Recensione: ‘In guerra’, un film di Stéphane Brizé. Nell’era del lavoro che scompare

In guerra (En guerre), un film di Stéphane Brizé. Con Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, Olivier Lemaire. Al cinema da giovedì 15 novembre 2018.
Uno dei film migliori di Cannes 2018, purtroppo uscito dal festival senza premi. Una multinazionale chiude in Francia una fabbrica, e gli operai scendono in lotta per non perdere tutto. In guerra va a raccontare la questione oggi di tutte le questioni, la perdita del lavoro, l’assenza del lavoro. Ed è straordinario come il regista Stéphane Brizé lo fa, mimando i linguaggi visivi delle news tv e dei social, entrando con la macchina da presa nelle stanze degli incontri e scontri tra le due parti. Un film ossessivo, ipnotico, claustrofobico, che comunica un senso di intrappolamento e inesorabilità. Voto 8+
In guerra conferma quanto sia cresciuto, esponenzialmente cresciuto, in questi ultimi anni il suo regista, il francese Stéphane Brizé. Prima con La legge del mercato con Vincent Lindon che si portò via qui a Cannes – correva l’anno 2015 – il premio (sacrosanto) come migliore attore, poi con Une Vie, dato in concorso a Venezia 2016 che sorprendentemente, visti i precedenti neo-neorealistici del suo autore, adava a ripescare un Guy de Maupassant decostruendo il period movie mediante macchina da presa mobile e una sceneggiatura ellittica che piallava via premesse, spieghe, antefatti per mostrare solo i fatti e gli effetti. Quell’esperienza radicale non è andata perduta, e se ne vedono le tracce corpose in questo film che pure per i temi affrontati somiglia più a La legge del mercato, di cui riprende il protagonista Vincent Lindon. Tutto sembra uguale. Perché si va a a trattare anche qui, come allora, la questione di tutte le questioni in occidente, no, non il populismo, non le derive xenofobe, ma la crisi del lavoro, la perdita del lavoro, l’assenza del lavoro che se ne va in altre parti del globo meno costose. Problema, in my humble opinion, da cui discendono tutti gli altri. E questione lancinante che preme sulle esistenze e le cambia e reindirizza e devasta, trattata stavolta da Stéphane Brizé in una sorta di film-manifesto, di storia esemplare che ne riassume infinite altre capitate qua e là nell’Europa della deindustrializzazione e della delocalizzazione. Ma dire, come ho sentito dopo la proiezione a Cannes, che Brizé ricalca se stesso e che già tutto stava in La legge del mercato, dove un cinquantenne colpito da disoccupazione era costretto a reinventarsi la vita, è un abbaglio. In guerra non racconta una storia ma storie plurime che si intrecciano lungo un asse narrativo che ingloba e sovrasta le individualità, e lo fa con una forma cinema e uno stile assai audaci che mimano e riproducono i linguaggi visivi caotici e informi delle news tv, di youtube, dei video postati sui social e spediti via whatsapp. Qualcosa che porta In guerra molto ai di là dei tanti film sulla stessa questione.
Ad Argen, in Francia, una multinazionale con sede in Germania chiude la fabbrica Perrin, una delle sue filiali sparse per il mondo. I salariati, operai in testa, passano alla lotta dura opponendosi alla chiusura, con l’appoggio ovviamente del sindacato. Fermano la produzione, bloccano l’accesso, in uno scontro che durerà mesi e sposserà entrambe le parti. Il cuore duro del film sta nel mostrare, come in un documentario militante di altri tempi ma anche come i resoconti telegiornalistici attuali, i continui dibattiti e confronti e scontri verbali all’interno del fronte combattente e gli incontri tra i delegati delle due parti. In una sovrapposizione continua, confusa e sovreccitata di voci, in un disordine della comunicazione, in una cacofonia che è il sintomo e in parte la causa dell’impossibile conciliazione tra chi lavora nell’azienda e chi la dirige. Al tavolo di volta in volta si presentano per interloquire con i delegati degli operai il management locale, quello nazionale, e il superboss che dalla Germania plana ad Anger per incontrare finalmente, dopo mesi, la gente dell’usine Perrin (esordendo con un infelice “amo la Francia, mia madre è francese, ho una casa di vacanza in Camargue”). Interventi pure di un giudice di conciliazione, del rappresentante del ministro dell’industria, della confindustria francese. E intanto il fronte di lotta si spacca tra gli intransigenti, capitanati dal leader storico Laurent Amédéo (un Vincent Lindon, credibilissimo, con la faccia di uno che in fabbrica ci ha passato la vita) che vogliono tutto, ovvero il proprio posto di lavoro e la non chiusura, e i trattativisti, disposti a cedere in cambio di congruo indennizzo economico. Eppure, nonostante gli infiniti, defatiganti incontri e confronti, non si fanno passi avanti, ognuno resta arroccato sulle proprie posizioni senza concedere niente, senza arretrare di un millimetro. Ma non sono la ripetizione rituale e ossessiva degli slogan da una parte e le altrettanto rituali spiegazioni fornite dall’altra (“siamo costretti a chiudere perché, nonostante la Perrin faccia profitti, questi restano al di sotto del livello previsto, e dunque è necessario delocalizzare”) a impressionare. È il senso di intrappolamento che il film ci comunica, un senso di assoluta immobilità, di blocco di ogni via di fuga. Come quegli horror dei sepolti vivi, o del gruppo di adolescenti rinchiusi nella casa del mostro. Un film claustrofobico in cui Brizé penetra letteralmente con la macchina dalla presa nelle stanze degli scontri e dei confronti, quasi abbattendo le barriere tra realtà e rappresentazione (m’è parso di capire che molti degli attori conservino il proprio nome e portino dentro il film qualcosa di sé), con lunghe sequenze in tempo reale, restituendo tutti i passaggi di un’angosciosa partita da cui, si intuisce, usciranno tutti perdenti. E ci ipnotizza con quei proclami e slogan e mantra autorassicurativi, con quella massa di corpi che si parlano, urlano, urtano, si sbranano. A un certo punto una soluzione, attaverso la mediazione governativa, sembra profilarsi. Sembra, e non dico di più. Le storie individuali e gli stessi individui restano sfuocati lungo una narrazione in cui a prevalere sono l’insieme, il collettivo. Quasi niente si sa di chi vediamo lottare contro l’azienda o difenderla. Solo Laurent emerge come personaggio, con qualche apertura sulla sua vita privata, la casa, la figlia incinta. Ma niente di comparabile a La legge del mercato dove Lindon era il perno intorno al quale ruotava il racconto, il pilastro imprescindible di una storia esemplarissima in cui molti potevano, possono, riconoscersi. Qui no, è il corpo collettivo, plurale, a prevalere, e anche questa è una novità radicale in un flm che sarebbe sbagliato inserire nella scia di un Ken Loach o di un Robert Guédiguian. L’ultima parte conferma in pieno il titolo, con eventi brutali che non ci si aspetta. Si esce scossi da questo film necessario, da vedere qualunque siano le proprie convinzioni ideologiche e politiche.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi