Recensione: ‘Notti magiche’, un film di Paolo Virzì. Roma cialtrona e il cinema di ieri

Notti  magiche, un film di Paolo Virzì. Con Mauro Lamantia, Giovanni Toscano, Irene Vetere, Roberto Herlitzka, Giancarlo Giannini, Marina Rocco, Paolo Sassanelli, Emanuele Salce, Paolo Bonacelli, Ludovica Modugno, Giulio Scarpati, Simona Marchini, Ornella Muti, Andrea Roncato, Eugenio Marinelli, Ferruccio Soleri.
Male accolto da critici e pubblico (incassi assai deludenti). Eppure questo nuovo Virzì è un magnifico e inquietante affresco sul tramonto, anzi la fine del nostro grande cinema. Luglio 1990. Mentre l’Italia perde ai rigori i mondiali che dovevano essere suoi, una macchina cade nel Tevere. Sarà l’inizio di un giallo alla romana che porterà a galla il mondo e il sottomondo sommersi del cinema. Con una galleria memorabile di personaggi deformati e grotteschi, in una città laida e sublime. Dietro l’apparenza di commedia e perfino di farsa, un viaggio all’inferno, un film sepolcrale che ricorda Toby Dammit e Roma di Fellini. Voto tra il 7 e l’8
Come han già scritto in millanta (arrivo ultimissimo tra i recensori cartacei e digitali), questo nuovo Virzì porta un titolo fuorviante, inducendo i semplici – tra cui mi colloco – a pensare che fosse una commedia sulla passione nazionale, spesso tradita, per il calcio sport-più-bello-del-mondo. Più precisamente, su quel 1990 in cui si rifecero, male, gli stadi per ospitare un Mondiale dove partimmo favoriti e invece fummo eliminati in una disgraziata semifinale. Di quella grandezza solo sfiorata e non raggiunta ci è rimasta oltre che una delusione di cui ancora circolano nel corpo della nazione le scorie, la canzone-inno eseguita abbastanza sguaiatamente ma con piglio irresistibilmente pop(olaresco) da Edoardo Bennato e Gianna Nannini, Notti magiche (qualcuno finge di non saperla? ma se l’abbiamo cantata tutti, suvvia). Titolo traditore, intendo quello del film. Perché Virzì parte sì da quel Mondiale, con tifosi ammassati lungotevere nella sera del 3 luglio 1990 mentre si decide ai rigori – fatale errore di Serena – la semifinale Italia-Argentina. Ma poi Virzì vira su tutt’altra storia, quella di un pezzo di cinema italiano, anzi del suo tramonto, anzi della sua sparizione. Quella notte non magica del 3 luglio si perde ai rigori e il cinema italiano perde simbolicamente nella rappresentazione che ne dà Virzì, e per sempre, il suo alto rango nel panorama globale. Nello stesso momento in cui Aldo Serena sbaglia, un’auto precipita nel Tevere da un ponte, ma la folla dei tifosi sulla riva non se ne accorge, posseduta com’è dalla delusione. In quella macchina, scopriremo, un produttore di Cinecittà di quelli cialtroni e geniali su cui si son costruite leggende ancora citate e narrate. Con la sua morte in acqua affonda simbolicamente anche la stagione migliore del nostro cinema. Segue un film che è la messa in farsa, con i suoi personaggi-macchiettoni da commedia dell’arte e da commedia all’italiana (le due sono notoriamente connesse), di una tragedia, di una morte, di un funerale. Notti magiche è ua cerimonia funebre, una danza macabra, un sepolcrale ballo di fantasmi a malapena mascherati e resi meno  spaventevoli da un trucco osceno e volgare, una discesa agli inferi di una Roma raramente così allarmante, sfasciata, tenebrosa, putrida, ma spacciata allo spettatore per uo spettacolo di sollazzi e sghignazzi. Che errore, signori miei, prendere Notti magiche per una commediaccia, scambiarla per il film meno fine di Virzì, il più scasciato e basso. E quante stizzose bocciature da parte della critica più istituzionale o di quel che ne resta, ma anche dei giovani critici intransigenti del web, che peraltro di quel mondo rievocato dal regista livornese-romano, di quella Roma-Cinecittà gloriosa e infame, sublime e laida, tutto ignorano. Eppure quella Roma cialtrona ha prodotto i capolavori del nostro cinema, i Colossei e i Cupoloni e le Cappelle Sistine e le Aracoeli del mondo delle ombre in celluloide. Ma cosa mai volete che ne sappiano i critici ragazzini? Che nelle facoltà di cinema han studiato Jean Vigo e Jean Eustache e naturalmente tutto Godard, ma non sanno distinguere Dino Risi da Elio Petri, e confondono Visconti con Fellini, e Alberto Lattuada chi sarà mai? Sicché i vecchi, i giovani, i vecchi che si fingono giovani e i giovani che se la tirano da vecchi critici consumati, in coro a deprecare unanimi e sentenziare: ma questo è il più brutto Virzì della storia, ma è di una grossolanità mai vista. Mi permetto di dissentire e io che non ho mai amato il regista di La pazza gioia e Ferie d’agosto mi trovo tra i pochi ad aver apprezzato Notti magiche. Caricaturale? Macchiettistico? Come no. Ma è la cifra di Virzì, lo è sempre stata, anche nelle sue cose più carucce e engagé. Come di caratteri semplificati e bidimensionali è sempre stato pieno, rigogliosamente saturo, il nostro cinema di commedia, anche per la sua discendenza dalla commedia dell’arte. La quale si costruiva intorno a mascheroni fissi e non si distingueva di sicuro per personaggi complessi e chiaroscurati. Nel riallacciarsi a questo ineludibile retroterra Paolo Virzì allestisce una messinscena che è innanzitutto una galleria precississima e implacabile, e assai godibile, di figure maiuscole e minuscole, centrali e laterali, tipizzate come nella nostra tradizione attraverso tic e manie e deformazioni fisiognomiche e psicosomatiche, dove non conta la loro consistenza drammaturgica ma l’essere un puro simbolo, un Ruolo all’interno del disegno narrativo. E lo fa magnificamente, con quella sapienza che oggi in Italia è solo sua, da legittimo erede dei Monicelli, Risi, Scola. Ma, e sta qui la riuscita di Notti magiche, interconnettendo queste figure in un insieme formicolante che tutte le contiene e le travalica, nell’affresco di un’era e della sua decadenza irreversibile, della sua morte. Il pretesto per mostrarci questo universo al collasso sono tre ragazzi aspiranti cinematografari finalisti al premio Franco Solinas (per la migliore sceneggiatura inedita). È con e attraverso di loro che Virzì si inoltra e ci introduce nella scena cinematografica di quel tempo, cloaca e fucina delle meraviglie dove convivono il talento e l’inganno, il sofisticato mestiere e l’improvvisazione, la signorilità e il lazzo lumpenproletario. I tre ragazzi, un livornese figlio di operai e assatanato di femmine, un messinese ‘intellettuale della Magna Grecia’, una romana borghese nevrotica e impasticcata figlia delle alienate antonioniane, verranno trascinati in questura e sottoposti a interrogatorio. Sono stati gli ultimi a cenare con il produttore precipitato nel Tevere. E visto che dall’autopsia è emerso come fosse già morto prima della caduta in acqua loro che ne sanno? cos’hanno da dire? non è che magari c’entrano con quella morte, anzi con quell’omicidio? Siamo in un giallo assai semplificato e grottesco, anche improbabile, in fondo solo un escamotage per mostrarci, attraverso i flashback dei tre ragazzi, il bosco e il sottobosco del cinema italoromano di allora. La suspense è inesistente, la meccanica degli eventi è così scarsamente elaborata da richiamare certi gialli brunorbucciani (Delitto al Blue Gay, Delitto in autostrada ecc), anche se nei momenti migliori si pensa se mai al pasticciaccio gaddiano nella versione semplificata e popolarizzata da Germi in Un maledetto imbroglio. Un giallo romano che si fa via via noir cupissimo. I ritratti grotteschi degli ultimi cinematografari gloriosi hanno un che di sepolcrale, trasudano un lezzo da morgue, presentano i lineamenti lividi dei cadaveri dissezionati sul tavolo anatomico. Si pensa alle deformazioni espressionistiche di un Grosz, di un Otto Dix, certo, ma soprattutto a Fellini. Al Fellini più catacombale e spettrale, quello del capolavorissimo Toby Dammit, o quello di Roma, la cui storia del ragazzo calato dalla provincia nella città grassa e disfatta e pervasa dai borborigmi delle sue interiora sotterranee viene qui replicata come in un calco funerario. Mi pare che Virzì abbia dichiarato di essersi ispirato a Le illusioni perdute di Balzac, ma resta secondo me il gran riminese (di cui si mostra da lontano il fumigante set notturno di La voce della luna) il riferimento ineludibile. Il regista e i suoi cosceneggiatori (Francesco Piccolo e Francesca Archibugi) rievocano e omaggiano e insieme sbeffeggiano la Cinecittà in cui si accumulavano i talenti e i profittatori, gli ingenui e i marpioni, proponendoci storie e personaggi à clef, invitandoci a indovinare chi si nasconda dietro lo sceneggiatore che ha messo su la fabbrichetta di schiavi produttori in serie di pagine e pagine per il cinema e la tv, chi sia quella signora brusca e cinica che tutto sa e di tutti sa (“ma sì, quello là che sta piangendo è proprio Marcello: quella stronza di francese lo avrà lasciato un’altra volta”), e chi il produttore cui confiscano tutto e da tutti mollato, tranne che dalla sgallettata ragazza coccodè che forse – forse – lo ama davvero pur andando in giro a praticare fellatio. E ancora: il regista che ha vinto un pardo d’argento a Locarno e adesso ai margini, costretto a vivere in una cantina. E ancora: l’autore venerato di molte alienazioni filmiche che troverà ristoro e sostegno nella ragazza naïve venuta dalla provincia. Si pensa ad Antonioni, ma il carattere sbalzato da Virzì non gli assomiglia per niente fisiognomicamente, e allora chi sarà mai? Il gioco diverte, però per parteciparci e apprezzare bisogna avere una qualche confidenza con quello che era il nostro cinema, e bisogna averci anche un’età. Quello che a un primo e pigro sguardo sembra il più corrivo degli ultimi Virzì (il toscano che batte a macchina mentre sullo sfondo le due amiche lesbiche si scatenano, il blow job praticato al siciliano dalla donna del produttore) e dunque il più accessibile, è invece il più impenetrabile e ostico per chi non sia in grado, per appartenenza generazionale o semplice ignoranza dei fatti e delle persone, di coglierne i riferimenti cifrati. È anche la ragione prima dell’insuccesso al box office di Notti magiche e delle quasi unanimi stroncature recensorie. Ma se si riesce a individuare il pertugio attraverso cui penetrare in un racconto così sbarrato il godimento è grande. Intensificato dai tanti clin d’oeil a film dei nostri anni Sessanta-Settanta-Ottanta. Da Io la conoscevo bene a La terrazza di Ettore Scola. Alla fine, uscendo, di questo spettacolo di sfacelo e corruzione della carne e dello spirito mi è venuta in mente un’altra Roma sfasciata e decadente, putrescente e corrotta, quella del Satyricon. Ancora, e sempre, Fellini.

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Una risposta a Recensione: ‘Notti magiche’, un film di Paolo Virzì. Roma cialtrona e il cinema di ieri

  1. Carlo scrive:

    Ho visto il film,in sala eravamo in 5, bé è lunedi mi sono detto,ma non avevo letto le recensioni,per me è un film molto bello,con attori di livello altissimo,Giannini fantastico ma anche tutti gli altri.Non sono esperto di cinema e mi chiedevo a quali personaggi si riferisse Virzí, credo la Suso Cecchi D’Amico,Risi,Scola,Montaldo,Cecchi Gori e la Marini,ma erano volutamente confusi,mescolati.Cmq un bel film che rivedró.

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