Recensione: ‘Halloween’, un film di David Gordon Green. Un buon sequel senza isterie citazioniste e filologiche

Halloween, un film di David Gordon Green. Con Jamie Lee Curtis, Judy Greer, Andi Matichak, Viginia Gardner, Will Patton.
Funziona bene come macchina di spettacolo e di paura questo Halloween 40 anni dopo. Con una Jamie Lee Curtis matriarca di un clan tutto femminile che aspetta armata il ritorno del mostro. E sarà scontro finale. Il bello di questa operazione firmata David Gordon Green, ottimo regista finora lontano dai film di paura, è la messinscena consapevole che omaggia sì l’originale carpenteriano, ma astenendosi da ogni furore, ogni isteria citazionista e filologica. E francamente non si capiscono i molti indignados che hanno gridato alla profanazione del primo Halloween. Incassi stellari negli Usa, buoni in Italia. Voto 7
Non è il casi di scandalizzarsi, di urlare alla profanazione del tabernacolo in cui sta da quarant’anni racchiuso il venerato Halloween primigenio, come invece s’è fatto da più parte di fronte a questo Halloween-il-sequel-ufficiale, soprattutto sul versante della critica giovinastra sempre pronta a indignarsi e combattere guerre di religione. Giova ricordare, giusto per sedare certi fanatismi e fondamentalismi, che quella che è oggi considerata Opera Assoluta e Intoccabile fu realizzata da John Carpenter quasi preterintenzionalmente, per caso. Perché, come lui ha dichiarato, lo script non gli sembrò gran cosa e se accettò di girare fu per prosaiche ragioni alimentari. Ero giovane, senza soldi, avevo bisogno di lavorare, dovevo farmi conoscere, non potevo dire di no, ecc. Che lezione di umiltà e leggerezza per tutti gli autori tormentatissimi d’oggigiorno che, secondo l’eterno cliché romantico dell’artista, la mettono giù durissima e si accingono alla creazione come a volere rifare il mondo e il cinema. Naturalmente soffrendo e soffrendo ancora, perché senza dolore non ci può essere capolavoro. Probabile che gli adoratori di oggi dell’Halloween di llora, i custodi dell’ortodossia che gridano alla bestemmia di fronte a questo dignitosissimo sequel, quarant’anni fa avrebbero liquidato come corrivo, spurio, cinema basso e triviale il film fondativo del mito-incubo di Michael Myers assassino seriale e senza causa. E invece è lo stesso Carpenter a dare il suo imprimatur, anche firmando la colonna sonora di questo film messo in cantiere dal solito scaltro e dotatissimo Jason Blum, ormai una superpotenza con la sua Blumhouse che, partendo da B- e Z-movies, ha scalato il ranking del cinema extra-studios e con BlackKklansman di Spike Lee e Get Out ha convinto anche la critica più intransigente.
Se lo si guarda con sguardo laico, alieno da idolatrie, questo Halloween è cosa buonissima, sceneggiatura abile nel riprendere lo stampo originale senza però estenuazioni ipercitazioniste e nell’adattarlo ai nuovi tempi del metooismo e dello strisciante suprematismo femminile, sicché la ragazza braccata di allora diventa adesso l’eroina, nonna-matriarca di un clan tutto femminile con figlia e nipote costrette a confrontarsi con il mostro tornato in attività. (Ormai sono sempre di più i film mainstream che dovrebbero badare solo allo spettacolo e presentarsi allo spettatore come puro intrattenimento, e che invece si fan portavoce di istanze-dalla-parte-delle-donne. È il caso, tanto per stare solo tra le uscite nuove o recenti, del non convincente benché molto interessante Widows di Steve McQueen.) Insomma, operazione astuta e calibrata e aggiornata alla nuova sensibilità questo Halloween. Che diversamente dall’altro remake horror illustre di questa stagione, il Suspiria di Guadagnino (uscito in America un paio di settimane fa con incassi disastrosi), riesce a inocularci il virus del terrore e farci rabbrividire, che è poi la missione di ogni horror. Stupisce se mai trovare alla mdp un regista sì eclettico, sì aduso a azzardi indie del diverso tipo come David Gordon Greeene – di cui ho parecchio apprezzato Prince Avalanche, Joe e, qualche mese fa, il bellissimo Stronger -, ma finora tenutosi lontano dal film di paura. Nonostante un curriculum apparantemente inadatto a questo sequel, la sua è una bella riuscita, con pieno controllo del canone orrorifico. Tutto è a posto, tutto come ha da essere, tutto è inappuntabile, come di un allievo che renda tributo al maestro Carpenter con diligenza e reverenza e massimo rispetto. Eppure, uscendo dal cinema, non ci si sottrae alla sensazione che questo Halloween reloaded – pur nel fedele ricalco dell’originale – sia altra cosa. Che non sia strettamente un horror, ma un film fuori genere, oltre il genere, nonostante ne abbia tutte le sembianze e la correttezza (nel senso della corretta fattura). Nel momento in cui si inchina deferente al modello carpenteriano e lo ripercorre, David Gordon Green sembra sottilmente sabotarlo e negarlo confezionando un Halloween che niente concede alla selvaggeria, all’estremismo, agli sbilanciamenti consustanziali al genere, puntando a una sorta di depotenziamento e perfino di armonizzazione dell’efferatezza. Ma a essere diverso radicalmente è lo sguardo, posato sui personaggi – sulle vittime ma non solo – a scrutarne consistenza o inconsistenza umana. Qui le vittime non sono la solita carne da macello, non sono oggettivate e depersonalizzate, puri bersagli dell’assassino, figurine bidimensionali e serializzate e fungibili con infinite altre, non sono mere e astratte funzioni narrative, ma personaggi e persone, nel bene e nel male. A DGG non interessa l’horror come meccanica e macchina di produzione del sangue e della paura, ma come dispositivo per raccontare un’altra delle sue commedie o tragicommedie. Questo Halloween è insieme la conferma e la negazione dell’originale. DGG attraversa il cinema di paura con il distacco professionale con cui i registi di studios della Golden Era passavano dal western al bellico allo psycho-thriller. La volontà, l’intenzioneì di sottrarsi alla forza violenta dell’horror, di dominarne i modi e le regole e di non soggiacervi passivamente, la si coglie in una delle prime sequenze che, a uno sguardo retrospettivo, appare come un manifesto teorico dell’intera operazione. Una sciagurata coppia di giornalisti intenzionati a strappare una dichiarazione a Michael Myers, e in possesso di una sua maschera, gli si avvicinano nel cortile del carcere scortati dallo psichiatra* che, più che curare il mostro, è roso dall’ossessione di scoprire cosa lo spinga a uccidere, e cosa provi nell’atto di uccidere. Ora, questo gruppo, con l’assassino seriale inquadrato di spalle, viene disposto da DGG su un pavimento rigorosamente, ossessivamente geometrico, come pedine di un’imminente partita a scacchi. E mai, credo, ci fu nel cinema un ingabbiamento atraverso la più rigida geometria, visuale ma non solo, dello scatenamento pulsionale che è il fondo e il senso stesso dell’orrorifico.
Il resto è soprattutto guerra tra la un tempo baby sitter Laurie Strode, ora nonna – un’iconicaJamie Lee Curtis quale citazione monumentale di se stessa – e Michael Myers. Il quale torna in libertà sbarazzandosi dei carcerieri che in un cellulare blindatissimo ma non abbastanza per controllare le forze del Male lo stanno portando in un’altra prigione. MM è di nuovo pronto a colpire, mentre si avvicina la notte di Halloween. Laurie lo sa, lo pre-sente, è sicura che lui sta per arrivare e sarà scontro finale, armageddon. Ha trasformato in tutti quegli anni di ossessione e attesa la propria casa in un fortino, allevando la figlia nella paura del ritorno del mostro, addestrandola alle armi. Figlia che le si è ribellata, come in ogni romanzo di formazione, accusandola di averle rubato la normalità della vita. Mentre la figlia della figlia, la terza generazione di un clan matrilineare e senza maschi o con maschi superflui, sta per diventare la preda di MM. David Gordon Green si mette al servizio del suio canovaccio, ma con i filtri distanzianti e la freddezza del professionista pronto a tutto, risparmiandoci dunque quell’orgia citazionistica che ci si poteva aspettare, e ogni isteria filologica, per cavare un film che è replica, remake, e che è nello stesso tempo altro. Un horror non-horror. Se poi questo Halloween sia destinato a diventare un nuovo totem cinefilo, lo capiremo tra qualche anno (io azzarderei un no).
* Incredibilmente interpretato dal turco Haluk Bilginer, protagonista di The Winter Sleep/ Il regno d’inverno di Nuri Bilge Ceylan, Palma d’oro a Cannes 2014.

 

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