Recensione: ‘Capri-Revolution’, un film di Mario Martone. Il corpo al sole

Capri-Revolution, un film di Mario Martone. Sceneggiatura di Mario Martone e Ippolita Di Maio. Con Marianna Fontana, Reinout Scholten van Aschat, Antonio Folletto, Gianluca Di Gennaro, Eduardo Scarpetta, Jenna Thiam, Ludovico Girardello, Lola Klamroth, Maximilian Dirr, Donatella Finocchiaro.
Capri 1914. Una pastorella si infila in una strana comune di protohippy capitanata da un guru bello, biondo e americano che sembra Jesus Christ Superstar. Il quale con i suoi adepti pratica il nudismo, il vegetarianesimo, lo spiritualismo orientalista e molti altri -ismi. Una comune neopagana a confronto-scontro con la cultura patriarcal-mediterranea dell’isola. Poteva uscirne un film clamoroso, invece Martone smussa ogni asperità e trasforma il racconto in una esemplare, fin troppo, parabola sull’emancipazione femminil-proletaria. Peccato. Voto 5

Me l’aspettavo, allo scorso Venezia festival, come uno dei film più interessanti del concorso, e invece delusione cocentissima. Capri-Revolution è film bislacco, sghembo – e fin lì benissimo -, ma purtroppo non così riuscito, con certe cadute che sorprendono in un autore tanto sperimentato  come Mario Martone (penso alle sequenze del guru che vuole ricavare elettricità dai limoni, cosa purtroppo presa sul serio e non solo come proto-performance artistica – vedi alla voce Beuys – o, ancora, alla ragazza isolana che sempre al guru chiede: “portami al tempio, curami tu”. Ma si può?). Eppure che storia meravigliosa era potenzialmente, quella di Capri-Revolution. Ottima l’intuizione di ricostruire almeno una qualche esperienza dei tanti artisti e sperimentatori esistenziali e rivoluzionari di ogni tipo calati a Capri a inizio Novecento da Nord e Est  Europa, compresi quelli più strettamente politici (Lenin!). E di cortocuitarla con l’ambiente locale, sideralmente lontano e contrario se non ostile a quella sensibilità. Invece Martone ci cava un film esemplare e correttissimo che si trasforma, ahinoi, nel solito racconto di formazione e emancipazione femminile dalle catene patriarcali. Con una pastorella caprese che, a contatto con il sopracitato guru vegetariano/utopista/ecologista/nudista/spiritualista orientale e seguace di infiniti altri -ismi, dopo l’inevitabile shock scopre se stessa in quanto donna non più soggetta ai padroni maschi di casa (i fratelli, carognissimi). E invece come sarebbe stato bello mettere in scena il clamoroso cultural clash che di sicuro dovette esserci in quella pur tollerante e smagata isola tra i mattoidi venuti dal Nord e i locali con il loro universo di valori mediterranei, patriarcato in testa. Anche per via di quelle sporcaccionerie di nudismi al sole e abbracci multipli e semiorgiastici per catturare chissà quale energia cosmica. Macché, tutto invece è preso sul serio e celebrato come occasione per la ragazza conculcata e oppressa di librarsi in volo. Quanto ci viene mostrato si ispira – stando al pressbook – con molte libertà all’artista germanofono Karl William Diefenbach che a Capri a inizio Novecento fondò la sua comune, prima di ogni hippismo, e prefigurando anche certe utopie e sensibilità oggi di massa. Nel film (ambientato nella Capri del 1914, alla vigilia della grande guerra) Diefenbch diventa un givonatto biondo, bello e dalle lunghe ciocche di nome Seybu uguale uguale a Jesus Christ Superstar. Lui è buono, dolce, rispetta la natura e gli animali, crede nell’arte come via privilegiata alla conoscenza di sé e del mondo, pratica insieme agli adepti certi strani riti tra il sabba e la danza neopagana di Isadora Duncan. Tutti nudi, perché il corpo è il magnete per catturare chissà quali energie cosmico-vitali. Stupidate kitsch, anche simpatiche (Seybu è un tipo simpatico, mentre l’anima nera della comune è un tedesco perfidissimo e manipolatore di belle ragazze adoranti, e si pensa subito per analogia alla girls adoranti e manipolate di Charles Manson, ovvio). Martone impagina con la perizia che gli conosciamo, riesce perfino a salvarsi nella parti che rischiano il ridicolo, come i riti danzanti sbiottati (giustamente, ha chiamato la coreografa Raffaella Giordano – l’abbiamo vista come attrice l’anno scorso in L’intrusa – a disegnare credibilmente i movimenti danzati, e il risultato si vede). I problemi cominciano quando il film prende sul serio lo stupidario di quei pur amabili mattocchi. Diciamo che si conferisce a quelle esperienze del primo Novecento una sorta di patente progressista in quanto anticipatrice di ecologismo, liberazione sessuale ecc. Diversamente da qualche studioso che ha creduto invece di rintracciare tra certe esperienze neopagane del tempo e il successivo nazismo una sotterranea quanto inquietante continuità. Ecco, una maggiore distanza nel maneggiare simili ambigui materiali sarebbe stata auspicabile, mentre qui nei confronti del Jesus Christ Superstar e discepoli siamo, se non alla beatificazione, certo all’indulgenza. Per non parlare dell’inverosimiglianza della pastorella che si infila nella comune, viene ostracizzata dalla famiglia e dal paesello, e in pochisismo tempo da analfabeta diventa lettrice di libri di un certo peso imparando pure l’inglese. Che poi le pastorellerie campane non erano così riuscite a Martone già nel suo video-installazione per il padiglione Italia all’Expo di Milano (proiettato poi su magno schermo a Locarno in Piazza Grande) e forse non era il caso di riprovarci. Invece rieccoci con le capre sugl’impervi pascoli e i villaggi-presepe. Che le cose non si mettessero cinematograficamente benissimo lo si era intuito da subito, allorquando un giovane uomo spiega al medico (socialista interventista, come il Mussolini di allora direttore del Popolo d’Italia: ma il film sorvola sull’inquietante parentela) che il padre si è ammalato quando ha lasciato Capri e la pastorizia per andare in fabbrica a Bagnoli. Traduzione: l’industralismo è il diavolo, chi ne è inghiottito è perduto. Siamo all’ideologia cattiva della decrescita. Scusate, ma sarebbe stato più salubre per il povero padre restarsene con le capre nelle grotte? Marianna Fortuna, lanciata da Indivisibili, afferra al volo l’occasione e ci dà dentro senza risparmiarsi. Peccato non le abbiano dato a Venezia il Mastroianni, il premio all’attore emergente, andato invece al Baykali Ganambarr di The Nightingale, il film più brutto del festival. Però diretto da una donna, Jennifer Kent, e donna insultata alla fine del press screening dunque da risarcire (difatti, le han dato anche il premio speciale della giuria).

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Recensione: ‘Capri-Revolution’, un film di Mario Martone. Il corpo al sole

  1. ugo malasoma scrive:

    Micidiale!!!
    E pensare che al mattino di domenica 6 su rai canale 5 avevo rivisto uno dei capisaldi della regia d’opera di Martone: Il Così fan tutte da Ferrara (2000) con la direzione di Abbado = una meraviglia.
    Che peccato.
    Buon Anno Luigi

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.