Recensione: ‘ROMA’, un film di Alfonso Cuarón. Al cinema il 3, 4 e 5 dicembre: correte, è il Leone d’oro 2018

Al cinema il 3, 4 e 5 dicembre distribuito da Il cinema ritrovato – Cineteca di Bologna in 59 copie, in V.O con sottotitoli. A questa pagina l’elenco delle sale. Dal 14 dicembre su Netflix.
ROMA, un film di Alfonso Cuarón. Con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Nancy Garcia, Jorge Antonio, Veronica Garcia, Marco Graf, Daniela Demesa, Carlos Peralta, Diego Cortina Autrey. Durata 135 minuti. Vincitore del Leone d’oro alla Mostra di Venezia 2018.

Cuarón sul set con Yalitza Aparicio

Cuarón dopo gli anni a Hollywod tona a casa, in Messico, per raccontare una storia con molti echi autobiografici. 1971: Roma, quartiere borghese di Mexico City. Una madre, quattro figli, un marito distante, e la fedele domestica Cleo. Un anno nella loro vita che li cambierà tutti, mentre il paese è dilaniato dagli scontri. Bianco e nero smagliante per una storia solo apparentemente minima che è invece pura epica del quotidiano. Confermando Cuarón come un maestro del cinema narrativo. Voto 7 e mezzo
Era molto atteso alla scorsa Mostra di Venezia, dato tra i favoriti al Leone, e per ROMA del messicano Alfonso Cuarón Leone è stato, assegnato all’unanimità dalla giuria presieduta da Guillermo Del Toro, fraterno amico del regista. Il che avrebbe potuto fra deflagrare la bomba del conflitto d’interesse o d’amicizia, ma nessuno ha protestato, essendo il valore del film incontenstabile (neanch’io grido allo scandalo, anche se avrei preferito che a vincere fosse Sunset di Laszlo Nemes).
ROMA – capital letters, non chiedetemi il perché -, sarà bene chiarirlo subito, è un distretto di discreta e buona b0rghesia di Città del Messico cha fa da cornice al racconto. Distretto dov’è cresciuto Cuarón, uno dei molti elementi autobiografici da lui immessi nella narazione. Un anno – siamo nei primissimi Settanta del secolo scorso – nella vita di una famiglia infelice, e infelice a modo suo, con una madre non doma, non arresa nonostante complicazioni con le quali dovrà conrontarsi, madre-perno intorno a cui ruotano tutti, i quattro figli, tre maschi e una femmina, il marito sempre più lontano e sempre più ex, la nonna, e poi la servitù, appendice o parte integrante del nucleo, composta da una giovane donna, Cleo, assai affezionata ai ragazzini di casa, e da una coppia, moglie e marito, lei domestica lui autista tuttofare. Un nucleo sottoposto a scosse ma con una sua solidità strutturale che gli consentirà di non dissolversi, un insieme di vite e storie private eppure insieme anche sintomatico di quel tempo, di quel paese. Siamo poco dopo le storiche Olimpiadi di Mexico City del pugno alzato, e l’air du temps è quella delle contestazioni, delle lotte e degli scontri di piazza, che in quel quadrante latinoamericano assumono un’intensità e una violenza mai viste in Europa. Tutto arriva attutito ma non silenziato, nella casa dei nostri personaggi. Cuarón, dopo Gravity e tanti film ad alto budget compreso un Harry Potter, torna al suo Messico, alla sua città, a un racconto intimo che si fa quadro sociale e ritratto di un passaggio nella storia moderna del paese. E per oltre due ore dispiega la sua rodata professionalità, la sua abilità somma di narratore per raccontare un pulviscolo di fatti piccoli ma non minimi né insignificanti che riescono a saldarsi in un’epica del quotidiano di grande efficacia drammaturgica. Bianco nero, e il 70 millimetri e la qualità del suono Dolby Atmos a valorizzare al massimo l’opera di un maestro della fluidità narrativa. Come in Gosford Park di Robert Altman la cronaca familiare di Cuarón si muove sui due assi opposti dei padroni e dei servi, cortocircuitando di continuo i due mondi. E si resta ancora una volta basiti nel vedere qui, come in tanti film brasiliani, argentini, cileni, perfino paraguayani, quanto profonde siano o fossero le differenze di classe nel mondo latino-americano (quale famiglia medioborghese da noi si potrebbe permettere – o si sarebbe potuta permettere allora – tre o quattro domestici a tempo pieno come quella di ROMA?). Mentre Sofia, la mater familias, dopo troppi sospetti viaggi di lavoro del marito si rende conto di come lui abbia un’altra, ecco che sul versante servitù seguiamo Cleo, ragazza buona e laboriosa che resta incinta di un disgraziato di nome Fermin, fanatico praticante  di arti marziali alla Bruce Lee, il quale la molla non appena saputo della gravidanza (“vado un attimo in bagno e torno”, le dice mentre stanno al cinema a vedersi un film con Louis de Funès – a me è parso Tre uomini un fuga – e naturalmente chi lo vede più). Sembra poca roba per un film di 135 minuti, eppure non ci si annoia un attimo, perché Cuarón è abilissimo nel muovere le figure del suo teatro domestico e a renderci interessante e degno di attenzioni il minuscolo quotidiano. Mentre il rumore della Storia (capital letter) si fa sentire sempre più forte. È un grande momento di cinema la ricostruzione di quello che è passato alla storia messicana come il massacro di Corpus Christi – era il 10 giugno 1971 -, uno scontro tra dimostranti e polizia che lasciò sull’asfalto 120 morti, con squadre paramilitari in azione a rincorrere i manifestanti nelle case, nei negozi, e ad ammazzarli. E quel raduno di praticanti di arti marziali sotto la guida di un guru quantomeno equivoco è un’altra sequenza spettacolare e allarmante (quello difatti, capiremo più tardi, è il bacino di reclutamento delle squadracce della morte). Cinema lineare e classico nella sua accentuata e anche orgogliosa narratività, ma tutt’altro che semplificato, anzi in grado di filtrare e metabolizzare senza darlo troppo a vedere le lezioni dei più vari neoralismi, il cinema di Cassavetes, il sapore di verità della Nouvelle Vague. Forse condizionati dal marchio Netflix, sembra di intravedere un andamento, un ritmo disteso già da serialità lunga, con quella storia di famiglia che si fa storia di una Nazione e potenziale saga fluviale. Tutto dioenderà da come verrà accolto dal pubblico in sala (nelle non molte sale in cui è uscito o uscirà nei vari paesi) e sulla piattaforma digitale che sta ridisegnando i modi di consumo del cinema.

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3 risposte a Recensione: ‘ROMA’, un film di Alfonso Cuarón. Al cinema il 3, 4 e 5 dicembre: correte, è il Leone d’oro 2018

  1. ugo malasoma scrive:

    “Roma” di Cuaron e “tre volti” di Panahi hanno la stessa votazione?
    Conferma?

  2. ugo malasoma scrive:

    Beh, non avevo intenzione di appioppare un giudizio “capolavoro” per Roma ma tra quel termine e un voto migliore ci sono ancora tante sfumature. Sono stato in Iran questa estate, l’ho girato abbastanza: in treno, in pulman, in auto, in volo interno. Ho interpellato imam, sono stato ospite di famiglie molto accoglienti che mi hanno raccontato qual è lo scenario odierno e quale “frattura” esista tra i vecchi e i giovani ( stufi delle autorità religiose) sono stato ad un concerto di musica elettronica prontamente proibito il giorno dopo, sono stato nel deserto del Kalut, tra gli zoroastriani…e qualche idea me la sono fatta ( al di là delle meraviglie naturalistiche e artistiche). Però con Panahi non ho provato alcuna emozione che invece mi ha suscitato Cuaron ( il parto di Cleo, ad esempio…sarò troppo romantico?) ma anche tanti piani sequenza che mi riconciliano col cinema a dispetto di una mdp attaccata ai volti. Ormai una “maniera” abusata e in particolare dagli iraniani. Ad esempio Kiarostami: quante volte lo abbiamo visto ciondolare sulle colline, sulle strade polverose piene di curve e quante volte ci siamo acculturati sulla arretratezza del mondo rurale e arcaico, che per opposizione ad una siccità ormai cronica eleva preghiere ad Allah, come gli sciamani di mezzo mondo?
    Lì trovo un messaggio “politicamente corretto” e anche necessario di là ci trovo un bel film.
    Mi scuso per lo sfogo, come al solito è bello quel che piace, ma un pari come “suggello” al giudizio dei due film non lo trovavo congruo.
    Saluti
    e buon Natale
    in attesa di Pawlikowski

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