buttare, benché meno stratificato e sottile del solito, a stridere sono i toni melodrammatici al limite della novela, e il contesto spagnolo che suona falsissimo, di maniera, gonfio di cliché, in tutta evidenza estraneo al mondo dell’autore. Credevo che lontano dalla sua Teheran soffocata dallo smog e da infinite dispute private, e lontano dal Mar Caspio plumbeo di About Elly, Farhadi ce la facesse a replicare se stesso e a sopravvivere come autore, e invece no. Tutti lo sanno dimostra che portato via dal proprio habitat naturale il suo cinema si appassisce e muore di asfissia. Ho letto da qualche parte che Farhadi ha diretto senza conoscere una parola di spagnolo, e difatti si vede, si sente. Benché i dialoghi siano suoi, appaiono ora sguaiati, ora troppo espliciti, troppo sentimentali, meno sobri, meno allusivi, meno corrosivi. Una partitura di suoni e voci mal governata (verificate in V.O., se potete): l’impressione è che se ne siano impossessati gli attori esautorando il regista, e si rimpiangono quelle in farsi, anche se non ci si capiva niente, dei suoi film iraniani. E poi, che tempi dilatati. Con una prima parte di presentazione di tanti, troppi personaggi con tanto di matrimonio che si porta via almeno quaranta minuti. Minuti in cui non succede niente e con cadute di gusto e goffaggini imperdonabili in un autore scafato, come l’amoreggiare dei due adolescenti sulla torre campanaria. Oltretutto in una Spagna interna e rurale di gente molto allegra che molto beve e molto canta e balla – mancano solo le nacchere ma il resto dello spagnolismo di maniera c’è tutto – come la può immaginare un qualunque turista venuto dall’America o dal Nord Europa. O dall’Iran.
Laura (una Penelope Cruz al suo peggio) torna dall’Argentina nel natio paesello con la figlia sedicenne e il figlio bambino. La ragione: si sposa la sorella, e dunque via con la reunion del clan familiare. Solo Alejandro, il marito, è rimasto in Argentina. Per Laura è re-immersione nei sapori-odori-afrori di infanzia e giovinezza, mentre ritrova inevitabilmente anche Paco, l’amor de su vida, chissà perché lasciato per l’argentino Alejandro. Anche Paco nel frattempo si è sposato con la bella e dura Bea, e ha fatto un po’ di soldi con una finca messa a vitigno (della finca si parla moltissimo nel film, quasi un’ossessione). Fino a che succede, alla Farhadi, l’imprevisto che fa crollare l’equilibrio e innesca la solita sua reazione a catena di scoperchiamenti e disvelamenti di colpe singole e collettive, di peccati di ignavia e di omissione. E l’imprevisto è il rapimento di Irene, la figlia sedicenne di Laura per mano di un misterioso manipolo di malnati da cui arriva la richiesta di 300mila euro di riscatto. E la macchina narrativa farhadiana parte, anche se stavolta girando troppo spesso a vuoto e inoltrandosi in territori che non sono propriamente i suoi. Con un’agnizione che neanche in Carolina Invernizio, e il povero Bardem costretto alla scena più penosa della sua vita, e una Penelope Cruz mater dolorosa struccata e con lo occhiaie in modalità datemi-l’Oscar. Finale che è perfino al di sotto di quanto si poteva spremere dalla storia messa in moto (dico solo per non spoilerare: poteva essere vendetta di famiglia). Del cast si salva Ricardo Darin, tra i migliori attori di lingua spagnola su piazza, che riesce a conferire accenti di ambiguità e poi dignità alla figura del marito Alejandro. Il resto è da dimenticare in fretta, sperando di ritrovare al più presto Farhadi sotto i cieli plumbei e intossicati di smog di Teheran.

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