Recensione: ‘Widows – Eredità criminale’, un film di Steve McQueen. Un grande regista per una storia qualunque

Photo: Courtesy Twentieth Century Fox.

Widows – Eredità criminale, un film di Steve McQueen. Con Viola Davis, Liam Neeson, Colin Farrell, Robert Duvall, Michelle Rodriguez, Elizabeth Debicki, Danil Kaluuya, Carrie Coon, Jacki Weaver.
Ma chi gliel’ha fatto fare al pluripremiato autore di Hunger, Shame, 12 anni schiavo di buttarsi in un heist movie assai mainstream e déjà-vu? E non bastano l’esaltazione del femminile (e del suprematismo femminile) e il ‘disorso politico’ sulla corruzione del potere a disincagliarlo dai cliché. Certo, l’impronta di McQueen la si coglie nella visione pittorica, nell’ossessione claustrofobica, nel come vengono inquadrati i corpi e i loro tormenti. Ma non ce la fa a salvare Widows dalla qualunquità. Peccato. Voto 5 e mezzo
Reputo Steve McQueen autore di uno dei più bei film degli anni Dieci, Shame, un capolavoro ancora non del tutto compreso. Ho amato, anche se più tiepidamente, il suo precedente Hunger e il successivo 12 anni schiavo. Nell’insieme, un trittico assai coerente in cui lo sguardo di McQueen, influenzato dai suoi trascorsi di artista visuale (qualunque cosa voglia dire), scruta la progressiva mortificazione e degradazione dei corpi, attraverso il piacere coatto e alienato (Shame) come attraverso la sopraffazione, il sadismo esercitato dal potere, dai poteri (Hunger, 12 anni schiavo). Ma qui, in questo purtroppo mediocre, concettualmente mediocre dunque irredimibile nonostante la magnificenza della forma che pure c’è, si fatica a ritrovare il McQueen che si è conosciuto e apprezzato. D’accordo che ognuno ha diritto alle sue madeleine e a trasformarle magari in film, ma era proprio il caso che McQueen remakizzasse un’antica e non credo così fondamentale serie britannica che l’aveva colpito e imprintato da ragazzino? Certo, quel romanzo criminale con al centro una volta tanto delle signore e non dei masculi sarà sembrato perfetto per un rifacimento ai tempi del metooismo. Azione però spostata dalla Gran Bretagna a Chicago, nella Chicago di oggi di nuovi e vecchi poteri politici corrotti e corruttori, sicché al messaggio diciamo femminista ecco aggiungersi pure il ‘discorso politico’. Il resto è un heist movie dei più classici e allora: possibile che uno avveduto come il regista di Shame sia potuto cadere in una simile trappola di stereotipi? Eppure.
Il plot, almeno quanto se ne può raccontare per non incorrere nel reato di spoiler (oggi considerato passibile delle peggiori pene): fallisce una rapina,  quelli della banda son tutti ammazzati. La vedova del capo – lei è Viola Davis, lui Liam Neeson -, si ritrova addosso certi orrendi ceffi di un potentato mafioso black che pretendono di essere da lei risarciti per i guai combinati dal marito defunto. Saltando un po’ di passaggi: lei deve rendere ai cattivi due milioni di dollari mandati in fumo dal defunto. Intanto, apprendiamo che il black boss vuole tentare la scalata in politica – i soldi dei vari narcotraffici non gli bastano più, ambisce al salto di status -, ma per riuscirci dovrà scalzare il rampollo di una dinastia irlandese che da quelle parti di Chicago ha sempre dominato. Tutto abbastanza complicato. Il punto è che la vedova numero uno decide di compiere un colpo che il marito stava progettando da tempo, un colpo colossale che le consentirebbe non solo di rifondere o’malmente ma di intascarsi una paccata di dollari. Ma ha bisogno di aiuto, sicché coinvolge altre due vedove della banda, cui si aggiungerà come driver una tosta parrucchiera. Ci sarà un clamoroso rovesciamento finale che ridiscute tutto, le certezze della vedova numero uno e le nostre, e mica per niente la sceneggiatrice che lo ha disegnato è Gillian Fynn, già responsabile di parecchi torbidi twist del suo precedente Gone Girl. Non male, Widows, come film di genere, ma qualsiasi. E ancora la domanda: perché mai McQueen ha deciso di fare questo salto nel mainstream, non gli erano bastati gli incassi e l’Oscar di 12 anni schiavo? Oltretutto, benché Widows sia stato molto bene accolto dalla critica anglofona a Toronto, non sta funzionando come si sperava al box office Usa, e allora? Non che certe tracce autoriali manchino del tutto. McQueen lascia la sua impronta confermando la propria sensibilità e fors’anche ossessione per le violenze e i giochi di controllo e dominio che inquinano le relazioni interindividuali, anche le apparentemente più salde e confortevoli, ed evidenzia ambiguità, continua a muoversi sulla faglia eternamente tellurica che separa-unisce la cultura euro-americana e quella afro-Americana. La coppia Viola Davis-Liam Neeson si fonda su uno dei non molti amori interrazziali che si siano visti nel cinema americano, compreso quello recente, ma l’approccio di McQueen alla questione non è né mielosamente consolatorio né virtuosamente corretto. Delle molte sottotrame e linee narrative del film è forse la più interessante, peccato sia sommersa dai modi e stereotipi dell’heist movie finendo col depotenziarsi. Poi, certo, McQueen gira magistralmente, con uno stile assai personale e difficilmente apparentabile ad altri. I suoi riferimenti mi pare restino più pittorici che strettamente cinematografici, difficile qui ritrovare la visualità e certe retoriche drammaturgiche della grande tradizione del crime americano o del polar francese alla Melville. Il ritmo è più lento e contemplativo, come se a McQueen interessasse in special modo la composizione delle inquadrature, il dosaggio di cose e ambienti e persone all’interno dello spazio schermico: da lui usato come una tela, o meglio, una cornice in cui imprigionare i suoi personaggi. L’intrappolamento di corpi nello spazio schermico, l’ossessione claustrofobica, è una delle cifre stilistiche e formali del regista britannico fino dai tempi di Hunger, perfezionata poi in 12 anni schiavo. Dove i servi angariati e torturati e vittimizzati sembravano non poter fuggire dalle inquadrature (e dall’occhio onnivedente del regista), così come non potevano fuggire dai loro padroni. Ma tanta sapienza stavolta è messa al servizio di una storia poco significativa, se non insignificante, configurandosi come uno dei più clamorosi sprechi di talento di questi ultimi anni di cinema.

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