Film stasera in tv: ‘Jersey Boys’ di Clint Eastwood (giov. 15 novembre 2018, tv in chiaro)

Jersey Boys di Clint Eastwood, Iris, ore 21,00. Giovedì 15 novembre 2018.
119166_galJersey Boys, un film di Clint Eastwood. Con John Lloyd Young, Michael Lomenda, Vincent Piazza, Erich Bergen, Christopher Walken.
119155_galPrimo musical per l’84enne Clint Eastwood, che ci racconta la vera storia della popstar americana Frankie Valli e del suo gruppo, i 4 Seasons. Gli inizi nella Little Italy del New Jersey, la fatica di arrivare, i successi, la crisi interna ecc. Una storia vera, però troppe volte vista, e non così interessante. Certo, ci sono le canzoni, ma non bastano. Clint gira benissimo, con quel suo piglio asciutto, con la sua onestà di sempre, ma non ce la fa a riscattare un plot piuttosto inerte. Voto 6
119164_galMa cos’avrà spinto Clint Eastwood a girare a 84 anni il suo primo musical? (non però il primo film musicale, vedi Bird). Oltretutto non mettendoci solo la faccia ma anche, se ho capito bene, un po’ di capitali, visto che figura tra i produttore con la sua Malpaso. Lo deve proprio aver convinto questo Jersey Boys, ottima tenitura a Broadway per anni e qualche Emmy guadagnato, tanto che Clint si è preso anche buona parte del cast teatrale, gente brava ma non certo di quelle che trascinano le folle cinepopcorniane al box office (il protagonista John Lloyd Youg, un incrocio tra il giovane Al Pacino e Alvaro Vitali, canta straordinariamente bene, ma non è proprio di quelli che arrivano a mente e viscere del pubblico). Eppure, a vederlo, il film non è granché né come musical, né per le musiche, né come plot, e nel genere si è visto molto di meglio. Un film onesto però, con quell’asciuttezza e rigore, e massima economia narrativa (non una parola di troppo, né un gesto, uno sguardo, mai un effettaccio, mai un eccesso sentimentale), che è il marchio dell’hombre vertical Clint Eastwood, rimasto tra i pochi nel cinema di oggi – tra tanti re e principini dello smanceroso e del futile – a tener dritta la barra sull’essenziale. Il meglio di Jersey Boys è, come si poteva ampiamente prevedere, Clint, il quale non cade nelle trappole della nostalgia e della glamourizzazione del passato (tutto si svolge tra anni Cinquanta e primi Settanta, ma se vi aspettate i soliti défilé di vestiti e stracci d’epoca, e trucchi e parrucchi voguizzanti, resterete delusi; vestiti e ciaffi ci sono, come no, ma ripresi dalla mdp senza il minimo compiacimento e feticismo, il signor Eastwood non è mica tipo da bordo-passerella o da nomination per i migliori costumi). Il problema è che la storia è quella che è, scarsamente interessante ecco, e la musica pure. Almeno per me, che non amo il sincopato falsettato di Frankie Valli, cantante che tenne banco nelle charts tra Fifties e early Seventies, frontman di un gruppo chiamato Four Seasons, un falsettato che pure ha fatto di lui un idolo immarcesibile della scena pop Usa. Italoamericano (del New Jersey), Frankie Castellucci – Valli lo adotterà più tardi perché più corto e semplice per il cartellone – ai suoi esordi è stato inevitabilmente accostato a Frank Sinatra, con cui mi pare però che non abbia molto da spartire (musici esperti dite la vostra, io dico la mia da semplice orecchiante e utilizzatore finale). Jersey Boys segue, immagino fedelmente visto l’imprimatur ottenuto per il film da Valli e dagli altri, la storia dei Four Seasons (‘però ci aveva già pensato Vivaldi’, commenta giustamente uno quando si decide il nome del gruppo). Inizi nella solita Little Italy, come in un film di Scorsese o Coppola-padrinesco, anche se non siamo a Broccolino ma dalle parti di Newark, in quel New Jersey considerato terra da duri e di picciotti che all’onore, ogni tipo d’onore, ci tengono (‘Se non sei del New Jersey non puoi capire’, dice Frankie, a proposito di fedeltà alle radici, al clan, alla famiglia, agli amici ecc.). Gli amici di Frankie, benedetto da Dio con quella voce che spacca, van dentro e fuori di galera. Compreso Tommy, anzi soprattutto Tommy, femminiere e giocatore sempre indebitato, che con Valli suona da ragazzino e lo convince a fare il salto verso il professionismo e a mettere su il gruppo. Si aggiungerà più tardi un ragazzo di buona famiglia, Bob Gaudio, che poco ha a che vedere con quei goodfellas, ma che compone benissimo, e che diventerà l’autore dei pezzi che porterano in alto e faranno ricchi i Four Seasons. La storia sembra di averla già vista mille volte. La Little Italy sospesa tra Chiesa, famiglia e crimine. Il matrimonio precoce di Frankie, la sua vita regolata contrapposta alla deboscia di Tommy. Poi gli screzi, la scoperta di parecchie grane interne al gruppo, la dissoluzione, la carriera solista. E intanto in famiglia succedono brutte cose, perché signora mia il successo ha, deve avere, il suo prezzo. Quel che non viene mai a mancare, dall’inizio alla fine, è il legame con la mafia, come in ogni Little Italy-movie che si rispetti, con il boss (è Christopher Walken, l’unico famoso del cast) che è anche il garante e sorvegliante degli equilibri sociali e familiari dei ‘ragazzi’. Non si ricorda, in questo film girato correttamente, una scena memorabile. Come ennesimo ‘goodfellas’ con tentativo di redenzione sociale attraverso la pop music tutto è massimamente prevedibile, e, con tutto il rispetto per Frankie Valli e la sua storia, quel che ci viene raccontato non è così interessante, e si ha anche l’impressione che Eastwood debba marciare con il freno a mano tirato per non urtare troppo i veri protagonisti. Ma allora perché farne un film? Che poi, come musical, non riesce a decollare essendo assente quella follia, quel sano delirio degli esemplari più scatenati del genere. Qui nessuno si mette a cantare e ballare in mezzo alla strada, con quell’incongruenza che rende certi musical degli universi parallei, e adorabili, regolati da un assurdo a modo suo razionale. In Jersey Boys si canta e si suona solo quando si deve cantare e suonare. Il che aggiunge in realismo, ma sottrae in incantamento. Dettaglio curioso: Frankie Valli compare in carne e ossa (è un impresario musicale) in Mai così vicini, la rom-com tardiva con Michael Douglas e Diane Keaton.

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