Film stasera in tv: ‘Jane Eyre’ di Cary Fukunaga (merc. 14 novembre 2018, tv in chiaro)

Jane Eyre di Cary Fukunaga, Rai Movie, ore 23,20. Mercoledì 14 novembre 2018.Sì, Cary Fukunaga, il regista della prima celebrata stagione di True Detective, ma anche dell’ignobile Beasts of No Nation da poco visto a Venezia. Che incredibilmente ha giurato qualche anno fa l’ennesima cineversione di un classico della letteratura romantica come Jane Eyre.  Con la coppia d’oro Mia WasikowskaMichael Fassbender. Voto 6
Jane EyreJane Eyre, di Cary Joji Fukunaga. Sceneggiatura di Moira Buffini. Interpreti: Mia Wasikowska, Michael Fassbender, Jamie Bell, Imogen Poots, Judi Dench, Sally Hawkins, Valentina Cervi.Jane EyreRecensione scrittaall’uscita del film.
Moderno eppure classico. Ossimoro molto usato nelle didascalie dei giornali di moda quando non si sa che pesci pigliare dovendo definire in poche parole uno di quei capi evergreen (altra parola molto spesa nelle suddette dida) però continuamente ripresi e rifatti nelle nuove collezioni, chessò, il tubino nero, il tailleur, la gonna scozzese et similia. Ecco, l’ossimoro si attaglia alla perfezione anche a questa ultima, ennesima versione per immagini del romanzone ultraromantico ottocentesco di Charlotte Brontë. Ricordo da infante uno sceneggiato Rai del leggendario – mica si esagera, gli si rende solo il dovuto – Anton Giulio Majano con una tremula Ilaria Occhini as Jane Eyre che molto mi commosse, mentre Rochester l’ho piallato via dalla mente (adesso vedo su una scheda online che si trattava di Raf  Vallone). Mai visti invece né il classicone con Laurence Olivier e Joan Fontaine, adorabile attrice adattissima alla parte, e nemmeno la versione di Zeffirelli del 1996 con nientemeno che Charlotte Gainsbourg nel title-role (ma adesso, dall’alto dei suoi Lars Von Trier e Chéreau, si vergognerà di quel lontano cedimento allo zeffirellismo?) e il sempre ottimo William Hurt, attore capace di molte sottigliezze.
Il Jane Eyre nuovo, firmato dall’americano di radici nipponiche Cary Fukunaga, arriva in un anno cinematograficamente mirabile per le sorelle Brontë. Oltre a questo JE tratto dal capolavoro di Charlotte Brontë, è uscito anche, presentato in prima mondiale a Venezia, il film che Andrea Arnold ha tratto da Cime tempestose dell’altra grande scrittrice di casa, Emily (sì, ci sarebbe anche una terza sorella romanziera, Anne, ma non ha mai raggiunto lo stesso status di celebrità delle altre due). Il film della Arnold è davvero una riscrittura radicale di Wuthering Heights, un’operazione che rivolta il libro (e anche i precedenti film che ne sono stati tratti) brutalizzandolo fino alla violenza, deromanticizzandolo, riducendolo a racconto naturalistico di corpi e voglie animalesche in una brughiera lurida e fangosa. Discutibile, però molto, molto interessante, davvero un attacco armato sferrato al Cime tempestose codificato (a me è molto piaciuto, come ho scritto da Venezia).

Il regista Cary Fukunaga

Avendo visto prima quello, adesso questa rispettabile e degnissima versione di Jane Eyre di Cary Fukunagam, pur con una regia contemporanea e furba, e una sceneggiatura acida al punto giusto, mi appare tutto sommato nel solco della tradizione (e, per dirla tutto, anche un filino sciapa). Un classico moderno appunto, come il tubino nero e il tailleur di Chanel. O se volete, un moderno classico, che è più o meno (più o meno) la stessa cosa. La triste storia dell’orfanella mandata in una scuola-lager dalla perfida zia (una Sally Hawkins cattivissima strega, lontana anni luce dal personaggio buonista che l’ha resa celebre in Happy-go-lucky di Mike Leigh), sopravvissuta a ogni angheria e anzi fortificata da quelle prove, finita in una castellotto abbastanza sinistro nella brughiera (le sorelle Brontë amavano-odiavano la brughiera) a far da governante a una stupidina francese, colpisce ancora, niente da dire. Si segue partecipi la vicenda della povera Jane, le sofferenze, le passioni, i misteri, le disgrazie, le discese e le risalite della nostra eroina, vergognandosi magari per certi cedimenti alla commozione da sciampiste (ma, come dice la mia amica E., siamo tutti un po’ sciampiste). Che gran storia poi è quella di lei col burbero Rochester, l’affascinante ma anche sinistro e molto misterioso padrone del castello, uno che fa cadere innamorata Jane fin dal primo incontro – nella natura selvaggia di un bosco – e nonostante le sue ambiguità, i suoi scoppi d’ira, il contraddittorio agire la tiene avvinta a sè fino alla fine. La poverina, proprio al momento della massima felicità, mentre lo sta impalmando nella chiesetta del borgo, viene a scoprire l’orribile segreto da lui celato da anni. Seguono separazione e crisi, e un finale che è un vertice assoluto della letteratura romantica, di un languore e una passionalità assolutamente malati e folli. Una storia estrema, a vederla con gli occhi d’oggi. Su questo estremismo punta il regista, inoculando massicce dosi di cinema gothic e dark, moltiplicando sinistre atmosfere e nebbie, calcando molto sui sadismi e le perversioni del collegio femminile-lager, e suggerendo perfino una qualche inclinazione lesbo nell’amicizia tra l’adolescente Jane e la sfortunata ragazza che morirà di tifo. L’eterno tailleur insomma, il solito tubino, però signora mia rivisitati dalla mano del ragazzo un po’ selvaggio e molto talentuoso appena uscito da certe scuole di moda come quella di Anversa o il St. Martin’s di Londra. L’importante è non rovinare e strafare con gli eccessi, e difatti il Fukunaga ci sta bene attento a non varcare certe soglie, e la sceneggiatrice Moira Buffini (quella del molto divertente e molto acuminato Tamara Drewe di Stephen Frears) pure. I dialoghi, soprattutto tra Jane e Rochester, scintillano a tratti come quelli di un cinico boy-meets-girl attuale, e non so quanto sia merito di Charlotte Brontë e della Buffini (dovrei rileggere il romanzo per verificare).

Judi Dench e Mia Wasikowska

Naturalmente la confezione è impeccabile, ci mancherebbe altro. Costumi e scenografie non hanno un dettaglio fuori posto, le crinoline ci sono tutte e le tappezzerie e le chicchere Old England pure, la recitazione è a livello british in ogni scomparto, dunque eccellente, con menzione speciale a Judi Dench quale gerente del castello fedelissima al padrone Rochester fino all’annullamento di sè. Ma Judi Dench la si conosce, mica è una sorpresa. Il punto di forza del film, e la rivelazione vera, è la coppia protagonista, Mia Wasikowska e Michael Fassbender. Lei è così brava da essere imbarazzante, come sono imbarazzanti certi virtuosi, certi acrobati, una che sa alternare in una frazione di secondo la ritrosia, la durezza, la passione, la grinta. Una Jane Eyre, la sua, vittima del destino avverso ma con gli artigli, timida ma sempre padrona di sè e mai asservita. Proprio vero, come qualcuno ha scritto, che la ragazza ricorda la Meryl Streep giovane, stessa mostruosa perfezione tecnica, stessa diabolica abilità mimetica. “Ha un perfetto accento del Nord inglese”, hanno scritto ammirati i critici britannici, ricordando che lei viene dall’Australia e quell’accento così credibile se l’è costruito con il duro lavoro (e fanno il paragone con Anne Hathaway che invece in Becoming Jane, il biopic su Jane Austen, non riuscì a cancellare la sua impronta americana). Di Meryl Streep la promettente Wasikowska (22 anni: era l’Alice di Tim Burton, era la figlia della coppia lesbica di I ragazzi stanno bene, dove riusciva a tener testa alle scafatissime Annette Bening e Julianne Moore) ha anche una certa arietta arrogante, di eccessiva sicurezza di sè. Ma ai bravi molto si perdona, se non tutto. Resta Michael Fassbender. Questo 2011 è il suo annus mirabilis. Qui come Rochester sprizza energia e sesso, e quando è in scena si divora il film e non ce n’è per nessuno, neppure per Mia Wasikowska. È bravo, ma soprattutto ha l’animalità delle vere star. Annus mirabilis per lui, si diceva, visto che dopo Jane Eyre il nostro ha azzeccato A Dangerous Method di Cronenberg e il formidabile Shame di Steve McQueen grazie al quale ha vinto a Venezia la Coppa Volpi come migliore attore. Signori, Fassbender è bravo, è grande, è arrivato in alto e ci resterà.
Anche se pochi l’hanno ricordato (tra questi il sito del New York Times), in Jane Eyre c’è anche Valentina Cervi quale moglie pazza segregata in soffitta.

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