Berlinale 2018. Recensione: THE KINDNESS OF STRANGERS, un film di Lone Scherfig. Les Misérables sono tornati

The Kindness of Strangers (La gentilezza degli sconosciuti), un film di Lone Scherfig. Con Zoe Kazan, Andrea Riseborough, Tahar Rahim, Caleb Landry Jones, Jay Baruchel, Bill Nighy. Competition. Film di apertura della Berlinale 69.
Una giovane donna scappa con i due figli dal marito malvagio e manesco approdando in una New York  glaciale: così (più o meno) la sinossi da pressbook, sicché si temeva il peggio, il solito film a tesi virtuosamente corretto. Invece la danese Lone Scherfig riesce a trovare il giusto tocco, raccontandoci con pudore una New York diversa, di gente che sta male e di gente che fa del bene, tra alberghi dei poveri, mense gratuite, impreviste solidarietà. Les Misérables ai tempi della ipermodernità. Peccato che nella seconda parte il film sembri procedere per inerzia, fino a un troppo prevedibile finale. Ma La gentilezza degli sconosciuti (o degli estranei) potrebbe fare molta strada dopo questa prima berlinese. Voto 6
Stasera apertura ufficiale della Berlinale numero 69, con questo The Kindness of Strangers visto qualche ora prima in proiezione stampa, e che sicuramente molto piacerà e commuoverà. Scatenando presumibili lacrime anche nelle signore del red carpet (si aspettano spalle nude e décolleté profondi e impalbabili mussole vista la temperatura relativamente mite di questo febbraio brandeburghese). Sfilerà sul tappeto del Palast la presidente di giuria Juliette Binoche, accompagnata dai suoi giurati, da Trudie Styler a Sebastian Lelio a Sandra Hüller (Toni Erdmann), sfilerà il commissario governativo – equivarrà a un nostro ministro? – alla cultura e l’informazione Monika Grütters. Più il cast del film inaugurale, con la regista danese ma spesso in trasferte inglesi  e americane Lone Sherfig (ricorda qualcosa An Education, il suo film a oggi di maggior successo?) e con le sue protagoniste Zoe Kazan e Andrea Riseborough (bravissima). La sinossi di The Kindness of Strangers lasciava preasagire il peggio, un film politicamente corretto fino all’asfissia e dalla parte delle donne maltrattate dunque intriso di ogni possibile messaggio virtuosamente orientato e ricattatorio, e invece bisogna riconoscere che Scherfig ce la fa, almeno nella prima parte, a sorprenderci per encomiabile pudore, per rinuncia a ogni lenocinio, per il tocco rispettoso con cui tratta una materia tanto soggetta alle deprecazioni e declamazioni retoriche: trovando una misura di umana verità che è raro rintracciare nel cinema di oggi versato nel sociale narrante vite conculcate e oppresse, un cinema in preda di solito a sindrome bipolare, oscillante tra gli opposti estremismi della denuncia ideologica greve e tonitruante da una parte e dall’altra della registrazione iper realistica e compiaciuta delle miserie materiali e soprattutto morali, con gran sfoggio di trucidumi e sadismi hardcore. Niente di tutto questo stavolta.
Una giovane donna di nome Clara arriva in una New York bigia e invernale con i due figli, scappa, come presto verremo a sapere, da un marito poliziotto bello e malvagio che maltratta lei e i due pargoli, specie il piccino. Non ha più niente, Clara, se non la sua disperazione, sicché attaverso di lei e la sua odissea nei girono disagiati di New York conosceremo altre vite precarie e interrotte, le mense dei poveri, gli alberghi dei poveri, gli alberghi pulciosi e inospitali, i gruppi di supporto ai dropout di ogni titpo, conosceremo gente che si sbatte per fare del bene e gente incapsulata nella sua indifferenza. Alice, infermiera, è l’angelo che lavora in ospedale e nel tempo libero si occupa dei nuovi misérables della metropoli. Marc è appena uscito di galera dopo una condanna per spaccio, e la morte per overdose del fratello. Jeff è un giovane uomo troppo naturalmente anarchico e di squassante innocenza per poter sopravvivere da solo nel mondo della regola e della norma. Accanto a loro una umanità derelitta, mentre un ristorante di esuli russi, sì, discendenti da coloro che scapparono dalla rivoluzione bolscevica, diventa con il suo caviale, lo champagne e le balalaike e quel clima di aristocrazia sconfitta dalla storia il rifugio e il ristoro di Clara, di Marc. Nella prima parte, in una New York vista dal basso nei suoi vicoli putridi, nelle sue corti dei miracoli, con Clara madre-tigre a tutto disposta per sfamare i suoi bambini e resistere al marito-orco che le sta dando la caccia, sembra di stare in una stampa ottocentesca di scene dai Misérables di Vctor Hugo, da Dickens, da Senza famiglia. Tra Grande Romanzo naturalistico e feuilleton. Mentre ci si scopre, noi cinici spettatori, a pensare che non tutti i buoni sentimenti sono cattivi, che una riflessione in forma di cinema sulle nuove e vecchie sofferenze popolari può ancora essere utile, perfino necessaria. Benché Scherfig non rinunci a niente del repertorio larmoyant, compresa una musica ruffiana, non si può non riconoscere la delicatezza di tocco della regista danese, la sua ecomiabile misura e giusta distanza (in questo agli antipodi della sua connazionale Susanne Bier, regina della grevità e dell’emozionalità muscolare). Poi nella seconda parte, anche troppo lunga, La gentilezza degli estranei (bel titolo, peraltro assai pertinente: giacché ad aiutare Clara e i suoi figli sono uomini e donne appena incontrati e sospinti solo dalla bontà) si fa ridondante e poco interessante nel suo sistemare per il verso giusto le cose e tracciare convergenze fin troppo consolatorie di certe traiettorie umane. Zoe Kazan madre-coraggio – pronta per i figli a rubare preziose borse in lussuosi store – è nel ruolo più importante della sua carriera, e chissà, se il vento cominciasse a spirare assai favorevolmente per il film potrebbe anche aspirare a qualcosa nella stagione 2020 dei premi. E intanto, di sicuro è in corsa qui come migliore attrice. Ma son tutti bravi, compresi Tahar Rahim e Bill Nighy, svaporato e amabile aristocratico russo.

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