Recensione: ‘Animali fantastici: i crimini di Grindelwald’, un film di David Yates. L’horror vacui della signora Rowling

Animali fantastici: i crimini di Grindenwald, un film di David Yates, scritto da J.K. Rowling. Con Eddie Redmayne, Katherine Waterston, Ezra Miller, Dan Fogler, Alison Sudol, Zoë Kravitz, Jude Law, Johnny Depp.
Bisogna essere specializzati in Harry Potter (di cui Animali fantastici è insieme uno spinoff e un prequel) per districarsi in questo capitolo secondo della nuova saga progettata da J.K. Rowling. Un film come dettato dall’horror vacui, dove si affastellano in un groviglio impenetrabile ai non addetti al culto harrypotteriano una quantità non smaltibile di personaggi, sottottrame a incastro, complicate genealogie e parentele, e bestie e bestiacce supernatural. Io mi sono perso nel labirinto, forse invece i fanciullini e i giovanotti cresciuti con i libri del maghetto si orienteranno perfettamente. Può darsi che l’autrice attraverso il supervillain Grindelwald volesse alludere alla resistibile ascesa negli anni Venti (il periodo in cui si svolge Animali fantastici) dei Grandi Dittatori. Ma se è così l’allusione è talmente tenue da non arrivare al pubblico. Che peraltro sembra interessato solo alle magherie di cui il film (sovr)abbonda. Restano alla fine certe suggestioni visuali e scenografiche, ma non basta. Voto 4
Mai stato un cultore dell’universo harrypotteriano. Del primo libro mi sono fermato a pagina 40 – gli altri neanche li ho aperti -, esausto per tutte quelle truccherie ragazzinesche e per quella neolingua bambocciona e bamboleggiante (Babbani, Oscuri, ma si può? Forse in originale suonan meglio, ma in traduzione italica fan scappare anche i meglio disposti al consumo dell’opera). Quanto ai film, vista con fastidio qualche scheggia qua e là e subito rimossa dalla mia memoria. Che volete, non son fatto per credere alla citrullerie magiche e io, figlio della razionalità e della ragion pratica lombarda, fatico a star dietro a ragazzi come HP e compagni magari talentuosi che però, anziché dedicarsi a sani studi scientifici, filosofici, letterari, altro purché serio, vanno a scuola di sortilegi. Ne consegue che mi appare del tutto incomprensibile l’enorme successo arriso alla comunque geniale signora J.K. Rowling, perché riconosco che il genio ci dev’essere se si vendono milionate e milionate di copie e si fonda una mitologia global-collettiva di nuovo e postmoderno conio seconda solo a Star Wars. Comunque, signora Rowling, lei che ha firmato soggetto e script di questo spinoff di Harry Potter, ma anche se ho ben capito un po’ prequel, chiamato Fantastic Beasts (solo in cinema però, la carta può attendere), abbia pietà di quelli come me che non son così adusi ai suoi mondi di meraviglie. Invece in questo numero 2 del franchise degli animalucci e animal-mostri che non si capisce bene che facciano e perché ci stiano ma riempiono il grande schermo, lei accumula tanti di quei personaggi e fatti e parentele e discendenze e ascendenze e sottotrame e ovviamente magie buone e cattive che io mi son perso, non ci ho capito granché, sono uscito dal cinema coi balordoni. Poi dicono Lav Diaz. Ma, a dirla tutta, mi pare meno ostico un bianco e nero di otto ore del gran filippino di una mezz’ora del suo Animali fantastici 2 (il primo m’era sembrato un filo più digeribile, qui son stato sopraffatto). Poi, certo, colpa mia, che non c’ho l’età, mentre i pargoli e gli infanti e i giovani e le giovanotte cresciuti con i suoi libri – pare che in America siano stati soprattutto loro a correre al cinema – si divertiranno tanto e si muoveranno disinvolti tutto capendo e tutto decifrando nei labrinti del suo (per me) inaccessibile racconto cinematografico. Dovere mio di, diciamo così, scrivente di cinema (critico mai, roba da tromboni) raccontare per sommi capi la cosiddetta trama, pur senza spoilerare, e francamente stavolta non saprei da dove cominciare. Ci provo, ma mi si perdoneranno certe sconnessioni, perché per lunghe sequenze la mia mente ha vagato nell’oscurità cercando una chiave di decifrazione. Dunque: siamo come nel primo capitolo negli anni Venti del Novecento. Un tizio assai malvagio e pericoloso precedentemente imprigionato a New York di nome Grindelwald – un Oscuro, non un Babbano – riesce a liberarsi mentre lo trasferiscono con una carrozza dei cieli. E, esattamente come il Michael Myers del nuovo Halloween, evade durante l’improvvido viaggio, per approdare a Londra e dare finalmente il via al suo sogno di impadronirsi del mondo: spezzando la pace da tempo stabilita tra maghi e non maghi. Grindelwald forse (forse) come il contemporaneo Hitler, cui credo Rowling oscuramente alluda, o come certi villain manipolatori del cinema espressionista tedesco tipo il dottor Mabuse di Fritz Lang. Naturalmente lui si proclama paladino, guida, emancipatore di tutti i possessori di poteri magici conculcati e perseguitati dai cosiddetti normali chiamandoli alla rivolta. Però c’è pure qualcuno che pur essendo mago di nascita non si allinea a Grindelwald anzi lo osteggia, o forse ho capito male. O forse quei maghi lì della terra di mezzo sono tali perché la magia l’hanno solo appresa. Fatto sta che il perfido li considera suoi nemici, mentre i governi babbani cercano di tirarseli dalla loro nella guerra che si annuncia. Basta così, che son già esausto. Della categoria dei maghi non cattivi fa parte il mite Newt Scamander, finemente interpretato da Eddie Redmayne, e Tina Goldstein (è Katherine Waterston, una delle mie attrici preferite; ma datele più spazio sant’Iddio). Newt è l’addestratore addomesticatore degli animali fantastici del titolo, mostri gigante o mostriciattoli dotati di speciali poteri che lui rabbonisce e tutti rinchiude nella sua valigetta per liberarli quando occorre. E però, mentre nel primo capitolo Newt con il suo zoo magico portatile stava al centro del racconto, qui è solo uno dei molti, troppi elementi che si affastellano in un groviglio inestricabile. Ogni minuto irrompe sulla scena un nuovo personaggio, oppure ripescato dall’episodio primo o tratto dal mondo di Harry Potter con il quale qui si tracciano più momenti di contatto e di collisione, come la scuola dei maghi già in attività decenni prima dell’arrivo di HP (se mi sbaglio correggetemi, grazie). Oltre alla difficoltà per i non iniziati ai misteri officiati dalla signora Rowling di capire chi siano davvero i buoni e chi i malvagi e chi ci sta in mezzo, ecco la rete complicata delle parentele, e allora chi è fratello e cugino di chi, e chi ha fatto l’amore con chi generando figli legittimi e illegittimi. E amici che si volevan bene e adesso son su fronti opposti, e figli di nessuno che si scopron figli di qualcuno ma è il qualcuno sbagliato (chi sarà mai quello giusto?). Che neanche Carolina Invernizio nei suoi estremi deliri. Certo è strano come la massima bestsellerista degi anni Duemila non sia riuscita a scrivere una sceneggiaura trasparente. La sua strategia narrativa pare essere quella dell’accumulo bulimico dei personaggi e delle sottotrame (qui ci sono solo sottotrame, mancando quella portante), non certo di costruire una qualsiasi coerente architettura. L’importante è colpire alla testa i piccini e tutti i grandi ancora schiavi del fanciullino che c’è in loro con una smodata quantità di magie e effettacci speciali. Ogni due-tre minuti c’è una truccheria, un sortilegio, spiritacci e creature supernaturali che volteggiano e sciamano, in una compulsione e convulsione che a me ha ricordato quella del cinema porno. Se lì ogni traccia narrativa è azzerata per far posto solo a scopate e altri numeri di corpi variamente intrecciati qui, nell’universo (filmico) degli animali fantastici, tutto è indirizzato e funzionalizzato alla produzione seriale di scene di magia. Non conta come ci si arrivi, conta che quegli effettacci riempiano lo schermo a intervalli regolari e man mano sempre più ridotti per dare la dose di magia di cui il pubblico cresciuto a harrypotter è ormai dipendente. Animali fantastici è la desertificazione di ogni vero racconto, il che per una signora che ha venduto il maggior numero di libri degli ultimi vent’anni è un paradosso. E poi, l’horror vacui che porta a saturare lo spazio schermico con creature umane o bestiali di ogni tipo e scenografie monumentali. Siamo negli anni Venti, ma i riferimenti alla Storia e a quel tempo sono tutti cancellati, l’universo di Animali fantastici è autoreferenziale, sbarrato, conchiuso in sé. Ma allora perché dargli una datazione, perché inserirlo nella Storia quando l’obiettivo è quello di de-storicizzare? Tanto valeva serrarlo in un tempo fantastico, nel tempo oltre il tempo che è del mito (e della fiaba, del racconto orale). O forse sono io a non aver colto certi sottotesti o l’intenzione del team autoriale di raccontare attraverso il fantastico e il simbolico la Storia. Grindenwald come Hitler (e Mussolini, Stalin)? Ma se queste sono le ambizioni nascoste, molto nascoste, non si può certo dire che l’obiettivo sia raggiunto. Quelle scenografie anni Venti di Londra e Parigi (e di New York nel primo episodio) ricostruiti in digitale hanno la loro indubbia suggestione, che si tratti dei templi del denaro e del potere o dei tuguri e dei vicoli della poveragente, ma restano puri fondali senza alcuna consistenza di realtà, un galleria di facciate senza interni e senza interiorità né profondità. Rowling, e con lei il suo regista di fiducia David Yates (sarà parente del grande Peter di Bullit?), sa bene che al suo pubblico la Storia non interessa, anzi ne rifugge inmpaurito, e dunque si posson tutt’al più lasciar cadere qui e là labili allusioni che solo pochi raccoglieranno. Tutto è solo ivolucro, contenitore vuoto in cui insufflare la spossante sequela di magie e altre insulsaggini. Forse cambierà qualcosa nei prossimi capitoli – pare che J.K. Rowling ne abbia già programmati e abbozzati altri tre – con, dopo New York, Londra e Parigi, magari un salto a Berlino, e allora sì che il Grindelwald potrebbe diventare più corposamente il parente dei tetri fantasmi espressionisti di Weimar e di Adolf il terribile. Ma, francamente, ci credo poco. Questo deludente secondo episodio promette solo ricalchi e repliche sempre più estenuati.

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