Recensione: COLD WAR, un film di Pawel Pawlikowski. L’amore ai tempi della cortina (di ferro)

Cold War (Zimna Wojna), un film di Pawel Pawlikowski. Con Joanna Kulig e Tomasz Kot.
Rischiava di rimanere schiacciato dall’enorme successo di Ida. Invece il polacco-inglese Pawlikowski si conferma autore di prima fascia con questo bello e importante, solo un po’ troppo levigato, Cold War. Una storia d’amore complicata dalla cortina di ferro che in quegli anni (siamo tra i Cinquanta e i Sessanta) spaccava l’Europa, raccontata con mirabile economia espressiva. Diluvio di premi Efa. Serio candidato all’Oscar per il migliore film in lingua straniera (ma se la dovrà vedere con Roma e Shoplifters). Voto 7
Il perfetto film da festival e da Oscar. Uno dei titoli di Cannes 2018 che ha raccolto più consensi tra tutte le frange di pubblico e critica, il meno divisivo, il più trasversale tra quelli in concorso. Uscitone alla fine con il premio per la miglior regia. C’era il rischio che il suo regista Pawel Pawlikowski, polacco di radici ma londinese d’adozione e di mestiere, dopo il successo globale di Ida – Oscar come migliore film straniero e platee di professoresse democratiche in deliquio sedotte dal suo bianco e nero così smaccatamente autoriale – si perdesse, non si confermasse, restasse negli annali come l’autore di un solo memorabile film. Ida poteva inchiodarlo per sempre a sé, e invece con questo Cold War dimostra di saper uscire con intelligenza e sagacia da quell’ingombrante trionfo. Cold War ripropone alcuni elementi che son stati alla base del successo del film precedente. Il bianco e nero innanzitutto, un bianco e nero drammatico che tanto richiama i grandi titoli del cinema polacco e mitteleuropeo degli anni Cinquanta-Sessanta (Cenere e diamanti, ma anche il cecoslovacco Il negozio al corso, ma anche, perché no?, il britannico ma mitteleuropeo per collocazione Il terzo uomo). E, altro elemento in comune con Ida, la Polonia del dopo WWII, sovietizzata ma ancorata nel profondo alla sua anima eterna di paese contadino, religioso, indomabile, resistente a ogni occupazione. Il titolo stavolta non rimanda a una spy story alla John Le Carré, non racconta di agenti dalla doppia e tripla identità impegnati a carpire e trasmettere segreti di stato ai tempi della guerra fredda, ma una storia d’amore: complicata e tormentosa, resa ancora più lacerante dalla cortina di ferro che allora tagliava in due l’Europa. Siamo nella Polonia neocomunistizzata, le direttive del partito impongono che si valorizzi il patrimonio cultural-proletario, dunque via al recupero delle musiche e dei canti popolari. Il musicista Wiktor è incaricato di formare un coro ed è selezionando le voci che si imbatte nella bionda Zula. Non gli ci vuole molto per riconoscerne il talento e arruolarla nel coro. Che mieterà trionfi in patria e nelle varie tournée nei paesi sovietizzati. Tra i due è attrazione letteralmente fatale, fino a segnare futuro e destino di entrambi. Wiktor scapperà, andrà a Parigi, e Zula lo seguirà. Lui compositore, arrangiatore, musicista nelle caves in cui si forgia la cultura degli chansonnier e si mutua francesizzandolo lo swing americano, lei cantante, sempre più duttile e sofisticata. Della contadina che era non è rimasto niente. Ma Zula non resisterà all’esilio, tornerà in Polonia lasciando Wiktor. E qui mi fermo. Ci saranno altri sviluppi, incontri, svolte. Fino a un finale che è una scudisciata. A rendere davvero notevole questo film (ispirato alla storia dei genitori di Pawlikowski) è la partecipazione distanziata e pudica del suo autore, in un rispetto per i personaggi che non degenera mai in sentimentalismo e lenocinio. Cold War non è una fabbrica delle lacrime, non è ricattatorio, mai. Una sobrietà rara in una materia tanto scivolosa, che è di regia e sceneggiatura. Storytelling ellittico, ha sentenziato una signora inglese di non so quale medium mentre eravamo tutti e due in fila un giorno a Cannes. Meglio non si potrebbe dire. Pawlikowski, in un’operazione di esemplare economia espressiva, elimina ogni traccia di superfluo, salta ogni raccordo, va dritto agli eventi lasciando che sia lo spettatore a colmaregli spazi vuoti e il non detto. A connettere i punti. Riuscendo a trasformare la storia dei suoi Wiktor e Zula in una storia breve dell’Europa divisa tra Est e Ovest. O viceversa. E quanto riesce a dirci senza sprecare inquadrature, come con quel viaggio in Jugoslavia. Si resta ammirati da come Cold War attraverso le musiche via via differenti (i canti popolari polacchi, la chanson, il pop est-europeo ecc.) riesca a restituire l’evoluzione dei gusti, dei modi, delle mode, dei piccoli consumi e voglie delle masse. Socialiste e non. C’è sempre una vena pop in Palikowski dietro alla sua austerità alto-autoriale, lo si intuiva in Ida, lo si vede più nettamente qui, quando ci fa sentire 24mila baci di Adriano Celentano. Meravigliosi i canti e balli polacchi in costumi contadini della prima parte. Se c’è un limite in questo film perfetto è la sua perfezione, la sua levigatezza, che rischia di farne un film per sciure. Qualche segno sporco, qualche smagliatura gli avrebbe tolto quell’aria da impeccabile prodotto alto-autoriale. Joanna Kulig è una rivelazione (difatti, vincitrice come migliore attrice dell’anno di uno dei cinque premi Efa piovuti la scorsa settimana su Cold War).

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Una risposta a Recensione: COLD WAR, un film di Pawel Pawlikowski. L’amore ai tempi della cortina (di ferro)

  1. ugo malasoma scrive:

    Gran bel film, non al livello di Ida ma….
    Prima parte visivamente straordinaria ( Zula che canta la sua canzone d’amore immersa nell’acqua) seconda parte più schematica, un po’ meccanica nella sua esibita metafora e più “chiusa” sui protagonisti, forse anche un po’ troppo “essenziale”. Ma l’immagine dei due seduti su una panchina circondati dai campi coltivati è da aggiungere alla meraviglia della prima parte. Finale necessario, per i due artisti dall’animo libero e senza “gabbie” a cui la vita non poteva evidentemente donare altri momenti “magici”.
    Ma i genitori di Pawlikowski si sono suicidati?

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