Su Netflix ‘La ballata di Buster Scruggs’: no, non è un film minore dei fratelli Coen. La recensione

La ballata di Buster Scruggs (The Ballad of Buster Scruggs), un film di Joel e Ethan Coen. Con James Franco, Zoe Kazan, Tom Blake Nelson, Liam Neeson, Tom Waits, Brendan Gleeson.

Joel Coen a Venezia. Foto ASAC

Joel e Ethan Coen realizzano un film a episodi “come”, dicono, “quelli italiani degli anni Sessanta”. Tutti a tema western. Alcuni folgoranti, altri meno. Ma è l’insieme a funzionare molto bene, fino a formare una tragicommedia universale dove va in scena tutta la gamma dell’umano. Con almeno due capitoli eccelsi. Premio a Venezia per la migliore sceneggiatura. Adesso su NetflixVoto tra il 7 e l’8

Ethan Coen, anche lui in conferenza stampa a Venezia. Foto ASAC

Recensione scritta dopo la proiezione a Venezia.
Un altro prodotto Netflix dei sei di questa Mostra. Forse oltre la dose massima digeribile. Il sospetto, forte, era che questo film a più storie (sei capitoli, se ricordo bene) fosse la versione bonsai, ridotta per motivi di budget o per disaccordi con la produzione o chissà per quale altro motivo, di una ben più lunga serie prevista con la piattaforma-colosso che ormai comanda il mercato. E però i Coen qui a Venezia ci han tenuto a dire come questo film sia stato concepito e sia nato come l’abbiamo visto, come film a episodi distinti e autonomi, “perché ci sono sempre piaciuti i film antologici, in particolare i film girati in Italia negli anni Sessanta, che mettevano insieme opere di diversi registi incentrate su uno stesso tema”. Dunque, La ballata di Buster Scruggs sarebbe il discendente, quanto legittimo non saprei dire, dei Boccaccio 70, Le bambole, Ieri oggi domani. Crediamoci, facciamo finta di crederci. E comunque, io che ero alquanto diffidente e sbuffante prima di entrare in sala, mi sono arreso (con piacere) alla bontà del prodotto. Qualità eccelsa, pura marca Coen. In my opinion a oggi, tra tanti film belli e bellissimi del concorso, il migliore. i festival ho sempre apprezzato e stimato i film dei Coen, salvo poi piazzarli nelle mie classifiche al quarto o quinto posto. Basta, mi dichiaro pentito. Loro sono dei maestri, è l’insieme della loro opera a certificarlo, la sommatoria dei tanti loro film, più o meno riusciti se presi isolatamente, ma in grado di imporre una visione altra del cinema, quella del citazionismo, del manierismo autoriale, della ripresa dei generi, del riattraversamento del passato per inventarsi il futuro. E allora, che stavolta sia primo posto nella mia lista per questo notevole, e assai godibile, TBOBS. Di cui impressiona la cura dei dettagli, l’ossessiva e maniacale perfezione nella scrittura e soprattutto nella regia e nella messinscena. Presi singolarmente, ci sono episodi folgoranti, di una misura assoluta, perfetta, e altri che lo sono meno, ma se li accostiamo e li ripercorriamo ci rendiamo conto di come insieme ci restituiscano una visione non solo del cinema ma del mondo. Uno di quei romanzi sugli uomini e le esistenze come i romanzieri non scrivono più, un film-mondo in cui i Coen ci mettono faccia a faccia con l’avidità, la fame di amore e di potere, il sesso, l’amicizia, il tradimento, l’opulenza, la miseria, i rovesci della sorte e, letteralmente, la vita e la morte. L’aproccio è beffardo, dry, disincantato, qualche rara volta partecipe, mai sentimentale. In una narrazione veloce, sintetica, ellittica, e con finali che ti prendono alla gola per quanto sono imprevisti, e feroci. Sciabolate.  Una grandiosa commedia umana tutta in forma di western, che prende il western come codice per raccontare gli uomini e il destino. I Coen svariano tra più registri, a dimostrarci ancora il loro funambolico eclettismo.  Il primo episodio è decisamente comico, grottesco. Poi, senza che ce ne rendiamo conto, i due fratelli ci portano sempre più giù verso il dramma e il tragico, negli abissi dell’umano, ai confini dell’oltreumano o del bestiale. Se l’episodio del cercatore d’oro (una figura che ritorna anche nell’altro western autoriale del concorso, The Sisters Brothers di Jacques Audiard, visto stamattina) è il più disteso e il più enigmatico nel suo connettere malickianamente l’umano al cosmico naturale, resta impresso il capitolo, magnifico per concisione e ferocia, del povero freak, un troncone umano, portato in giro per il West dal suo impresario-padrone Liam Neeson. O quello finale, di una diligenza che se all’inizio ricorda Ombre rosse poi si inoltra in territori ben più lugubri alla Edgar Allan Poe. Come a prefigurare un possibile prossimo film a episodi in tema horror. E non manca il lato romance, nella storia della giovane donna e del capo-carovana. Applausi convinti, molti commenti del genere sì però. Io dico sì e basta, e dico anche che se i Coen vincessero il Leone sarebbe un sacrosanto riconoscimento (la Palma a Cannes l’hanno già vinta una vita fa con Barton Fink).

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