Recensione: SUSPIRIA, un film di Luca Guadagnino. L’orrore nella Germania in autunno

Suspiria, un film di Luca Guadagnino. Con Tilda Swinton, Dakota Johnson, Chloë Grace Moretz, Ingrid Craven, Jessica Harper, Mia Goth. Presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2018. Al cinema dal 1° gennaio 2018.
Non è un remake, non è un reboot del classico di Dario Argento. Piuttosto una ripartenza verso un altro cinema tenendo del film originario solo un pugno di elementi base (come l’universo tutto femminile). Succedono cose assai inquietanti a Berlino, nella torva Berlino anni Settanta ancora divisa dove arrivano gli echi della Baader-Meinhof. Scompare una ragazza da un’accademia di modern dance tra Marta Graham e Pina Bausch, un’altra ne prende il posto. Si dovrà indgare su un’ulteriore dimensione, una realtà occulta abitata dal Male. Guadagnino azzecca molte cose, soprattutto le atmosfere malate e di autentica, sentita decadenza. Ma Suspiria è come immobile, senza tensione interna, e nemmeno troppo orrorifico. Voto 7 e mezzo

Certo che Luca Guadagnino poteva vivere (e lavorare) tranquillo per un bel po’ di anni dopo il successo anche americano di Chiamiami col tuo nome. E girare confortevoli film con star hollywoodiane dagli incassi garantiti. Invece gli va reso atto di essersi rimesso coraggiosamente in gioco buttandosi nella temeraria, e ai limiti dell’impossibile, impresa di rifare a modo suo un classico del cinema italiano, il migliore Dario Argento di sempre, un culto planetario come Suspiria. Oltretutto portandolo in concorso a Venezia, che non gli è mai stata molto amica (i regular festivalieri ancora ricordano i buuh in Sala Darsena all’indirizzo del suo A Bigger Splash). Ma al di là di questi dettagli al limite della quisquilia, il film com’è? Immagino ne abbiate già letto di ogni fin dai tempi veneziani, dunque non sto qui a ri-raccontarvi la genesi di un progetto che è più un reverente tributo al film di Dario Argento che un suo remake. Film del quale rimangono alcune molecole narrative fondamentali – un universo chiuso femminile, un’accademia di danza, là a Friburgo, qui nella Berlino Ovest anni Settanta; la subrealtà di riti occulti, di officianti del male, di donne in commercio col demonio -, usandole però come base e pre-testo di un altro racconto e un altro cinema. Anche, questo Suspiria rifatto – sì anche nel senso di una fisionomia rifatta dal bisturi estetico – lo si può guardare come una lezione accademica, un’edizione critica, una raccolta di glosse al Suspiria primigenio. Tutto, ma non un remake, o un reboot. In questo oggetto cinematografico alieno e fuori misura – due ore e mezzo – si ammassano non sempre ordinatamente, non sempre trovando il proprio posto in una coerente architettura drammaturgica, parecchie suggestioni, qualche tema di derivazione argentiana e altri che non lo sono (magari viscontiani, espressionisti, fassbinderiani). E c’è la Storia. Perché in quella Berlino ancora divisa dal muro, nebbiosa, gelida, infida, landa desolata in cui si incrociano i persecutori e i perseguitati, arrivano gli echi per niente lontani e perfettamente distinguibili delle imprese della Baader-Meinhof, il rapimento del presidente della Confindustria tedesca, la reclusione dei membri della banda a Stammheim, il dirottamento di un aereo da parte di fiancheggiatori per ottenere la loro liberazione. E, dopo la sconfitta della banda, i suicidi a catena dei loro leader nel carcere di massima sicurezza. Come si fa a non pensare a Germania in autunno, il film a episodi che rielaborò quel trauma? E come si fa a non pensare a Rainer Werner Fassbinder che ne firmò l’episodio più intimo, straziato e bruciante? Circola un’aria fassbinderiana in questo Suspiria, un Fassbinder anche esplicitamente citato e omaggiato con la presenza nel cast di una delle sue attrici-feticcio (nonché moglie), Ingrid Caven. Tutto è morboso, decadente, decaduto, slabbrato, marcio, pericolante. La scuola di danza sta in un edificio imponente weimariano-déco, sopravvissuto faticosamente ai suoi fasti, e adesso sentina, dietro alla facciata di scuola severa di alto rango, di ogni nequizia. E non c’è solo la Germania in autunno di Stammheim sullo sfondo, c’è anche la Germania della Shoah, nella figura di uno psicanalista ebreo che a quegli anni è sopravvissuto e che ora ha in terapia una ragazza della scuola di danza. E quando lei scompare, lui cercherà di indagare, di capire. Una sottotrama legata al Terzo Reich e ai suoi misfatti alquanto pretestuosa, sconnessa dal corpo del racconto. Ma che anche, bisogna ammettere, aggiunge ulteriori stratificazioni a una costruzione filmica già ricca e labirintica. Della ragazza scomparsa prende il posto un’altra, appena arrivata dall’America. Così brava da diventare ben presto la protagonista di Volk, lo spettacolo che la compagnia sta per rappresentare. Luca Guadagnino dispiega tutta la sua abilità di metteur en scène, di fabbricatore e evocatore di atmosfere decadenti – la sua cifra stilistica dominante, quella che gli è più congeniale – e sinistre, ambigue. Trasformando Berlino divisa nella città delle nebbie e dei misteri mai risolti, e alloggio segreto di mostri, creature ultraterrene, forze del male pronte a ghermire gli umani, soprattutto le belle fanciulle, come vogliono le leggende nere. Chiarissimi riferimenti, come sostiene il mio amico Marco, a quel film epocale che fu Possession di Zulawski. Dove il mostro tentacolare abitava (o era Isabelle Adjani ad abitarci?) in una casa con vista sul Muro. Un’altra notevole intuizione è l’aver scelto la danza come strumento espressivo di quel clan stregonesco che si annida nella scuola. La sequenza del sabba, risolta come una coreografia di modern dance alla Marta Graham con incursioni già nel teatro danza di Pina Bausch (e modellata su Pina è la Madame Blanc di Tilda Swinton), è un colpo di genio e tra i momenti migliori del film, di un orrore finalmente stilizzato e trasmutato in bellezza, in forma, in lustro spettacolo del corpo. Ma è anche evidente che Guadagnino non ha molto interesse per l’orrorifico come genere, per le sue convenzioni, i suoi cliché, tant’è che sbriga le sequenze gorey come una pratica burocratica necessaria, senza la minima invenzione né tensione. Tensione che del resto è assente in tutto il film, privo di autentico movimento interno, ed eternamente ritornante su se stesso. Non si ha mai paura, non si teme e non si freme, mai, nemmeno nelle scene più efferate. Anche perché il mistero delle padrone della casa-accademia, che in Dario Argento veniva svelato alla fine, qui è chiaro fin dall’inizio, quasi una premessa a quello che verrà. Sono molti i limiti di questo Suspiria, compreso un finale melenso, ma quella Berlino livida, dai troppi lerci segreti, è una perfetta macchina produttrice di fantasmi e inquietudini, e lascia dentro a chi guarda una scia di allarme, di malessere, come solo certi film tedeschi dell’era di Weimar. Il resto, compreso il twist in sottofinale, è solo un accessorio della potenza evocativa del film. Musica da ipnosi di Thom Yorke, quasi un fregio araldico impresso sulla temeraria operazione tentata da Giadagnino. La protaginista del primo Suspiria, Jessica Harper, torna in un ruolo collaterale ma certo non insignificante.

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