Torino Film Festival 2018. Recensione: ‘Alpha. The Right to Kill’, un film di Brillante Mendoza. Guerra alla droga a Manila

Alpha, The Right to Kill, un fim di Brillante Mendoza. Con Allen Dizon, Elijah Filamor. Sezione After Hours.
Ma davvero il gran filippino Brillante Mendoza è passato dalla parte del presidentissimo Duterte appoggiando la sua discussa lotta ai signori della droga? E però questo Alpha, dove Mendoza mette in scena un atto di quella guerra, non sembra proprio un film di propaganda, con il suo protagonista corrotto e per niente eroico. Voto 7 e mezzo

Ma Brillante Mendoza, il più rispettato e conosciuto regista filippino insieme a Lav Diaz, regular dei maggiori festival europei, premiato a qualche Cannes fa per il suo Ma’Rosa, amatissimo dalla gauche d’Occidente per i film di denuncia dei misfatti del potere e delle ingiustizie e ineguaglianze del suo paese, ecco, Brillante Mendoza è passato al nemico? Davvero, come dicono le accuse che da un paio d’anni circolano contro di lui, è diventato come tanti suoi connazionali un fiancheggiatore dell’uomo forte, fortissimo di Manila, il presidente Rodrigo Duterte, colui che senza badare troppo ai diritti e alle garanzie e alle libertà individuali ha scatenato una guerra letale ai signori (e ai consumatori) della droga? Squadre speciali della polizia, e qualcuno insinua pure squadre clandestine, coperte, parallele, veri squadroni della mortelanciati contro i druglords filippini. Regole d’ingaggio: arrestare e sterminare. Quattromila ammazzati. Non tutti, dicono gli oppositori del regime semidemocratico di Duterte (va ricordato: regolarmente eletto), spacciatori, molti invece consumatori, molti neanche quello. Ma il popolo, già, il popolo, nella sua gran parte sta con lui. E, ancora più sorprendentemente, perfino una figura totemica dell’intellighentsja filippina come Brillante Mendoza si sarebbe (condizionale obbligatorio) convertito alla causa dutertista o dutertiana. Lo dimostrerebbe, dicono gli accusatori, il fatto di aver curato la regia televisiva del discorso alla nazione del presidentissimo. Peraltro esagerando in primissimi piani e altri vezzi autorialistici che gli hanno attirato addosso un nugolo di critiche. Non bastasse, Mendoza ha poi girato una miniserie per Netflix, Amo, dal punto di vista degli SWAT, le forse speciali impegnate nella crociata – con abbondante spargimento di sangue – contro metamfetamine e shaboo. Terzo step del (presunto) allineamento al presidentissimo, questo film, Alpha (sottotitolo inquietante: Il diritto di uccidere), che di Amo è una sorta di spinoff e di concentrato-condensato. Sicché erano, sono, molti i motivi che rendevano imperdibile Alpha, arrivato al Torino FF dopo Busan e San Sebastian (e sarebbe bello sapere come mai né Cannes né Venezia l’abbiano messo in programma).
Sì, vero, Alpha ci racconta nella forma canonica del crime movie un’operazione delle SWAT di Manila contro un santuario dello spaccio e il suo immondo boss. Vero, il punto di vista è quello delle forze dell’ordine, di un ordine diventato grido di guerra e manifesto e brand di Duterte. Ma francamente non me la sentirei di definire di propaganda questo film. Non ci sono solo eroi qui, anzi gli eroi mancano, e colui che al principio sembra esserlo si rivela un agente corrotto, un uomo marcio quanto i criminali che combatte. Brillante Mendoza nel mettere in scena la guerra ai druglords non rinuncia a se stesso, non al suo stile sporchissimo e ultra-realista dove i modi del cinema-verità si mescolano alla fictionalizazione e dove i confini tra reale e sua rappresentazione si fanno assai labili, e ancora meno rinuncia a portarci come ha spesso fatto nei peggio gironi di Manila a testimioniarne (denuciarne?) la durezza del viverci. In un degrado inimmaginabile (ma non è che l’inferno del Volturno che Edoardo De Angelis ci ha appena fatto vedere in Il vizio della speranza sia migliore) si muovono i suoi misérables, pronti a ogni compromesso e mercimonio pur di sopravvivere. E nel momento in cui sembra vendere l’anima a Duterte, Mendoza ci mostra fondi e doppifondi e ambiguità di chi la guerra alla droga la conduce, costruendo la figura di un agente corrotto che è la forza stessa del male, un diretto discendente del Quinlan di Orson Welles. L’esemplare poliziotto Espino, carriera spianata, perfetta famiglia a carico, grazie a un suo informatore, il ragazzo dei bassifondi Elijah, viene a sapere di un grosso carico di droga presso la corte di un boss. E si organizza l’irruzione nel covo. Sarà massacro, moriranno dieci pusher, capo compreso. Ma l’irreprensibile Espino si impossesserà di un quantitativo di droga obbligando Elijah a smerciarla e a passargli l’incasso. E incomincia il gioco tra carnefice e vittima. Alpha è un concentrato foschissimo di nequizie, scene perlopiù notturne  in una città lurida e allarmante. Piccioni viaggiatori per trasportare droga. Antri di immondizia dove vivono gli ultimi, i più disperati. Posti di blocco dappertutto. Non siamo nell’anticamera dell’inferno, siamo all’inferno. Tutto è livido, sozzo e abietto, purissimo Mendoza insomma. A non convincere se mai sono le parti action, lacunose, con qualche goffaggine, non in grado di restituirci quella lustra e scintillante coreografia guerresca di tanti film americani o anche solo del brasiliano Tropa de Elite di José Padilha, che con Alpha presenta qualche contiguità tematica.

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