Film stasera in tv: MISTER CHOCOLAT (mercoledì 2 gennaio 2019, tv in chiaro)

Mister Chocolat, un film di Roschdy Zem. Con Omar Sy, James Thierrée, Noémie Lvovsky, Clotilde Hesme, Olivier Gourmet, Frédéric Pierrot.
411902Ispirato, anche se con parecchie libertà, alla vera storia di Rafael Padilla, ex schiavo nero cubano diventato nella Francia della Belle Époque un clown-divo. Il primo nero superstar. Ma al successo seguirà la (inevitabile?) caduta. Parabola fin troppo esemplare sulla diversità, il pregiudizio, l’ambivalenza dell’Europa ottocentesca verso la neritudine. Purtroppo assai deboli i numeri di clownerie, e il pur bravo Omar Sy non è fatto per i lazzi e i cascatoni. Assurdo il titolo italiano, as usual.
245285411121Non bastano le migliori intenzioni e ancor meno bastano le correttezze politiche a fare un  buon film. Lo sapevamo, come no, ma questo Mister Chocolat lo conferma abbondantemente, fino a configurarsi in materia come un caso esemplare. Intanto, perché questo titolo assurdo cavato fuori chissà da dove dalla distribuzione italiana? D’accordo che l’originale, semplicemente Chocolat, poteva essere confuso con il dolciastro vecchio film di Lasse Hallström con Juliette Binoche, ma perché aggiungere in un film francese con un protagonista che parla francese l’appellativo Mister? se proprio si doveva aggiungere, perché non un Monsieur? Un’altra balordaggine in una mala pratica, quella dei film stranieri ribattezzati al loro arrivo in Italia, che sarebbe da immortalare in uno stupidario, se solo qualcuno ne avesse voglia. Che bella storia però, quella che ha ispirato Chocolat, e che film ne sarebbe potuto venir fuori se solo si fossero miscelati bene gli ingredienti. Storia dimenticata di un uomo dimenticato per decenni, e poi riemersa sull’onda della generale riconsiderazioni e riscoperta di ogni traiettoria di differenza e alterità. E però, com’è diverso il film dalla vera vita dell’ex schiavo nero cubano Rafael Padilla diventato nella Francia Belle Époque clown di enorme successo col nome d’arte di Chocolat. Basta andare alla pagina Wikipedia per rendersi conto degli scostamenti. Ma ecco quanto ci viene raccontato dal regista Roschdy Zem (che come attore negli ultimi anni ha messo a segno parecchi bei film, da Bird People a La rançon de la gloire a Alaska) su sceneggiatura di Cyril Gély. Incontriamo Padilla in un circo di infimo ordine dove gli tocca la parte di Kananga, un (finto) cannibale buono a terrorizzare il pubblico di provincia con scimmieschi ululati e assalti. Ma un clown un tempo famoso e adesso decaduto di nome George Foottit intuisce le sue qualità comiche, capisce che lì dentro c’è del talento, e gli propone di lavorare in coppia con lui. Nasce un sodalizio che diventerà di immenso successo, dopo che un impresario li avrà portati a esibirsi a Parigi davanti al pubblico scafatissimo e sempre più avido di brividi esotici e novità della Belle Epoque (siamo nel 1890). Kananga, ribattezzato in questa occasione Chocolat, costituirà con Foottit una coppia clownesca destinata a sovvertire e riscrivere le regole del genere, e che diventerà canonica, matrice e riferimento di infinite altre successive, quella tra l’augusto (il dominante) e il clown bianco (il dominato). Con il secondo, il succube, a prendere pedate e schiaffi, e essere svillannegiato e anche umiliato dal primo affinché il pubblico possa ridere. In una dialettica servo-padrone fatta spettacolo. Ma, nonostante la gloria e i soldi, Rafael Padilla/Chocolat accumula via via sempre più risentimento verso il suo talent-scout e compagno di spettacolo, dominante non solo sulla pedana circense, decidendo di andarsene e intraprendere la carriera solista. Di spezzare le catene, per dirla marxianamente. Incoraggiato anche dalla storia con un’infermiera parigina che per lui ha deciso di sfidare ogni pregiudizio e buttarsi in quella che è stigmatizzata come una degradante mésalliance. Ma la ribellione di Rafael contro il ruolo che gli è stato assegnato di nero sì di successo, ma pur sempre inferiorizzato e confinato in un recinto invalicabile, verrà pagata cara. Per l’ostilità esterna, ma anche per la sua incapacità di controllare e maneggiare la troppa fama che gli è piovuta addosso, e per la dipendenza sempre più devastante dal gioco d’azzardi e dall’alcol. Il suo sogno di interpretare Otello, restituendo il ruolo finalmente a un nero e sottraendolo al solito attore bianco incatramato, si rivela un fallimento. Ascesa e caduta tra luci della ribalta e ombre del backstage, come molte volte il cinema ha raccontato. Ora, il film è pieno di motivi di interesse, ma si configura, anche forzando parecchio la vera storia di Padilla, come parabola eccessivamente esemplare, dimostrativa e didascalica, quasi brechtiana ma senza Brecht, di una diversità etnica e insieme esistenziale inevitabilmente destinata alla sconfitta nella ferrea società boghese, classista e castale, della Francia tra Otto e Novecento. Quella Francia dove ogni emancipazione si scontrava con il pregiudizio (l’affare Dreyfus, in quegli stessi anni, insegna). Le differenze rispetto alla vera storia dell’ex schiavo cubano Padilla sono tante. Non è Foottit a intuire il talento del suo partner di scena, che già da parecchio faceva coppia clownesca con altri, anche se sarà Foottit a farne una superstar. La storia d’amore nella realtà cominciò prima di quanto si vede nel film, e, altra discordanza, Chocolat non recitò mai l’Otello. Ora, come chiamare una simile operazione, biografia fictionalizzata? Ma in fondo quel che importa è il risultato, più che l’astratta fedeltà a quanto è successo. E il risultato è un film insieme troppo ambizioso e troppo cauteloso nel suo sfiorare temi grandi e importanti senza affrontarli davvero, senza affondare la lama della critica, senza la necessaria implacabilità e radicalità, nel timore immagino di rovinare quel che era nato come un progetto di cinema-intrattenimento per il pubblico più largo. Si oscilla tra critica sociale e melodramma, con sontuosità da period-movie di ricco budget, e con parecchie semplificazioni. La traiettoria del nero Chocolat, con la sua diversità esposta al voyeurismo del pubblico e fatta spettacolo, ricorda quella già raccontata (meglio) da Abdellatif Kéchiche nel più rigoroso, perfino ossessivo, Venere nera, oltre che quella lynchiana di The Elephant Man. Il diverso che trova il suo rifugio e insieme la sua gabbia-prigione nel circo, o nei baracconi delle mostruosità e delle meraviglie che del circo sono gli antecedenti, è storia raccontata anche da Marco Ferreri in La donna scimmia. Mister Chocolat arriva tardi su un terreno già parecchio esplorato senza aggiungere niente di nuovo. Molto viene accennato e toccato, ma non indagato, come gli angoli oscuri della relazione tra i due clown. Si allude appena al desiderio omosessuale di Foottit per il suo partner, alla sua ambivalenza di europeo per quell’uomo che lui ama e insieme disprezza, senza mai farne davvero materia narrativa, senza sprigionarne la carica esplosiva. La regia di Roschdy Zem è corretta, assai partecipe verso ciò che racconta, ma senza troppe invenzioni e senza un’improntra forte e riconoscibile. A non funzionare sono soprattutto i numeri circensi della coppia Chocolat-Foottit che mai riescono a divertirci. Forse è passato troppo tempo da quel tipo di comicità (prevalentemente fisica, fondatrice di quello che sarà lo slapstick al cinema) o forse, come credo, è il film a non essere riuscito a rivitalizzare, a rendere nostra conntemporanea, una forma di spettacolo ormai archeologica. Temo che uno dei motivi della non riuscita di Mister Chocolat sia il pur bravissimo e sempre adorabile Omar Sy, che dopo Quasi amici non ha più trovato ruoli di pari livello. Sulla carta sembrava il miglior Chocolat possibile, anzi credo che il film si sia potuto realizzare solo grazie alla sua presenza. Ma la clownerie non gli si addice, ha movimenti goffi, non ha i tempi giusti, forse per mancanza di adeguato training, o forse perché troppo dinoccolato e fuori misura per i cascatoni e i movimenti buffi, e il risultato è mediocre. Ottimo invece James Thierrée quale Foottit, una rivelazione, che la clownerie la pratica di mestiere. Thierrée è il figlio di Victoria Chaplin e dunque nipote di Charlie Chaplin (e ha studiato teatro al Piccolo di Milano): lui il circo l’ha respirato da piccolo nel Cirque imaginaire di famiglia e qui è semplicemente perfetto. Portandosi dietro, e portando nel film, anche una nota agra e dissonante che non ce la fa però a rompere l’eccesso di piacioneria dell’operazione.

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