Recensione: ‘Summer (Leto)’, un film di Kirill Serebrennikov. Leningrado suona il rock

Summer (Leto), un film di Kirill Serebrennikov. Con Teo Yoo, Irina Starshenbaum, Roman Bilyk, Filipp Avdeev, Alexandr Gorchilin, Alexander Kuznetsov, Nikita Efremov, Julia Aug, Elena Koreneva, Lia Akhedzhakova, Anton Adasinskyi, Vasiliy Mikhailov. Al cinema da giovedì 15 novembre 2018 distribuito da I Wonder.
Tratto da un libro autobiografico, un film che racconta la scena punk-rock della Leningrado primi Ottanta. E il triangolo non così scandaloso tra Mike, Natasha e Viktor. Tutto in un’estate di suoni selvaggi e amori non selvaggi benché appassionati. Succede poco e le due ore di film sono francamente troppe. Kirill Serebrennikov la butta sulla forma e la velocità, scatenandosi in virtuosistici numeri musicali e in un bianco e nero alto-autoriale. Molto apprezzato a Cannes 2018, dove Summer era in concorso. E dove s’è molto parlato anche del suo regista, messo agli arresti domiciliari dal regime. Voto 6 e mezzo

No, non è venuto lo scorso maggio a Cannes. Il suo Leto è stato proiettato in concorso in absentia. Il quarantanovenne Kirill Serebrennikov, regista russo non allineato (al regime putinista), supporter della causa LGBT, stava agli arresti domiciliari sotto l’accusa di presunti reati amministrativi nella gestione di un teatro moscovita. Accuse pretestuose che hanno tolto di mezzo uno che, semplicemente, dava fastidio, una voce fuori dal coro acclamante il nuovo zar. A scatenare il caso Serebrennikov era stato il progetto di un suo spettacolo al Bolshoi su vita, gloria e dolori del mito della danza russa e planetaria Rudolf Nureyev, pare poco aderente ai canoni nel neo-realismo socialista-patriottardo in salsa putiniana per via delle molte nudità e delle molte pratiche erotiche (poi lo spettacolo è andato in scena al Bolshoi, non saprei dir se in versione epurata o no). Nemmeno la richiesta del ministro degli esteri francese allo zar Vladimiro di concedere un espatrio temporaneo a Serebrennikov perché potesse presenziare alla prima del suo Leto a Cannes è servita. Noi qui abbiamo il massimo rispetto dell’indipendenza della magistratura e non ci permettiamo di interferire nel suo operato, pare abbiano sfacciatamente risposto dalla Russia ai francesi, e non si sa se ridere o piangere. Che poi, francamente, questo film paraculissimo e benissimo girato, anche troppo, e con troppe astuzie e piacionerie, non contiene nessuna seria critica al regime né di oggi, né di ieri e di domani. Raccontando una piccola, piccolissima e non minacciosa fronda esistenzial-musicale nella Leningrado primi Ottanta, una scena rock non così maledetta e clandestina (e sempre copiata dai modelli occidentali), anzi ospitata dal ‘sistema’, con soddisfazione di suonatori, ascoltatori e burocrati, in speciali centri destinati alle band giovani, purché non esagerassero in trasgressioni e incitamenti alla rivolta. Ispirato con parecchie libertà a veri fatti e veri personaggi (e al libro scritto dal lato femminile del triangolo rock-sentimentale di cui parla il film), Leto ci parla di Mikail, musicista punk di non poco talento, della sua compagna Natasha nonché madre del loro bambino, e del rocker non-punk sovietico-coreano Viktor. Tutto in un’estate di suoni selvaggi e di amori non altrettanto selvaggi benché appassionati. Succede che Natasha, benché sempre in amore con il suo Mike, si invaghisca del più dolce e più androgino, e anche più nuovo sulla scena musicale, Viktor. Un talento peraltro incoraggiato dal già famoso Mike. Succede poco più di niente, “ci teniamo per mano”, confessa al marito o compagno Natasha, in quella smania molto modernista e molto scema che contagiò evidentemente anche la Russia ancora sovietica di “dirsi sempre tutta la verità, di non essere mai ipocriti”. Vista l’inconsistenza dei fatti, Serebrennikov la butta voluttuosamente sulla messinscena e sulla confezione, mostrando i muscoli registici, realizzando un film di assoluta, smagliante perfezione formale, velocissimo, adrenalinico, ipergiovanilista, strapieno di musica ora urlata ora sommessa, compresa una serie impressionante di cover di classicissimi del rock euroamericano. Tutti lì a sbavare e rifare e collezionare feticistici vinili dei Sex Pistols, Lou Reed, David Bowie, Marc Bolan e i T-Rex, Jim Morrison, Blondie, ecc. ecc. In un furore imitativo/derivativo che non depone a favore del rock sovietico. Bianco e nero autorialistico e altissimo, con inserti a colori quando si tratta di andare sul pop o sul lisergico. Con numeri da musical che mimano i linguaggi videoclippettari di allora, pure con grafismi fanciulloidi in sovrimpressione tipo Snapchat. Cose così. Se Serebrennikov voleva mostrarci il suo grado di confidenza con i linguaggi cinematografici più evoluti ci è riuscito in pieno. Leto travolge e quasi entusiasma. Quasi. Perché questo è cinema di puro artificio, senza una vera necessità interiore. I personaggi restano sottili come cartavelina, anche se di Mike si finisce con l’ammirare la virile solidità e lo stoicismo, di Natasha la purezza e l’ingenuità di un romanticismo fuori tempo massimo (e molto russo). Meravigliosi certi interni in quei palazzi nati aristocratici prima della rivoluzione e diventati komunalke, ed è bella la duplicità di Mike e Natasha rockettari fuori ma dentro genitori teneri ed esemplari. Ma Dio mio, ci vuole ben altro per sostenere due ore e più di film. Alla fine si esce ammirati per i virtuosismi di Serebrennikov e perplessi su questo suo lavoro, e sul suo cinema. È il suo terzo film che vedo, dopo Izmena (Betrayal) presentato in concorso a Venezia 2012 e Parola di Dio, visto a Cannes-Un certain regard un paio di anni fa. Film senza la minima parentela tra loro, come girati da autori diversi. Il primo un cerebrale psycho-thriller tra Hitchcock e alienazioni antonioniane, il secondo un pamphlet in forma di cinema contro i lati bui del fanatismo religioso e nazionalista della nuova Russia, adesso Leto. Chi è Serebrennikov e qual è davvero il suo cinema? Più lo si conosce e più il mistero si complica. Forse è solo un sublime manierista nelle cui mani ogni storia diventa il pretesto per uno scatenamento parossistico e narciso della forma. Ma a lasciare interdetti in Leto è la sua timidezza nel rievocare quel barlume di dissenso che fu quella scena rock leningradese. E non ho potuto non pensare vedendolo a un film analogo, ma di molto migliore, e più coraggioso, visto lo scorso febbraio alla Berlinale, Dovlatov, di quel gran regista che è Alexey German Jr. Anche lì siamo nella Leningrado sovietica (ma degli anni Sessanta-primissimi Settanta), anche lì ci si muove nella scena bohémienne. Non musicale, ma letteraria e artistica. Solo che lo scrittore Dovlatov fu un martire vero del regime sovietico, vittima di una censura feroce quanto ottusa. Al punto che non riuscì mai a pubblicare un suo libro, se non in limine mortis, pochi mesi prima di morire sfiancato e umiliato da una vita da paria. Ecco, Dovlatov (lo si vedrà tra poco al Torino Film Festival e poi in saladistribuito da Satine) è un grande film, Leto no. Tutt’al più un film di retorica giovanil-rockettara che si lascia guardare volentieri.

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