Recensione: ‘Il gioco delle coppie’, un film di Olivier Assayas. Cinema-champagne

Il gioco delle coppie (titolo originale: Doubles Vies, titolo internazionale: Non-Fiction). Un film di Olivier Assayas. Con Guillaume Canet, Juliette Binoche, Vincent Macaigne, Nora Hamzawi, Christa Théret, Pascal Greggory. Al cinema dal 28 dicembre (qui l’elenco delle sale). Presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2018.
Il ‘filme falado’, il film parlato, di Olivier Assayas. Tutto in interni e qualche esterno. Cinema francesissimo di conversazioni argute, brillanti, perfide. Un gruppo di intellò parigini – un editore, la moglie attrice, uno scrittore, l’assistente di un politico en marche, altri vari e collaterali – dibatte e si interroga e si confronta amabilmente e crudelmente sull’era digitale, i suoi vantaggi e i suoi disastri. Partendo dalla crisi del libro, e da un romanzo dello scrittore Léonard che l’editore Alain non vuole pubblicare. E trascinando dentro nell’incessante parlare anche parecchie storie personali. Tutta la civiltà francese dei salotti colti precipita e si condensa in questo film assai chic. Con qualche ovvietà di troppo benché benissimo mascherata. Voto 7+
Però che bello, e che delizia, questo Doppie vite – tale il titolo originale: ma perché ribattezzarlo trivialmente Il gioco delle coppie?che pure si presenta come cosa minore di Olivier Assayas dopo Sils Maria e Personal Shopper, ma che non lo è (per la regola aurea  secondo cui non esistone cose minori di un grande autore). Cinema di pura conversazione in pochi interni e qualche esterno, questo sì. Vien da dire cinema di parola alla Rohmer, come non ricordo nell’Assayas precedente (se mi sbaglio correggetemi, grazie). Cinema che affonda le sue radici nella civiltà dei salotti francesi delle varie mesdames colte, informate, intelligenti, e nella centralità-crucialità della parola nella cultura dell’Exagone (dico solo Lacan). Cinema francese distillato, francesità in purezza. Una ronde anche un po’ baraonda di personaggi che si incontrano, si lasciano, si ritrovano, si amano, si detestano, si dilaniano ma sempre con eleganza, componendo infinite figure geometriche, tra cui prevale, ovvio, il triangolo (che si allarga facilmente a quadrangolo). Perché siamo in Francia e gli amori non son mai lineari. Assayas credo li conosca bene, i suoi personaggi, sono parte del suo mondo questi intellettuali e quasi-intellettuali che lui fa agire e interagire. Non c’è un momento senza parole, e per un autore come Assayas è un bel cimento. Forse un esercizio. Forse una pausa tra film più impegnativi come messinscena. La macchina da presa non la senti, che è cosa solo di virtuosi (poi, se osservi bene, noti il ricorso al linguaggio basico del campo-controcampo, e i sinuosi e educati, nella loro impercettibilità, movimenti di macchina negli interni). Ecco Alain, un editore (più esattamente: un direttore editoriale) alle prese con la pesante congiuntura del settore; sua moglie Selena, attrice di una serie tv ad alto gradimento; Léonard, scrittore di un libro di successo e molti altri di non successo. A lato, altri caratteri come la moglie di Léonard, assistente personale di un politico in ascesa e en marche. Léonard ha il brutto vizio dell’autofiction, mettendo nei suoi romanzi, e nel nuovo, Point Finale, le sue donne non lesinando su dettagli anche laidi (un blow job al cinema durante la proiezione del Nastro bianco di Haneke). Succede però che Alain decida di non pubblicarglielo, quel libro, mentre Selena, la moglie attrice, ne è una convinta sostenitrice. Scopriremo che ognuno ha ottimi motivi per farsi piacere o non piacere il romanzo self-fictionale, mentre la piccola guerra intorno a pubblicazione sì-publicazione no diventa fonte e pretesto di infiniti incontri e conversazioni naturalmente intelligentissime e brillantissime, trionfo dell’eprit de finesse francese. Ci si ferisce, ma sempre con lo scintillio della battuta smagliante a nascondere la crudeltà. Ambienti che un tempo di sarebbero detti gauche caviar e adesso Bo-Bo, anche se il discorso politico de sinistra resta abbastanza ai margini. Mentre si partla e strapatrla di internet, della rivoluzione digitale, degli ebook che forse soppianteranno i libri cartacei forse no, e di come anche l’editoria si debba riconvertire a un marketing aggressivo che tenga conto di cose come la viralità, i social, gli influencer e tutto quel fuffume lì (che è anche il pretesto per mostrarci una meravigliosa creatura assunta da Alain per traghettare la casa editrice nel magico – maggico! – mondo della digitalità e subito sua amante benché con una trentiuna d’anni di meno; sapete, di quelle ragazze meravigliosamente chic-francesi e biondo-angelicate dal lungo capello cone tante volte abbiamo visto in Rohmer e anche in Bresson, e che qui naturalmente è bisessuale, perché oggi gli angeli nei film son così, hanno da essere così). Viene da applaudire davanti allo spettacolo di tanta intelligenza al lavoro. Poi, riflettendoci, monta il sospetto che qualche volta, spesso, Asayas ci dia dentro in banalità. Tipo: i libri sono finiti signora mia, gli ebook li soppianteranno, i giovani non leggono. E dibattiti ormai vetusti che non se ne può più tra chi è fautore di una rete libera ma libera veramenet dove puoi travare aggratis il sapere universale e coloro che invece vorrebbero,v isto che ci mettono idee e pensieri e lavoro, guadagnarci un attimo. Insomma, in certi momenti Il gioco delle coppie tende pericolosamente a quella che un tempo si diceva conversazione ferroviaria, a un assemblaggio di idées reçues (che poi, come salta fuori a un certo punto non è mica vero che i libri sono in crisi, a scendere in picchiata è invece il consumo di ebook. Del resto, siamo ragionevoli: vogliamo mettere la comodità di un libro cartaceo con la scomodità degli ebook – ma avete provato a sfogliarne uno? una tortura -, di sicuro inventati da gente che non ha mai letto un libro in vita sua e mai sentirà il bisogno di leggerne uno). Solo che è un banale confezionato alla francese, con quel senso di assoluta superiorità antropologica e sicurezza nella propria autorità intellettuale. Puro cinema-champagne. Guillaume Canet qui è in versione intellò quale Alain. Vincent Macaigne è al solito perfetto come scrittore solo apparentemente sfigato e in realtà aggressivo-passivo e astuto. Isabelle Binoche fa la diva pop della tv. Tutti bravissimi, ovvio.

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Una risposta a Recensione: ‘Il gioco delle coppie’, un film di Olivier Assayas. Cinema-champagne

  1. ugo malasoma scrive:

    Gioiellino come Assayas e solo i francesi sanno imbastire. Voto più che meritato, però….: la querelle sul digitale e sul cartaceo, sulle vendite o meno dei libri piuttosto che gli e-book, a fronte di un calo di acquisti su tutta la linea editoriale per chi legge appena appena i giornali o i libri sono cose note da tempo. Infarcirne i dialoghi, come un bel “bigino”, alla lunga stanca un poco e quindi ci ritroviamo con il classico “cornaio” intellettuale a plurimi intrecci e tanto chic che fa anche ridacchiare ma sa un po’ di risaputo pure quello.
    Con in più l’ironica supposizione che l’ingenuo, ma mica tanto, Maccaigne possa essere a conti fatti un tombeur des femmes, ma suvvia…..in confronto con il “figo” Canet ? E far durare la relazione per anni con l’affascinante Binoche? E a nessuno fa specie di essere tradito?
    Tra gli intellettuali, notoriamente aperti, tutto è concesso e …magari ci sono cose più importanti?
    Film che mi è piaciuto, certamente, ma trovo che ci sia troppa supponenza pur condita con l’eleganza e la leggerezza tipicamente francese…………….che ahimè da noi latita

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